Tra cast costruiti a tavolino e testi da scoprire, uno sguardo disincantato sulla nuova edizione.
Quest’anno, più che mai, il Festival di Sanremo sembra aver scalfito appena la mia attenzione. Complice un progressivo allontanamento dai social, un rapporto sempre più conflittuale con la televisione e, soprattutto, una sensazione di déjà-vu che accompagna l’annuncio del cast. Alla pubblicazione dei nomi in gara, l’impressione è stata quella di trovarsi di fronte al solito “minestrone” studiato più per lo spettacolo che per una reale ricerca musicale.
È chiaro: il Festival della canzone italiana deve difendere il proprio status. Una manifestazione storica come Festival di Sanremo non può prescindere da equilibri televisivi, audience e consenso trasversale. Ma proprio questa necessità sembra aver cristallizzato il meccanismo di selezione in categorie prevedibili: il rapper del momento, l’indie addomesticato, il volto storico, la meteora esplosa su Spotify o su TikTok, il nome nostalgico anni Novanta, il personaggio legato a qualche polemica.
Il risultato? Un cast che appare costruito più per garantire segmenti di pubblico che per proporre una visione artistica coerente o realmente innovativa.
Non sorprende, allora, ritrovare nomi storici come Patty Pravo, presenza legittimata da una carriera monumentale ma oggi distante dal cuore pulsante della scena musicale contemporanea. Allo stesso modo tornano artisti che sembrano orbitare stabilmente attorno al Festival, come Enrico Nigiotti, spesso percepiti come legati a doppio filo a quel contesto.
Negli anni della conduzione di Amadeus si era tentato – non sempre con risultati rivoluzionari, ma con un certo coraggio – di aprire qualche spiraglio verso universi meno scontati. L’esempio di Colapesce e Dimartino, Brunori Sas o di Lucio Corsi dimostra che una proposta più originale può comunque intercettare il pubblico. Forse non una rivoluzione, ma almeno un tentativo di spostare l’asse.
Quest’anno, invece, già dalla conduzione, dagli ospiti e perfino dalla lista degli esclusi, si percepisce un ritorno a dinamiche più rassicuranti. Difficilmente seguirò l’intera kermesse: proverò piuttosto ad ascoltare le canzoni in modo disincantato, isolandole dal contesto televisivo. Perché, al netto del circo mediatico, restano i testi. E sono proprio quelli che meritano un’analisi.
Il primo spunto interessante arriva da Arisa. Lontana dalla consueta ballata d’amore, propone un brano che sembra affondare le radici nell’autobiografia: l’infanzia, l’adolescenza, il passaggio all’età adulta e la ricerca di quell’amore primigenio che appartiene agli anni della scoperta. Un tentativo di introspezione che si distingue in un panorama spesso dominato da formule ripetitive.
Subito dopo l’amore, nelle gerarchie tematiche sanremesi, arrivano quasi sempre i figli. E su questo terreno si muove Tommaso Paradiso, con un testo dedicato alla figlia e alla trasformazione personale che la nascita comporta. È un racconto intimo, che riflette su come le abitudini e le priorità cambino, trovando nel quotidiano una nuova centralità.
Tra i brani più toccanti figura quello di Serena Brancale, dedicato alla madre scomparsa nel 2020. Un tema delicato, affrontato con un taglio personale che introduce una sfumatura diversa rispetto al consueto sentimentalismo festivaliero. Il dolore privato diventa materia narrativa, cercando un equilibrio tra memoria e musica.
Infine, colpisce la scelta di Ermal Meta di raccontare una bambina palestinese – figura immaginaria ma drammaticamente verosimile – in attesa della primavera oltre una collina che separa dalla guerra. Un testo che prova a spostare lo sguardo oltre il perimetro dell’intimismo, aprendo uno spiraglio su un contesto internazionale raramente esplorato in modo diretto sul palco dell’Ariston.
Eppure, al di là dei singoli casi, emerge una sensazione diffusa: una certa fragilità nella scrittura. Spesso i testi sembrano composti di getto, ma senza quella forza evocativa che il linguaggio immediato dovrebbe garantire. Mancano parafrasi incisive, immagini sorprendenti, scarti poetici capaci di restare impressi.
Forse il problema non è la presenza del rapper, dell’indie o del volto storico. Forse il nodo sta nella difficoltà di trovare una vera tensione creativa all’interno di un contenitore che deve conciliare tutto e tutti.
L’esercizio, allora, è provare a sospendere il giudizio sul contesto e concentrarsi sull’essenza: le parole, le storie, le intenzioni. Perché anche in un Festival che sentiamo distante può nascondersi, tra le righe, un frammento di autenticità. Sta a noi decidere se cercarlo.
Antonio Montecalvo
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