È da mesi che non scrivo di qualcosa che non sia calcio, eppure, in questi giorni ho sentito quasi smaniosamente il bisogno di tornare a farlo, di mettere ordine nei pensieri e provare a raccontare quello che sta succedendo. Perché ci sono cose davanti alle quali non riesco a rimanere indifferente, soprattutto quando riguardano la mia terra e le persone che la abitano.
In queste settimane il Sud si è fermato. Le proteste degli autotrasportatori, i blocchi stradali, i distributori rimasti senza carburante, gli scaffali dei supermercati più vuoti di quanto ricordassi persino durante il Covid. Scene che fino a qualche tempo fa avremmo faticato a immaginare e che, nel giro di pochi giorni, sono diventate realtà.
A Napoli, per andare al lavoro, ho impiegato venti minuti a percorrere una strada che normalmente richiede un’ora. Qualcuno potrebbe dire: «Meglio, no?». No! Quelle strade deserte non erano il risultato di un traffico improvvisamente scomparso, ma di persone che non riuscivano a trovare carburante o che preferivano conservare quel poco che avevano, perché “nun se sa’ mai”…
Eppure, nonostante i disagi, ho visto e sentito molta più solidarietà verso chi protestava che insofferenza per le conseguenze dei blocchi. Perché il caro vita non è un problema degli autotrasportatori, degli agricoltori o dei pescatori. È un problema di tutti, anche di chi ogni mattina si alza per andare a lavorare e, arrivato alla fine del mese, si domanda dove siano finiti i soldi.
Non nego che, a tratti, mi sia chiesta con una certa inquietudine: “E mo che succede?”. Me lo sono chiesta davanti ai distributori vuoti, alle persone in fila, alle notizie di merci bloccate. E sapete cosa è successo? Niente. Se proprio dobbiamo dirla tutta, niente che abbia realmente risolto le ragioni di quella protesta. Gli stanziamenti annunciati non cancellano anni di difficoltà, né servono a restituire sostenibilità a chi lavora.
Ma c’è qualcosa che mi ha fatto arrabbiare persino più di tutto questo: il silenzio.
Accendevo la televisione sperando di trovare qualcuno che raccontasse quello che stavamo vivendo, che desse voce a chi protestava, che chiedesse spiegazioni. E invece sembrava esserci spazio per tutto, tranne che per noi. I maranza di Milano, i sei cassonetti incendiati tanto cari alla narrazione della destra, il Papa (p’ammore ’e Dio) e qualsiasi altra cosa “meritasse” di occupare il dibattito nazionale.
Quando sento dire “E questi sono i giornalisti!” mi faccio piccola piccola e provo vergogna. Perché anche io avrei voluto vedere la voce del Sud arrivare nelle case degli italiani tutti, ascoltata prima ancora che giudicata. Non per ottenere compassione, ma perché quello che stava accadendo riguardava un pezzo intero del Paese.
E intanto giusto oggi alcuni giornali del Nord hanno cominciato a raccontare le difficoltà negli approvvigionamenti e gli scaffali vuoti. Li ho letti, quegli articoli. E mi sono chiesta quanto ancora sarebbe servito perché ci si rendesse conto che, quando si ferma il Sud, le conseguenze non rimangono confinate sotto Roma. Qualche altro giorno e anche il Nord avrebbe rischiato di paralizzarsi.
E allora mi è rimasta addosso una consapevolezza amarissima: il Sud non è Italia?!
Non lo è quando chiede attenzione, quando denuncia condizioni di vita insostenibili, quando pretende risposte. Salvo poi diventare improvvisamente indispensabile quando la sua protesta comincia a pesare anche altrove.
E quale risposta politica abbiamo davanti? Ancora una volta, la sicurezza, i nuovi reati, le misure per contrastare i blocchi e contenere le manifestazioni. Il governo Meloni sembra molto più interessato a stabilire come fermare chi protesta che ad ascoltare perché abbia deciso di farlo. Non sto sostenendo che tutto sia consentito in nome del dissenso, ma che una democrazia dovrebbe preoccuparsi almeno altrettanto delle ragioni che portano migliaia di persone in strada.
Perché se a una protesta contro il caro vita si risponde soprattutto parlando di ordine pubblico, il problema non viene risolto. Viene semplicemente spostato, fino alla prossima esasperazione.
E a quel punto la domanda non sarà più “E mo’ che succede?”, ma quanto ancora dovremo farci sentire prima che qualcuno decida davvero di ascoltarci.
Carmela Fusco
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