La storia d’Italia è fisiologicamente piena di cambiamenti, ma nello scorrere del tempo si ripresentano secolari pilastri che consideriamo certezze acquisite. Alcune di queste sono in realtà vere e proprie piaghe sociali ed economiche che accettiamo per rassegnazione. Una su tutte, tra queste, è la questione meridionale; in altri termini l’arretratezza del Sud rispetto al Nord del Paese.
Già dagli albori dell’unità dello Stivale i vari governi hanno considerato “speciale” l’attenzione da dedicare allo sviluppo del Mezzogiorno. Le misure messe in campo per livellare la differenza di crescita tra i due poli italiani non hanno sostanzialmente dato evidenti risultati. Si pensi alla costante migrazioni di giovani studenti, lavoratori, famiglie dal Sud verso il Nord che ha caratterizzato i decenni del secolo scorso fino ad arrivare ai giorni più recenti.
Bisogna usare, a tal proposito, il termine “recenti” e non “contemporanei” dato che i numeri segnano un primo ma significativo cambio di direzione.
Stando al rapporto SVIMEZ 2025, infatti, il PIL del Sud Italia è cresciuto dell’1%, a fronte di una cresciuta pari allo 0,6% in riferimento alle regioni del Centro-Nord. Estendendo l’indagine agli ultimi cinque anni, notiamo che la forbice si allarga con un incremento pari all’8,5% di sviluppo per il Meridione rispetto al 5,8% del Settentrione.
In pratica, l’Italia post-pandemia ha segnato una cesura forse definitiva col passato e, ciò, definisce la riscrittura della nostra storia. Ma come è stato possibile?
Per rispondere a questa domanda bisogna rivolgere lo sguardo alla misura “speciale” del Pnrr, ovvero a quei fondi straordinari ottenuti dai Paesi UE per risollevare l’economia dopo il Covid-19. L’Italia, come è noto, è riuscita ad ottenere la fetta di torta più consistente e i tre governi che da allora si sono succeduti, prima a trazione centro-sinistra e poi a marchio centro-destra hanno compiuto un gesto rivoluzionario: destinare minimo 80 miliardi di euro a favore dello sviluppo delle imprese del Sud.
E qui tocchiamo il secondo fattore che segna la svolta epocale. Vero è che senza soldi, sostanzialmente, ogni progetto fallisce sul nascere. Ma è anche evidente che senza le competenze e prima ancora le idee il denaro finirebbe in malora. L’abilità di figure professionali operanti nel Mezzogiorno è stata l’aver applicato nel presente le pratiche del futuro.
Al Sud, infatti, si è deciso di puntare sull‘industria che verrà, quella manifatturiera, con un conseguente beneficio per il turismo che resta il vero motore dell’economia meridionale. A tal proposito, si nota che già prima della pandemia, ergo prima del Pnrr, il Sud aveva puntato con decisione su questi due settori, a differenza di un Nord legato ancora ad un tipo di industria più tradizionale.
Il jolly è rappresentato dalla tecnologia. Nell’epoca digitale è proprio il Sud il laboratorio di sviluppo delle nuove tecniche applicate alle aziende del futuro, operanti principalmente nei settori farmaceutici, ecologici ed aerospaziali. Si pensi che solo in Puglia 16 multinazionali tecnologiche hanno aperto nuove aziende, creando 5.000 posti di lavoro, spinti anche e soprattutto da costi di gestione più bassi rispetto al Nord.
Insomma, si fa ancora fatica a dirlo e a crederci ma per la prima volta nella storia dell’Italia unita il Sud è pronto a prendersi il ruolo di locomotiva, con buona pace di chi, da Cavour in poi, ha voluto dotare la nostra Penisola di un mezzo in cui la prima e la seconda classe erano, difatti, due treni separati. Oggi sappiamo che quei due treni possono unirsi e a noi che abitiamo da Campobasso in giù ci è concesso persino passare dalla seconda alla prima classe.
Felice Marcantonio
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