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La Basilicata è il giacimento petrolifero più importante d’Italia, e (quasi) nessuno lo sa. Tranne i francesi.

Cosa viene in mente all’italiano medio se dici: “Basilicata”? Immagini più o meno confuse, qualche montagna con un paesello minuscolo, vasti prati in fiore con qualche coltivazione di grano, i Sassi di Matera magari, qualcuno più astrusamente ti parlerà, sommariamente, di Maratea.
Ma quasi nessuno saprà dirti o men che meno pensare, che la Basilicata è il giacimento petrolifero più vasto ed importante del paese.
Effettivamente la maggior parte delle risorse petrolifere che l’Italia consuma e utilizza, proviene dalla Libia e da altri paesi tra il Maghreb e l’Asia Minore, e ça va sans dire, associamo il petrolio a quelle zone della Penisola Arabica dove attualmente la maggior parte del petrolio mondiale viene estratto e trasportato.

Ma già dalla seconda metà dell’Ottocento, in alcune zone dell’Italia meridionale (specificamente Basilicata e Calabria), si cominciò a ricercare e scavare dei piccoli giacimenti per sopperire alla crescente domanda di risorse di idrocarburi coinvolte nello sviluppo industriale dell’Italia postunitaria. Durante alcuni eventi, come le Esposizioni Universali nel 1878, vennero mostrate agli industriali europei più facoltosi alcune ampolle di petrolio provenienti dalla Basilicata, ma dal momento in cui all’epoca si dava più importanza alla gomma e al ferro, il possibile decollo economico dell’Italia meridionale venne ridimensionato e, infine, completamente dimenticato.

Facciamo un salto di circa 40 anni. Con la crisi energetica del 1978-1979, che investì tutta l’Europa, molti paesi cominciarono a ricercare risorse alternative, anche perché a causa delle molte guerre scoppiate nei paesi arabi e nei paesi del Golfo in quel periodo, il petrolio cominciò ad essere estratto e trasportato a costi elevatissimi. In Italia si ricominciò a ricercare risorse naturali nazionali che potessero, in qualche misura, contenere i costi e aumentare i benefici, producendo petrolio e gas naturali “made in Italy”. La scelta ricadde sui giacimenti, già parzialmente presenti, nella Val d’Agri (specificamente la zona intorno al comune di Viggiano, in provincia di Potenza) per estrarre gas e petrolio che potessero assicurare una produzione nazionale e colmare in parte i costi onerosi che hanno sempre contraddistinto il trasporto di tali prodotti.

Ma non potrebbe mai essere una vera storia italiana senza colpi di scena e sfortune varie. Il disastroso terremoto del 1980, le varie crisi politiche e sociali degli anni ’80 e ’90, fecero in parte tramontare i sogni di una produzione completamente nostrana. Ma questa storia si trasforma in un film thriller internazionale, dal momento in cui la Francia si insinua in questo racconto come un vicino ficcanaso.

L’ENI, che aveva in gestione sin dagli anni ’70 i giacimenti di Viggiano, negli anni ’90 sigla una partnership con la Total, un colosso francese che si occupa di estrazione e produzione di idrocarburi, assicurando la continua operatività degli stabilimenti nella zona di Viggiano, con l’onerosa e (secondo me, nda) inaccettabile richiesta di portare il 70% della ricchezza che ne deriva in Francia, e il restante 30% all’Italia. Tanto fu, che alla fine l’azienda francese la spunta, non prima di estenuanti lotte a livello legale e sindacale, destinando quindi i 2/3 dei proventi alla Francia.
Ci sono moltissimi lavoratori qualificati che lavorano ed operano nella zona della Val d’Agri, portando comunque un minimo vantaggio economico alla zona (soprattutto per quanto riguarda il mercato immobiliare e, in una certa misura, il ripopolamento di zone notoriamente spopolate), seppur votando il proprio lavoro ed esperienza ad un’azienda francese, piuttosto che ad una italiana.

C’è inoltre un altro aspetto fondamentale, l’ambiente. Molte zone agricole e proprietà di cittadini della Val d’Agri sono state riconvertite in zone di estrazione, per aumentare la capacità operativa della zona petrolifera più estesa d’Italia. Il prezzo che ne paghiamo è, conseguentemente, un esteso deturpamento delle zone boschive ed agricole, così come quelle montane e delle vallate circostanti, dove si continua a “bucherellare”, sperando che l’oro nero possa zampillare.
La questione dei giacimenti petroliferi della Val d’Agri tocca vari punti dolenti e sempre presenti nel nostro amato Meridione: la salvaguardia dell’ambiente, l’emergenza lavorativa e la conseguente emergenza economica. E’ pur vero che questo tipo di attività porta ricchezza e benessere, seppur limitato, a una zona che altrimenti sarebbe assolutamente povera e disabitata, ma è altresì vero che bisogna bilanciare tra il benessere economico (che comunque avvantaggia di più i nostri amati-odiati cugini d’oltralpe) e la salvaguardia del patrimonio ambientale, magari riutilizzando i capitali che provengono da questo mercato di idrocarburi per potenziare l’agricoltura, l’industria turistica e il patrimonio paesaggistico della zona della Val d’Agri.  

Intanto, si continua ad estrarre, e si aspetta pazientemente che i vari governi (locali, regionali e nazionali) possano beneficiare maggiormente dei proventi, al tempo stesso onorando e ammirando la popolazione locale che pazientemente, si china sui campi di grano sperando che non vengano azzerati da un altro giacimento..

Alessandro Fusaro

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