“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Recita così l’incipit della nostra Costituzione, più che mai attuale oggi, 2 giugno, Festa della Repubblica.
Mentre ricordiamo la svolta istituzionale post secondo conflitto mondiale come la più classica poesia imparata a memoria dalle scuole elementari, sarebbe opportuno fermarsi a riflettere proprio sulle prime, fondanti e fondamentali parole, messe nero su bianco dai nostri padri i quali logicamente auspicavano di passare dalla teoria alla pratica.
Ebbene, in 79 anni le buone intenzioni si sono un po’ perse per strada, anche se la propaganda politica attuale ci offusca mente ed occhi, portandoci in un mondo ideale realmente vissuto da pochi “eletti” o fortunati, che dir si voglia.
La nebbia di fronte a noi si fa più fitta se leggiamo i dati dell’occupazione riguardanti i primi mesi del 2025. Nel rapporto ISTAT si evidenziano numeri “da record“, mai toccati da 21 anni a questa parte (ovvero dal momento in cui è entrata in vigore la pratica di aggiornare l’archivio storico con una certa frequenza). Di conseguenza, anche la disoccupazione è scesa ai minimi storici, facendo pertanto gridare al “miracolo” più di qualche personaggio ben incravattato.
Ci sono poi altri numeri, volutamente omessi da chi è abituato a leggere la storia a modo proprio, che raccontano una realtà meno rosea. L’Italia, infatti, figura come il Paese con meno occupati di tutta l’area UE. Quanto poi all’occupazione femminile, se nel resto del continente sempre più donne possono dichiararsi indipendenti economicamente, entro i confini di casa nostra in molte sono ancora a casa, aspettando magari il ritorno di mariti e prole per onorare il proprio ruolo, esattamente come accadeva settanta/sessanta anni fa.
Come si spiega, pertanto, una tale discrepanza? Perché in Italia entriamo da papi e usciamo cardinali dall’Europa? Qualcuno ci sta mentendo per convenienza oppure siamo noi gli ignoranti di turno?
Rassicuro chi ci sta capendo ben poco; non siamo noi i pazzi! Una spiegazione c’è e logicamente possiamo rintracciarla.
Prendiamo in esame proprio i dati edulcorati e facciamoci delle domande (pratica sempre meno diffusa, purtroppo). Innanzitutto, perché l’occupazione cresce? Risposta: perché le aziende e i vari enti assumono. E perché ci sono tante assunzioni? Perché il costo del lavoro non è così alto, anzi. Gli stipendi medi, dunque, sono “da fame”. Parallelamente, però, aumenta l’inflazione, ergo acquistare i beni di prima necessità diviene più complicato.
L’altro punto chiave è la disoccupazione, anche questa in picchiata. Ci siamo chiesti il perché? In poche parole, ci sono realmente sempre più lavoratori oppure è aumentato, di parecchio, il numero di inattivi?
La categoria rappresentata da chi non ha un lavoro e nemmeno lo cerca spesso finisce nel dimenticatoio, forse perché fa’ comodo considerarla praticamente ininfluente. Eppure pesa sul giudizio oggettivo. A tal proposito prendiamo in esame la speciale classifica dell’Unione Europa, la quale colloca l’Italia in vetta per tasso di inattività. Ora, o a Bruxelles qualcuno ce l’ha proprio con noi oppure il marcio è in casa nostra. Scrutando un po’ tra le pieghe della vita vera (non quella raccontata dal piedistallo) la seconda opzione è più realistica.
Se inoltre pensiamo alla fascia d’età con più occupati, gli uomini adulti, beh, possiamo chiudere entro la cornice un quadro decisamente retrogrado.
Bisogna poi considerare una piaga che nemmeno il fantomatico progresso è riuscito a debellare. Il riferimento è a chi un lavoro comunque oggi ce l’ha, ma non sa se domani potrà dire altrettanto, persino della propria vita.
Nel primo trimestre dell’anno in corso i morti sul lavoro sono stati ben 210, con un aumento di quasi il 10% rispetto allo stesso periodo del 2024. A perdere la vita sono soprattutto stranieri che operano nel Mezzogiorno ed italiani over 50, anche se la cronaca ci ricorda giovani e giovanissimi segnati dallo stesso tragico destino.
Una magra consolazione è pensare al fatto che negli anni Duemila, in generale, le cosiddette “morti bianche” sono diminuite di gran lunga. A ciò risponderemo, anche un po’ indignati, che la media attuale di tre morti al giorno è inaccettabile!
Alla luce di quanto esposto, è bene mettere i proclami in cantina. Oggettivamente, l’Italia ad oggi è un Paese dove il lavoro non è un diritto garantito, ma da conquistare a fatica, da tenersi stretto senza dignità alcuna e con lo spettro di perderlo da un momento all’altro.
In questo 2 giugno, forse è opportuno guardare in faccia la realtà, nuda e cruda, riscrivendo amaramente l’incipit di una Costituzione tanto bella quanto utopistica grossomodo così: “L’Italia è una Repubblica, più o meno democratica, fondata su una nobile illusione: il lavoro“.
Felice Marcantonio
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