Categories:


La recente approvazione in prima deliberazione da parte del Senato del Disegno di Legge n. 1353, concernente l’ordinamento giurisdizionale e l’istituzione della Corte disciplinare, ha riacceso un dibattito fondamentale sull’indipendenza della magistratura italiana. Questa riforma, nota come “separazione delle carriere” tra magistrati giudicanti e requirenti, promette di ridisegnare profondamente l’assetto giudiziario del Paese. Tuttavia, al di là delle intenzioni dichiarate, è imperativo analizzare con spirito critico le potenziali conseguenze di tale provvedimento, specialmente in relazione al ruolo del Pubblico Ministero e all’autonomia dell’intera istituzione giudiziaria rispetto alla politica.

La Riforma in Dettaglio: Cosa Cambia?

Il DDL 1353 introduce modifiche strutturali significative.
L’approvazione della separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente rappresenta uno snodo cruciale per il sistema giudiziario italiano. La recente legge approvata dal Senato è destinata a cambiare radicalmente l’architettura costituzionale della giustizia, incidendo non solo su assetti interni della magistratura ma anche sull’equilibrio dei poteri, sull’indipendenza del pubblico ministero e più in generale sulla tenuta complessiva dello Stato di diritto.
Il fulcro della riforma è la distinzione netta tra la carriera dei magistrati che svolgono funzioni giudicanti (i giudici) e quella dei magistrati che svolgono funzioni requirenti (i pubblici ministeri). Questo si traduce in concorsi separati per l’accesso in magistratura sin dall’inizio delle rispettive carriere. Una volta intrapresa una delle due strade, il passaggio dall’una all’altra non sarà più possibile, salvo rare e specifiche eccezioni previste da una legge transitoria. L’obiettivo dichiarato è eliminare la “porta girevole” tra le funzioni, spesso percepita come fonte di possibili commistioni.

Un altro punto cardine è l’istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura (CSM): uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente. Ciascun Consiglio avrà competenze esclusive sulla carriera, la formazione e la disciplina dei rispettivi magistrati. Questa novità ridisegna la governance dell’autogoverno della magistratura. Infine, è prevista la creazione di una Corte Disciplinare autonoma, composta da membri estratti a sorte tra magistrati in quiescenza o professori universitari in materie giuridiche, incaricata di giudicare i procedimenti disciplinari a carico dei magistrati.
Tali modifiche richiedono e introducono variazioni a norme costituzionali, in particolare agli articoli 101, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione, evidenziando la portata e la complessità della riforma che incide su principi fondamentali dell’ordinamento italiano.

L’Indipendenza della Magistratura: Un Principio Cardine Costituzionale

La Costituzione italiana, nata dalla Resistenza e fondata sui principi di libertà e giustizia, attribuisce alla magistratura un ruolo cruciale e autonomo. L’articolo 101, comma 2, stabilisce che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”, sancendo il principio di soggezione esclusiva del giudice alla norma giuridica, senza interferenze esterne. L’articolo 104, comma 1, afferma che “la Magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, sottolineando la sua posizione di assoluta terzietà e imparzialità rispetto agli altri poteri dello Stato.
Questo principio è ulteriormente rafforzato dall’articolo 107, comma 1, che recita “i magistrati sono inamovibili”, garantendo la stabilità della loro funzione e proteggendoli da possibili pressioni.
La separazione delle carriere, sebbene presentata come un rafforzamento della terzietà del giudice, solleva interrogativi profondi sull’indipendenza del Pubblico Ministero. Se il PM dovesse divenire una figura gerarchicamente più dipendente dall’esecutivo, come temono i critici, si snaturerebbe il suo ruolo di garante della legalità e di ricerca della verità, compromettendo l’equilibrio tra accusa e difesa e, in ultima analisi, la stessa imparzialità del processo.
L’attuale sistema, con l’unità della carriera, garantisce che il PM, pur svolgendo una funzione diversa dal giudice, condivida con esso lo stesso status di indipendenza, fondamentale per l’esercizio imparziale dell’azione penale.

Montesquieu e la ‘Bocca della Legge’: Un Monito Attuale

Il pensiero di Charles-Louis de Secondat, Barone di Montesquieu, espresso ne “Lo spirito delle leggi”, è un pilastro della teoria della separazione dei poteri. Egli sosteneva che “chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere”. Montesquieu individuava tre poteri fondamentali: legislativo, esecutivo e giudiziario. Per quanto riguarda quest’ultimo, lo considerava “in qualche senso nullo” e “la bocca della legge”, intendendo che il giudice deve essere un mero applicatore della norma, senza alcuna discrezionalità o influenza esterna.
Questo concetto, se applicato rigorosamente, dovrebbe valere anche per il Pubblico Ministero, la cui funzione è strettamente legata all’applicazione della legge e alla ricerca della verità, senza condizionamenti politici.
La separazione delle carriere, se non attentamente bilanciata, rischia di allontanare il PM da questa visione montesquieuiana, rendendolo potenzialmente più permeabile a direttive politiche. Un Pubblico Ministero non pienamente indipendente, la cui carriera e progressione dipendano da logiche diverse da quelle strettamente giurisdizionali, potrebbe compromettere la sua autonomia decisionale e la sua capacità di agire “super partes” nell’interesse della giustizia.
Una separazione netta tra i due corpi rischia, secondo molta dottrina e la maggioranza della magistratura associata, di rendere il PM sempre più assimilabile al modello di “accusa” di tipo anglosassone, avvicinandolo alle logiche del potere esecutivo e quindi più permeabile alle pressioni della politica. In sostanza, il PM potrebbe non godere più dello stesso livello strutturale di indipendenza, diventando un organo non più terzo, ma subordinato nella prassi o nella percezione pubblica. La storia insegna che la concentrazione di potere, o la sua eccessiva frammentazione con dipendenze gerarchiche, può portare a derive autoritarie e a una giustizia non equa.

La Voce della Magistratura: Preoccupazioni e Strumentalizzazioni

L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha espresso forte preoccupazione per la riforma, definendola un tentativo di limitare l’autonomia dei magistrati e di indebolire il controllo di legalità che le Costituzioni affidano alla magistratura. L’ANM teme una gerarchizzazione della figura del Pubblico Ministero, che lo renderebbe più suscettibile a influenze dell’esecutivo, e una frammentazione della magistratura come corpo unico, indebolendone la capacità di contrapporsi agli altri poteri dello Stato. Queste critiche non sono infondate e riflettono il timore che la riforma possa essere una misura politica o di “ritorsione” piuttosto che una genuina riforma costituzionale.

La separazione come strumento di propaganda

È innegabile che il dibattito sulla separazione delle carriere sia stato, in alcuni contesti, oggetto di strumentalizzazione propagandistica. In un clima mediatico sempre più polarizzato, la separazione delle carriere è spesso presentata come la panacea di tutti i mali della giustizia o, di converso, come l’emblema della “normalizzazione” della toga. L’effetto distorsivo di tale propaganda è duplice: da un lato, si riduce la complessità del tema a slogan, dall’altro si rischia di compromettere l’oggettività della discussione pubblica, con il pericolo che riforme dal profondo impatto costituzionale vengano varate sull’onda di un consenso emotivo e non razionalmente ponderato.
La complessità della materia giuridica e costituzionale si presta facilmente a semplificazioni e a narrazioni polarizzate, che spesso ignorano le sfumature e le reali implicazioni per il sistema giudiziario. È fondamentale che il dibattito si mantenga su un piano tecnico-giuridico, basato su argomentazioni solide e non su slogan, per garantire che ogni modifica all’ordinamento giudiziario sia nell’interesse esclusivo della giustizia e dei cittadini.

Conclusioni: Un Equilibrio Delicato da Preservare

La separazione delle carriere, così come concepita nel DDL approvato dal Senato, rappresenta un cambiamento epocale per la magistratura italiana.
Se da un lato i sostenitori ne evidenziano i benefici in termini di terzietà del giudice, dall’altro le preoccupazioni relative all’indipendenza del Pubblico Ministero e alla frammentazione dell’ordine giudiziario sono legittime e meritano attenzione. La storia e la teoria costituzionale, da Montesquieu alla nostra Costituzione, ci insegnano che l’indipendenza della magistratura è un baluardo irrinunciabile per la democrazia e lo Stato di diritto. È essenziale che il percorso legislativo di questa riforma sia accompagnato da una riflessione profonda e da un confronto costruttivo, al fine di preservare l’equilibrio delicato che garantisce una giustizia equa e imparziale per tutti i cittadini.
Qualsiasi riforma che indebolisca l’autonomia del PM o la coesione della magistratura rischia di minare le fondamenta stesse del nostro sistema giudiziario, con conseguenze potenzialmente gravi per la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali.

©Elisabetta Costa

Comments are closed