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L’Italia si è fermata per la Palestina, per Gaza.

Il 22 settembre 2025 resterà una data impressa nella memoria. In decine di città italiane, migliaia di persone – giovani, donne e uomini, bambini – hanno riempito le strade per dire basta al massacro in corso a Gaza. Una mobilitazione che ha voluto opporsi al potere israeliano, a Netanyahu e al silenzio complice di chi, in nome di alleanze e interessi economici, ha preferito voltarsi dall’altra parte.

Quando la scuola prova a parlare

Pochi giorni prima dell’inizio dell’anno scolastico, a Brescia oltre 700 insegnanti di ogni ordine e grado si sono uniti nel gruppo “Docenti per il rispetto dei diritti umani in Palestina” redigendo un documento: https://isicast.edu.it/wp-content/uploads/2025/09/Documento-25agosto2025.pdf.

L’obiettivo: portare in approvazione, in sede di collegio docenti – l’organo deliberativo di vertice – “il manifesto” chiedendo la condanna dei crimini in corso in Palestina, unendo le voci in un pensiero comune, capace di andare oltre la politica e di esprimere unità e solidarietà.

Tra le proposte c’era anche quella di iniziare l’anno scolastico con un minuto di silenzio , per sensibilizzare studenti e colleghi sulla tragedia in corso e dare voce a chi non può difendersi.

L’iniziativa si è diffusa rapidamente in tutta Italia, da Nord a Sud, ma ha incontrato resistenze significative. Presidi di molte scuole, soprattutto a Bologna, hanno scelto di non aderire: solo due istituti hanno accettato. Un segnale inquietante, che dimostra come la solidarietà e la memoria possano diventare terreno “pericoloso” anche all’interno delle aule scolastiche, dove il compito dovrebbe essere proprio quello di educare alla consapevolezza, alla responsabilità e alla difesa dei diritti umani.

Gaza, la voce che non arriva

Mentre nelle nostre aule si discute se sia “opportuno” esporsi, a Gaza bambini, studenti e insegnanti non hanno più scuole. A Gaza è in corso un genocidio. Quartieri interi sono stati rasi al suolo, ospedali bombardati, intere famiglie ridotte alla fame e alla disperazione. Un minuto di silenzio non avrebbe risolto la tragedia, ma avrebbe avuto un enorme impatto, un enorme valore simbolico. L’approvazione del testo sarebbe servita a ricordare che l’umanità non ha confini politici e a sostenere un popolo che sta bruciando, gemendo, sparendo.

Cosa chiedono gli insegnanti?

I docenti, attraverso il documento, chiedono al Parlamento e al Governo italiano di condannare con fermezza i crimini di guerra israeliani, sospendere ogni invio di armi e collaborazione militare, politica ed economica con Israele, garantire il ritorno degli aiuti umanitari e l’apertura dei valichi sotto la supervisione delle agenzie ONU, riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina e promuovere una conferenza di pace internazionale.

Dalle classi alle piazze

L’unione tra la scuola e le piazze si è concretizzata proprio il 22 settembre. Migliaia di lavoratori, studenti e docenti hanno partecipato ai cortei, dimostrando che il silenzio può essere rotto e la solidarietà trasformata in azione.

In mezzo al chiasso delle manifestazioni, nella mente di chi ha assistito, resta l’immagine di un bambino che dorme sereno, cullato dalla madre che al contempo alza la voce per far sentire la sua protesta: un ritratto che ricorda quanto siano fragili e preziose tutte le infanzie, anche quelle di Gaza, dove la guerra nega pace e protezione anche ai più piccoli. Questo gesto silenzioso, immerso nel tumulto, diventa simbolo della responsabilità collettiva e della necessità di proteggere i più vulnerabili.

Libertà sotto assedio

La vicenda del minuto di silenzio e il rifiuto di molte scuole di approvare il documento evidenziano un paradosso inquietante: in un Paese democratico, avere cognizione dell’eccidio, dello sterminio di un popolo davanti al mondo intero dovrebbe essere naturale, e invece diventa terreno di censura preventiva, timore politico e conformismo. La scuola, che dovrebbe educare alla solidarietà, al pensiero critico e alla partecipazione attiva, rischia di piegarsi a logiche di prudenza e omertà.

Eppure, la mobilitazione nelle piazze e l’impegno dei docenti mostrano che la società non accetta più il silenzio. Circa 100.000 partecipanti, o forse di più, secondo le stime e a seconda delle fonti hanno preso parte ai cortei e manifestazioni in tutta la nazione. Il messaggio è chiaro: la memoria, la giustizia e la libertà non possono essere sospese, e l’educazione deve farsi carico di difendere i diritti umani, sempre e ovunque, anche quando la politica preferisce far finta di niente.

Facciamo sì che il grido di Gaza diventi la nostra voce.

Loredana Zampano

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