italia Archivi - La Voce del Sud https://www.lavocedelsud.org/tag/italia/ “Se si sogna da soli, è un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia. ” Tue, 28 Jul 2026 09:34:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.3 199277288 Incendi in Italia, perché minimizzare? https://www.lavocedelsud.org/incendi-in-italia-perche-minimizzare/ Tue, 28 Jul 2026 09:28:48 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9713 In Italia il fenomeno degli incendi è diventato un vero e proprio allarme che mette a rischio tante bellezze naturali di cui il nostro Paese gode. Davanti a tanta gravità il silenzio regna sovrano...

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In Italia il fenomeno degli incendi è diventato un vero e proprio allarme che mette a rischio tante bellezze naturali di cui il nostro Paese gode.

Da inizio anno gli ettari andati letteralmente in fumo superano le 12.000 unità. Le segnalazioni hanno superato quota 100, attestandosi ben oltre la media degli anni precedenti.

Nelle scorse settimane praticamente con cadenza giornaliera abbiamo avuto notizia di nuovi incendi, che hanno colpito soprattutto le zone turistiche per eccellenza. La Sardegna è ormai flagellata da due mesi a questa parte ed anche la Puglia, in particolare il Gargano, vede il fuggi fuggi dei bagnanti come la cartolina dell’estate 2026.

A contribuire al propagarsi di vere e proprie montagne di fuoco nelle nostre riserve naturali ci sono senza dubbio le eccezionali ondate di calore che si susseguono, sempre più estreme e sempre più prolungate.

Dietro a questa piaga sociale ed economica c’è, ovviamente, la mano dell’uomo che troppo spesso disdegna dal restare al proprio posto! La regia delle operazioni criminali resta occulta, anche se di facile interpretazione.

Eppure si continua a minimizzare. La routine prevede in questi casi valanghe di post sui social che esprimono sconcerto, indignazione, solidarietà alle zone colpite. Non c’è traccia, però, di azioni concrete per arginare l’azione criminale, ormai fuori controllo.

Si pensi che la classe politica ha addirittura dimenticato di sbandierare i soliti slogan ipocriti, non preoccupandosi nemmeno di salvare la reputazione, che in Italia vale quasi più dell’amore per la propria mamma…

Il silenzio regna sovrano, dunque, mentre ci stanno togliendo l’unico vanto di questo Paese: la bellezza del territorio.

Meditare non basta. La “chiamata alle armi” è d’obbligo. Quanto bisognerà aspettare perché ciò avvenga non ci è dato saperlo e, francamente, dietro l’angolo il buio è più nero del fumo che continua, inesorabilmente, ad alzarsi da Trieste in giù.

Felice Marcantonio

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Italiani mammoni: convenienza o necessità? https://www.lavocedelsud.org/italiani-mammoni-convenienza-o-necessita/ Mon, 29 Jun 2026 06:28:57 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9705 Italiani mammoni. Un binomio precostituito che, spesso, in sede di giudizio non fa i conti con la vita reale.

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Italiani mammoni. Una rima “baciata” ormai consegnata all’immaginario collettivo e che spesso viene rispolverata. Talvolta con tono ironico-sarcastico, altre volte per sottolineare un “problema” di natura culturale, sottolineato dalla solita ramanzina dei “maestri di vita”.

Ebbene sì, bisogna ammetterlo; la maggior parte dei giovani vive a casa dei propri genitori ben oltre il compimento della maggiore età, quando notoriamente ci si immette nella vita adulta e, quindi, si dovrebbe spiccare il volo con le proprie ali.

Se è vero, però, che esistono diversi casi di “mammoni patologici”, ovvero di ragazzi che non hanno alcuna intenzione di lasciare il “posto fisso” accanto alla propria mamma, vuoi per convenienza vuoi per paura, è altrettanto vero che in questa categoria sono coinvolti sempre più giovani che restano ancorati al seno materno per necessità, perché le ali tanto decantate si sono spezzate o, peggio, non si sono formate ancora.

Secondo i dati Eurostat 2025, in Italia mediamente si lascia la casa natia attorno ai 30 anni, quasi un decennio più tardi rispetto alla media europea. Dati che confermano la teoria degli italiani “figli di mammà”. Ma ci chiediamo cosa c’è dietro la pura statistica?

Proviamo ad analizzare la questione brevemente. Un altro sondaggio Eurostat sempre dello scorso anno ci dice che tra le cosiddette “grandi economie” il nostro Paese è all’ultimo posto per stipendi reali in base al potere d’acquisto.

Tradotto, in Italia si guadagna meno del resto del mondo e, di conseguenza, si può spendere decisamente meno. Pensando dunque al fatto che per uscire fisicamente ma soprattutto materialmente di casa serve una certa cifra è chiaro che in pochi possono ad oggi permettersi di farlo, a meno che non si punti a vivere letteralmente sotto i ponti.

Ecco quindi l’urgenza di ridimensionare il fenomeno “italiani mammoni”, analizzandolo da una prospettiva razionale, oggettiva.

Se la volontà non incontra l’opportunità, ergo se lo Stato non si adopera per stabilire le giuste condizioni, continueremo ancora a lungo ad avere tra le mani le solite chiavi che apriranno la solita porta di casa e, in fondo, daremo ragione a chi all’estero ci chiama mammoni, facendoci magari una bella risata su’ che suona tanto come la più classica rassegnazione.

Felice Marcantonio

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Disabilità in Italia: è una colpa? https://www.lavocedelsud.org/disabilita-in-italia-e-una-colpa/ Mon, 30 Mar 2026 18:10:03 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9675 Disabilità in Italia. Fondi stanziati e spariti, frasi vuote, persone effettivamente invisibili, Costituzione ignorata. Dov'è la colpa?

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Una voce decisamente più autorevole di chi sta scrivendo sosteneva che tutti gli essere umani sono tutti uguali, senza alcuna forma di discriminazione. Un concetto che, a ben vedere, non sempre si applica nella società modernamente “evoluta”. Un esempio lampante riguarda la sfera della disabilità in Italia.

Il nostro Paese si dice costantemente attento all’inclusione delle persone portatrici di handicap nel meccanismo sociale ed economico. A tal proposito non di rado ascoltiamo e leggiamo storie che realmente portano la nostra mente a concepire effettiva l’unità tra individui, indipendentemente dalle loro diverse “caratteristiche”. Si tratta, però, di casi riferibili nella maggior parte della casistica ad iniziative portate avanti autonomamente da singole persone o enti e che, quindi, non usufruiscono del contributo economico statale per portare avanti progetti tanto meritevoli che, a volte, finiscono poi sulla bocca dei governanti di turno a mo’ di bandierine elettorali.

Per il resto, ci si chiede, lo Stato italiano cosa fa realmente per tutelare ed integrare i disabili?

Il quadro che si prospetta è decisamente inquietante. I finanziamenti atti a garantire la fattibilità di misure concrete per le politiche in materia compiono un girotondo continuo nei meandri della burocrazia. Risultato? Gli enti locali sono a secco di liquidità ed ogni nobile intento resta solo su carta.

Non è tutto; nell’ultima manovra approvata dal Parlamento è stata stabilita una riduzione del fondo unico destinato a persone disabili pari a 15 milioni di euro (un’enormità!). Da registrare, poi, il mistero dei 28 milioni di euro stanziati per avviare diversi progetti su tutto il territorio nazionale che oggi sembrano polverizzati. La Conferenza delle Regioni ha inoltre evidenziato che alcuni fondi precedenti sono stati incorporati o addirittura abrogati.

Alla luce di questi dati alcune considerazioni vengono spontanee. Ci si chiede in primis chi ha usufruito di soldi pubblici, ergo messi a disposizione dai comuni cittadini attraverso i vari pagamenti dovuti allo Stato, destinati ad una specifica funzione sociale.

Si nota, altresì, il solito velo d’ipocrisia steso dalla classe dirigente pronta a sfilare al grido di “mai più discriminazioni” declinato anche nella variante “siamo tutti uguali”.

Veniamo, quindi, alla nuda e cruda realtà. In Italia i disabili sono persone non solo “diverse” ma praticamente invisibili. Aspetto ancor più grave, questa piaga non è tale a causa del cretino di turno che deride per strada chi ritiene “strano”, bensì la situazione è così triste per opera di chi rappresenta e tutela (in teoria) la nostra Costituzione, la stessa che al comma 2 dell’articolo 3 impegna, badiamo bene al verbo utilizzato, la Repubblica a rimuovere ogni ostacolo di carattere economico e sociale che impedisce il pieno sviluppo della persona.

Questo impegno delle istituzioni è più che mai sbiadito dietro a frasi vuote. Cercando, pertanto, di analizzare il dato di fatto, se oggi l’Italia considera la disabilità come una macchia da nascondere in fretta ed anche in maniera approssimativa, allora l’essere disabile può essere definita una colpa? Provocazione o meno, tornando al principio dell’uguaglianza, in oltre duemila anni è evidente che niente è stato fatto e in pochi possono vantarsi di essere, nel concreto, “umani”.

A tal proposito, risuonano come un manifesto di verità le parole pronunciate dal maestro Ezio Bosso il quale così si esprimeva: “Sono un uomo con una disabilità evidente in mezzo a tanti uomini con disabilità che non si vedono“.

Felice Marcantonio

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Morti in bicicletta: una strage silenziosa https://www.lavocedelsud.org/morti-in-bicicletta-una-strage-silenziosa/ Mon, 08 Sep 2025 09:21:30 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9510 L'Italia è al comando in Europa nella classifica poco onorevole delle morti in bicicletta. Tra silenzi prolungati il ciclismo chiede sicurezza e rispetto!

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La bicicletta, che meraviglia! In essa si congiungono tutte le linee della vita, dai rettilinei alle salite passando per le ondulazioni delle colline. Il ciclismo è la metafora più compiuta dello stare al mondo, indubbiamente. L’andare in bici, che sia a livello amatoriale o professionistico, dovrebbe essere considerato tra i diritti inalienabili dell’individuo, un piacere da custodire e da salvaguardare gelosamente. Una visione edulcorata se si pensa alla strage tanto evidente quanto silenziosa compiuta ogni anno sulle strade di tutta Italia.

Morti in bicicletta in Italia: i numeri

132 è il poco invidiabile numero di ciclisti morti nel nostro Paese nei primi sette mesi del 2025, riferisce l’Osservatorio ASAPS. Tradotto, si registra un incremento di vittime sulle due ruote pari al 21,8% rispetto allo stesso periodo del 2024.

Numeri a tripla cifra che possono essere facilmente elencati anche prendendo in esame gli anni addietro, in cui si è passati dai 197 decessi del 2023 ai 204 dello scorso anno. Dati che collocano l’Italia al comando di una classifica ben poco apprezzabile, quella delle morti in bicicletta in Europa.

Un colpevole silenzio…in assenza della legge

Ma come è possibile che tutto ciò venga considerato “normale”? Come è possibile che giornali e televisioni siano entrati in uno stato passivo d’accettazione di una vera e propria piaga sociale?

Eppure per decenni la culla del ciclismo è stata anche casa nostra; da Trieste in giù si sono formati corridori che hanno fatto la storia di questo sport, esempi per intere generazioni che oggi non si sentono al sicuro quando montano in sella ad una bici semplicemente per sentirsi vivi, per evadere dalla routine quotidiana.

Oggi un classico amatore non ha la certezza di tornare a casa in seguito ad una passeggiata in bicicletta e non ha nemmeno la garanzia o magra consolazione che la giustizia faccia il suo corso. Il nostro Paese non riconosce come reato le morti in bici, ma le cataloga in quel calderone ambiguo degli incidenti stradali, spesso addossando la responsabilità agli stessi ciclisti, troppo imprudenti per molti.

A lor signori giudicanti verrebbe da chiedere che colpa avesse Michele Scarponi quando il 22 aprile del 2017 venne travolto per le strade di casa mentre preparava il Giro d’Italia o che responsabilità poteva essere addossata ad Alex Zanardi quando un camion lo colpì nel 2020 e, più in generale, tutti quegli appassionati che coltivano una sana passione perché ne devono essere privati?

Lo Stato tace colpevolmente lasciando spazio all’ipocrisia e alla maliziosità di gente tanto saccente quanto ignorante.

Resta la passione

Le passioni, però, non vanno mai frenate e se nessuno è in grado di garantire un bene essenziale quale la sicurezza su strada i ciclisti se ne faranno una ragione perché da esperti conoscitori della vita sanno che le proprie predispozioni non vanno mai represse. A chi oggi si sente solo sulla propria bici, deriso dagli stupidi di turno, ignorato dalla massa si rivolga una frase pronunciata proprio da Michele Scarponi, la quale valga da stimolo affinché si pedali sempre più forte davanti ad una salita tanto ripida. Queste le parole della maglia rosa del 2011 che tante scalate ha saputo intraprendere con coraggio e sacrificio: “Correte in bici, divertitevi ed inseguite un sogno perché magari il sogno a volte si realizza“.

Felice Marcantonio

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La felicità non è un miraggio! https://www.lavocedelsud.org/la-felicita-non-e-un-miraggio/ Sat, 16 Aug 2025 09:33:07 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9499 La felicità è fatta di radici, non di rincorse!

Non è impossibile, ma smette di esserlo solo quando smettiamo di inseguirla come fosse un’illusione.

Quando iniziamo a coltivarla, giorno dopo giorno, in ciò che già siamo.

Sii presente. Sii vero. E la felicità verrà da sé.

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Di felicità si parla tanto, spesso troppo, come se fosse un oggetto da conquistare, un traguardo da tagliare o, peggio, una medaglia da esibire.

Eppure, più ne parliamo, più sembra allontanarsi.

Come un miraggio nel deserto, la felicità diventa sfuggente, irraggiungibile, quasi impossibile. Ma davvero lo è?

Dal punto di vista psicologico, la felicità è molto meno un’emozione passeggera e molto più un insieme di condizioni che si coltivano nel tempo.

Il professor Martin Seligman, padre della psicologia positiva, difatti ci dice che la felicità duratura si fonda su cinque pilastri: emozioni positive, coinvolgimento, relazioni significative, senso della vita e realizzazione.

Il famoso modello PERMA.

Nessuna formula magica, solo una serie di scelte e atteggiamenti mentali che possiamo (e dobbiamo) allenare.

Uno dei più grandi fraintendimenti sulla felicità è pensare che debba essere uno stato continuo.

Quando in realtà, la felicità vera è fatta di momenti. È un insieme di istanti consapevoli, non una condizione perpetua.

La psicologia infatti, ci mette in guardia da quella che viene definita “adattamento edonico”: anche quando otteniamo qualcosa che ci rende felici (una promozione, un amore, una casa nuova), con il tempo ci abituiamo, e il livello di felicità torna al punto di partenza.

E quindi? Cosa ci rende davvero felici?

Secondo numerose ricerche psicologiche, ci sono alcuni fattori chiave che contribuiscono a una vita soddisfacente:

  • Relazioni autentiche: sono il predittore più forte di benessere emotivo. Non servono mille amici, ne bastano pochi ma veri.
  • Gratitudine quotidiana: tenere un diario della gratitudine per ricordarci ogni giorno ciò che funziona nella nostra vita.
  • Senso di scopo: avere un perché, un obiettivo che dia significato alle nostre azioni.
  • Mindfulness: imparare a stare nel presente. Non è filosofia orientale, è scienza. Concentrarsi su ciò che si vive, senza giudizio, riduce stress e aumenta la soddisfazione

Viviamo in un mondo che ci insegna a desiderare sempre di più. Il confronto costante con gli altri, soprattutto attraverso i social, ci fa sentire sempre un passo indietro.

La felicità sembra sempre accadere altrove, nelle vite patinate degli altri.

Ma non vivere confrontandoti. Ascolta il tuo ritmo, la tua vita!

Lo psicologo Barry Schwartz ha coniato il termine “paradosso della scelta”: più opzioni abbiamo, più è difficile essere soddisfatti.

Non è l’assenza di possibilità a renderci infelici, ma l’eccesso. E la costante sensazione di poter aver fatto scelte migliori.

Ma la buona notizia? La felicità non è un traguardo, ma una pratica quotidiana.

Ecco alcuni consigli degli gli esperti per renderla “meno sfuggente”:

  1. Accettazione dell’imperfezione: smettiamo di pensare che per essere felici tutto debba andare bene. Accettare ciò che non possiamo controllare è liberatorio.
  2. Piccole gioie quotidiane: un caffè con un amico, una passeggiata al tramonto, un libro che ci fa riflettere. Allenarci a riconoscerle le trasforma in felicità concreta.
  3. Vivere in coerenza: essere allineati con i propri valori rende la vita più piena. Quando viviamo in disaccordo con ciò in cui crediamo, la felicità si spegne.
  4. Chiedere aiuto quando serve: la felicità non è una gara da soli. A volte, un terapeuta o una guida possono aiutarci a cambiare prospettiva.

E noi, nel Sud che sa di sole?

Chi vive in Puglia lo sa: la bellezza è ovunque. Ma non basta il mare per essere felici.

Serve consapevolezza. Tempo. Serve volontà di guardarsi dentro!

Magari iniziando dal silenzio di un uliveto o dal profumo del pane appena sfornato.

La felicità è fatta di radici, non di rincorse!

Non è impossibile, ma smette di esserlo solo quando smettiamo di inseguirla come fosse un’illusione.

Quando iniziamo a coltivarla, giorno dopo giorno, in ciò che già siamo.

Sii presente. Sii vero. E la felicità verrà da sé.

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Puglia in prima linea contro l’isolamento sociale: una legge per riportare i ragazzi alla vita! https://www.lavocedelsud.org/puglia-in-prima-linea-contro-lisolamento-sociale-una-legge-per-riportare-i-ragazzi-alla-vita/ Fri, 11 Jul 2025 14:51:53 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9465 La legge pugliese contro il ritiro sociale e l’abbandono scolastico non è solo un testo normativo:

è un invito alla comunità, alla scuola, ai genitori e agli operatori a ritrovarsi attorno a chi si è allontanato.

È un atto di empatia che, speriamo, possa restituire la vita, la socialità e l’amore per sé stessi a tanti altri ragazzi.

Perché nessuno, davvero, resti SOLO MAI dentro una stanza!

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La Puglia compie un gesto d’amore: nel giugno 2025, il Consiglio regionale ha approvato all’unanimità la legge regionale L.R. 8/25 dal titolo “Disposizioni in materia di ritiro sociale: Hikikomori.

Un atto politico, certo, ma soprattutto un abbraccio collettivo a quei giovani che oggi vivono retratti nella loro camera, lontani dalla scuola, dal lavoro e dalle necessarie relazioni umane.

Gli hikikomori – termine giapponese che letteralmente significa “stare in disparte” – rappresentano un fenomeno in crescita anche in Italia.

Secondo Orizzonte Scuola, ne restano segnate ben 150mila persone, tra giovani e adulti, vittime di una solitudine che ha radici spesso profonde: bullismo, traumi, ansia sociale o aspettative opprimenti.

Uno dei protagonisti della battaglia pugliese, il consigliere Vincenzo Di Gregorio (PD), ha voluto prima di tutto riconoscere che “le cause […] non si prestano a letture unilaterali di singoli saperi”, ma richiedono un approccio interdisciplinare.

Non basta dire che sono “pigri” o “dipendenti dai videogiochi”, ma spesso anime in difficoltà!

Frutto del lavoro del consigliere Di Gregorio e votata con parere favorevole unanime anche dalla VI Commissione, presieduta da Lucia Parchitelli.

La legge prevede un investimento iniziale di 230mila euro per il 2025. A questi fondi si aggiunge, per gli anni successivi fino al 2026, uno stanziamento di 280mila euro l’anno, a dimostrazione dell’impegno strutturale, non episodico, nei confronti del fenomeno.

L’impianto normativo mette al centro l’intesa con le scuole e con gli enti di formazione accreditati, affinché possano essere attivati interventi di individuazione precoce, presa in carico educativa, pedagogica e psicologica.

Il coinvolgimento della psicologia scolastica rappresenta una svolta importante, perché porta il sostegno direttamente là dove il disagio si manifesta.

Accanto alla scuola, entrano in gioco centri per l’impiego, terzo settore e servizio sanitario, con percorsi formativi e laboratoriali per accompagnare i giovani isolati nel mondo del lavoro.

Così il reinserimento non è solo un ritorno in classe, ma un passo verso l’autonomia.

Elemento chiave della legge è la nascita di una Consulta regionale sul ritiro sociale, incaricata di:

  • Monitorare il fenomeno regionale;
  • Evidenziare bisogni emergenti;
  • Verificare l’applicazione degli strumenti;
  • Proporre modifiche e riprogrammazioni.

Un organo inclusivo, che coinvolge istituzioni, scuole, enti, associazioni di famiglie e operatori socio-sanitari.

“Un gesto politico, ma prima ancora è un atto d’amore… Per quei figli che non parlano più. Per quei genitori che non sanno come aiutarli… Per quei docenti che vedono un banco vuoto e non sanno come riempirlo” ha dichiarato Lucia Parchitelli.

La vicepresidente della VI Commissione aggiunge parole che toccano il cuore: “In Puglia finalmente abbiamo detto basta all’invisibilità”. Quell’invisibilità che avvolge i ragazzi nel loro buio, nella loro paura del mondo.

 L’obiettivo non è solo fornire nuovi servizi, ma restituire dignità e speranza a persone che spesso si ritrovano invisibili ai “più”.

E non si può sapere quanto urgente fosse questo atto legislativo anche in futuro.

In Italia, si registra un aumento di casi di isolamento prolungato dopo il periodo pandemico. La strada è lunga, ma la Puglia ha compiuto un passo significativo. Con questa legge, la Puglia diventa la prima regione italiana – secondo Di Gregorio – a dotarsi di una normativa ad hoc per gli hikikomori. Un modello replicabile, perché universalmente necessario dove il disagio giovanile non può più essere ignorato.

Dietro ogni ragazzo isolato c’è una storia unica, spesso segnata da paura, incomprensione e dolore.

Ciò che serve ora è un presidio costante: già nella scuola, poi nei percorsi formativi e lavorativi, ma soprattutto nei piccoli gesti quotidiani.

Un insegnante che si accorge che uno studente cambia comportamento, un operatore che bussa alla porta di una famiglia in difficoltà, un coetaneo che invita al dialogo.

Perché, come ricorda la legge, se “loro non chiedono aiuto, dobbiamo essere noi a fare il primo passo”.

Inconclusione, la legge pugliese contro il ritiro sociale e l’abbandono scolastico non è solo un testo normativo:

è un invito alla comunità, alla scuola, ai genitori e agli operatori a ritrovarsi attorno a chi si è allontanato.

È un atto di empatia che, speriamo, possa restituire la vita, la socialità e l’amore per sé stessi a tanti altri ragazzi.

Perché nessuno, davvero, resti SOLO MAI dentro una stanza!

Myrea Francesca Fino

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Crescere dietro le sbarre: l’infanzia invisibile nelle carceri del Sud https://www.lavocedelsud.org/crescere-dietro-le-sbarre-linfanzia-invisibile-nelle-carceri-del-sud/ Wed, 02 Jul 2025 12:42:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9450 Dietro le mura delle carceri italiane esiste una realtà poco conosciuta, spesso ignorata: quella dei bambini che crescono in carcere con le loro madri detenute. Secondo la legge italiana, le madri possono tenere con sé i figli fino al compimento dei tre anni. Una misura pensata per garantire la continuità del legame affettivo nei primi […]

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Dietro le mura delle carceri italiane esiste una realtà poco conosciuta, spesso ignorata: quella dei bambini che crescono in carcere con le loro madri detenute. Secondo la legge italiana, le madri possono tenere con sé i figli fino al compimento dei tre anni. Una misura pensata per garantire la continuità del legame affettivo nei primi anni di vita. Tuttavia, vivere in un contesto carcerario significa crescere in un ambiente limitato, poco stimolante e spesso inadeguato ai bisogni dell’infanzia.

Il fenomeno riguarda l’intero territorio nazionale, ma assume caratteristiche particolari nel Sud Italia, dove le carenze strutturali e l’assenza di alternative reali rendono ancora più difficile garantire un ambiente idoneo allo sviluppo dei minori.

I bambini in carcere: un dato strutturale

Al 2024, secondo i dati forniti dal Ministero della Giustizia e da alcune associazioni di settore, si contano circa una trentina di bambini che vivono stabilmente all’interno di istituti penitenziari italiani. La maggior parte di loro si trova nelle sezioni nido delle carceri o negli ICAM (Istituti a Custodia Attenuata per detenute Madri), strutture introdotte con la legge 62 del 2011, nate per offrire un ambiente meno detentivo, pur restando nell’ambito della restrizione.

Gli ICAM, però, sono pochi – attualmente sei in tutta Italia – e la loro distribuzione geografica è fortemente sbilanciata: quasi tutti si trovano al Nord. Di conseguenza, nel Sud la maggior parte dei bambini vive all’interno delle sezioni nido dei penitenziari ordinari, che spesso non sono attrezzate per rispondere adeguatamente alle esigenze di crescita dei piccoli ospiti.

Il caso del Sud: criticità diffuse e poche alternative

In Campania, ad esempio, la struttura carceraria femminile di Pozzuoli ha ospitato nel tempo madri con bambini piccoli, in un contesto in cui la detenzione resta molto simile a quella degli adulti. Mancano spazi verdi, aree gioco dedicate, personale formato specificamente per l’infanzia. In altri casi – come nel carcere di Lauro o in alcune strutture pugliesi e calabresi – le madri detenute si trovano ad affrontare la maternità in condizioni di scarsa assistenza, con interventi minimi da parte dei servizi sociali.

Un altro elemento critico è l’assenza, nel Sud, di strutture alternative alla detenzione come le case-famiglia protette, previste anch’esse dalla legge ma poco sviluppate. Questo comporta che, in assenza di alternative, la madre sia costretta a tenere il figlio in carcere oppure a separarsene, affidandolo ad altri familiari o ai servizi sociali.

Le conseguenze per i bambini

Crescere in carcere significa vivere in uno spazio chiuso, regolato da orari rigidi, con possibilità di contatto sociale molto limitate. I bambini in carcere non hanno accesso regolare ad asili, attività educative all’esterno o interazioni con coetanei. Il rischio è quello di uno sviluppo psicologico rallentato, segnato da un ambiente non pensato per il gioco, la scoperta e l’interazione sociale.

A ciò si aggiunge lo stigma: bambini invisibili agli occhi delle istituzioni e della società, ma che spesso pagano in prima persona il peso di una condizione che non hanno scelto.

Cosa prevede la legge e cosa manca

La legge 62/2011 ha rappresentato un passo avanti importante. Ha introdotto gli ICAM e previsto la possibilità di usufruire di misure alternative alla detenzione per le madri con figli piccoli, come gli arresti domiciliari o l’affidamento in case-famiglia. Tuttavia, l’applicazione concreta di queste norme è disomogenea sul territorio nazionale.

Nel Sud, le strutture alternative sono poche e il ricorso a misure meno restrittive è spesso ostacolato da una carenza di risorse e da una rete di servizi sociali non sempre pronta ad accogliere e accompagnare la madre e il bambino in un percorso fuori dal carcere.

Alcune associazioni – come Bambinisenzasbarre, attiva anche in Campania – lavorano per tutelare il diritto alla genitorialità e alla continuità affettiva, ma il loro intervento, pur fondamentale, non può sostituire un’azione strutturata da parte delle istituzioni.

Un tema di responsabilità collettiva

La detenzione delle madri con bambini è una realtà che impone una riflessione collettiva. I bambini non dovrebbero mai essere considerati “ospiti tollerati” in un contesto penitenziario. La loro presenza richiede una presa in carico integrata, che metta al centro il loro diritto a crescere in un ambiente sano, stimolante e libero da condizionamenti negativi.

Garantire loro un’infanzia dignitosa, anche in situazioni di fragilità familiare, non è solo un dovere delle istituzioni, ma un indicatore della maturità civile di una società.

Chiara Vitone

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L’Italia è una Repubblica… fondata sul lavoro? https://www.lavocedelsud.org/litalia-e-una-repubblica-fondata-sul-lavoro/ Mon, 02 Jun 2025 09:13:34 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9405 "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro". Così recita l'incipit della nostra Costituzione, forse amaramente da riscrivere in un 2 giugno di 79 anni dopo.

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“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Recita così l’incipit della nostra Costituzione, più che mai attuale oggi, 2 giugno, Festa della Repubblica.

Mentre ricordiamo la svolta istituzionale post secondo conflitto mondiale come la più classica poesia imparata a memoria dalle scuole elementari, sarebbe opportuno fermarsi a riflettere proprio sulle prime, fondanti e fondamentali parole, messe nero su bianco dai nostri padri i quali logicamente auspicavano di passare dalla teoria alla pratica.

Ebbene, in 79 anni le buone intenzioni si sono un po’ perse per strada, anche se la propaganda politica attuale ci offusca mente ed occhi, portandoci in un mondo ideale realmente vissuto da pochi “eletti” o fortunati, che dir si voglia.

La nebbia di fronte a noi si fa più fitta se leggiamo i dati dell’occupazione riguardanti i primi mesi del 2025. Nel rapporto ISTAT si evidenziano numeri “da record“, mai toccati da 21 anni a questa parte (ovvero dal momento in cui è entrata in vigore la pratica di aggiornare l’archivio storico con una certa frequenza). Di conseguenza, anche la disoccupazione è scesa ai minimi storici, facendo pertanto gridare al “miracolo” più di qualche personaggio ben incravattato.

Ci sono poi altri numeri, volutamente omessi da chi è abituato a leggere la storia a modo proprio, che raccontano una realtà meno rosea. L’Italia, infatti, figura come il Paese con meno occupati di tutta l’area UE. Quanto poi all’occupazione femminile, se nel resto del continente sempre più donne possono dichiararsi indipendenti economicamente, entro i confini di casa nostra in molte sono ancora a casa, aspettando magari il ritorno di mariti e prole per onorare il proprio ruolo, esattamente come accadeva settanta/sessanta anni fa.

Come si spiega, pertanto, una tale discrepanza? Perché in Italia entriamo da papi e usciamo cardinali dall’Europa? Qualcuno ci sta mentendo per convenienza oppure siamo noi gli ignoranti di turno?

Rassicuro chi ci sta capendo ben poco; non siamo noi i pazzi! Una spiegazione c’è e logicamente possiamo rintracciarla.

Prendiamo in esame proprio i dati edulcorati e facciamoci delle domande (pratica sempre meno diffusa, purtroppo). Innanzitutto, perché l’occupazione cresce? Risposta: perché le aziende e i vari enti assumono. E perché ci sono tante assunzioni? Perché il costo del lavoro non è così alto, anzi. Gli stipendi medi, dunque, sono “da fame”. Parallelamente, però, aumenta l’inflazione, ergo acquistare i beni di prima necessità diviene più complicato.

L’altro punto chiave è la disoccupazione, anche questa in picchiata. Ci siamo chiesti il perché? In poche parole, ci sono realmente sempre più lavoratori oppure è aumentato, di parecchio, il numero di inattivi?

La categoria rappresentata da chi non ha un lavoro e nemmeno lo cerca spesso finisce nel dimenticatoio, forse perché fa’ comodo considerarla praticamente ininfluente. Eppure pesa sul giudizio oggettivo. A tal proposito prendiamo in esame la speciale classifica dell’Unione Europa, la quale colloca l’Italia in vetta per tasso di inattività. Ora, o a Bruxelles qualcuno ce l’ha proprio con noi oppure il marcio è in casa nostra. Scrutando un po’ tra le pieghe della vita vera (non quella raccontata dal piedistallo) la seconda opzione è più realistica.

Se inoltre pensiamo alla fascia d’età con più occupati, gli uomini adulti, beh, possiamo chiudere entro la cornice un quadro decisamente retrogrado.

Bisogna poi considerare una piaga che nemmeno il fantomatico progresso è riuscito a debellare. Il riferimento è a chi un lavoro comunque oggi ce l’ha, ma non sa se domani potrà dire altrettanto, persino della propria vita.

Nel primo trimestre dell’anno in corso i morti sul lavoro sono stati ben 210, con un aumento di quasi il 10% rispetto allo stesso periodo del 2024. A perdere la vita sono soprattutto stranieri che operano nel Mezzogiorno ed italiani over 50, anche se la cronaca ci ricorda giovani e giovanissimi segnati dallo stesso tragico destino.

Una magra consolazione è pensare al fatto che negli anni Duemila, in generale, le cosiddette “morti bianche” sono diminuite di gran lunga. A ciò risponderemo, anche un po’ indignati, che la media attuale di tre morti al giorno è inaccettabile!

Alla luce di quanto esposto, è bene mettere i proclami in cantina. Oggettivamente, l’Italia ad oggi è un Paese dove il lavoro non è un diritto garantito, ma da conquistare a fatica, da tenersi stretto senza dignità alcuna e con lo spettro di perderlo da un momento all’altro.

In questo 2 giugno, forse è opportuno guardare in faccia la realtà, nuda e cruda, riscrivendo amaramente l’incipit di una Costituzione tanto bella quanto utopistica grossomodo così: “L’Italia è una Repubblica, più o meno democratica, fondata su una nobile illusione: il lavoro“.

Felice Marcantonio

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Come ci arrivo a fine mese? Il caso italiano https://www.lavocedelsud.org/come-ci-arrivo-a-fine-mese-il-caso-italiano/ Mon, 28 Apr 2025 09:38:48 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9367 Come ci arrivo a fine mese? Una domanda chiave per l'italiano medio, pur con le dovute differenze regionali. Il quesito, però, potrebbe essere ben presto un altro...

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La vita è un dono, ci dice la religione. Vivere è un diritto, ci ripete il governante di turno. Farlo con dignità è sancito dalla nostra Costituzione. Passando però dalla teoria alla pratica scopriamo che essere presente su questo Pianeta non è così scontato e che la vita, tutto sommato, ha un costo. La domanda più ricorrente è infatti: “Come ci arrivo a fine mese?”. Questo quesito è indubbiamente il grattacapo che tedia ogni cittadino adulto, ovviamente con inevitabili differenze. Queste sono dovute non solo al tipo di lavoro svolto (ammesso che se ne abbia uno), ma anche alla diversa collocazione geografica dei singoli.

Dove si vive meglio, dunque? Molto prosaicamente dove, mediamente, il portafoglio di ognuno risulta più pieno (o meno vuoto) a fine mese.

Dove il portafoglio è più vuoto?

A tal proposito è stata stilata una classifica da parte di autorevoli voci del settore (Jobpricing e Livingcost.org) che prende in esame le venti regioni italiane.

Ebbene se non sorprendente, scorrendo la graduatoria dall’alto verso il basso, l’ultimo posto della Lombardia (soli 215 euro in tasca per milanesi e soci), né la terzultima posizione del Lazio (287 euro), la prima “sorpresa” riguarda la Sardegna, 19esima. Come è possibile trovare un’isola incastonata tra le due “superpotenze”?

Il “caso” Sardegna

Doveroso è quindi specificare il criterio seguito per comporre questa classifica; il principio di fondo si basa sul confronto tra gli stipendi medi netti di ciascuna regione (considerati lungo un arco temporale di un anno) e il costo della vita che sottintende svariate spese (affitti, utenze, trasporti, spese alimentari, ecc.).

Deduttivamente, dunque, nel caso specifico della Sardegna si riterrà che cagliaritani e simili percepiscono uno stipendio non sufficiente a far fronte ai rincari dei prezzi, allo stesso modo di lombardi e laziali che pure, soprattutto per i primi, godono proverbialmente di una qualità di vita maggiore e di possibilità lavorative decisamente migliori. Si dirà, quindi, che tutto il mondo, o meglio tutta l’Italia, è paese.

Le altre sorelle del Mezzogiorno

Per la cronaca, guardando ancora a Sud, elencheremo sempre nella parte destra della classifica ed in rigoroso ordine ascendente, Campania, Basilicata, Calabria e Puglia. In queste quattro regioni si dirà che l’equilibrio è più stabile e che l’acqua non è proprio alla gola.

Chi respira a pieni polmoni, volgendo lo sguardo verso l’alto è la Sicilia, collocata al sesto posto. Evidentemente, pur caratterizzata costantemente da secolari piaghe, soprattutto nell’ultimo decennio la regione dove batte sempre il sole ha letteralmente fatto propria la sua definizione.

L’anomalia Piemonte – Lombardia

Distonia tra vicini che riscontriamo non solo per le due isole, ma anche per i poli economici principali di questo Paese; si pensi, infatti, al quarto posto del Piemonte rapportato, per l’appunto, all’ultimo della Lombardia. Questo scarto così evidente è decisamente una notizia!

Dove si vive meglio in Italia?

Riprendendo la domanda a monte, dove si vive meglio? In Umbria. Il cuore verde d’Italia è infatti al comando di questa classifica con ben 642 euro restanti nel portafoglio del cittadino medio. Non sorprenda questo dato; è empiricamente provato, infatti, che abitare a Perugia e dintorni significa vivere nel senso più compiuto del termine.

Ci arriveremo a fine mese?

Man mano che ci allontaniamo, però, dall’unico vero “locus amoenus” italiano, il punto chiave non è vivere ma sopravvivere.

Secondo l’Eurostat, infatti, nell’ultimo ventennio vivere in Italia è diventato quasi la metà più costoso. Oggi il 64% delle famiglie dichiara di arrivare con difficoltà a fine mese.

Dati impressionanti e quasi sconcertanti che fanno adirare chi scrive, chi legge ma soprattutto chi ogni giorno pensa a come arrivare a fine mese, quesito che da qui a poco potrebbe essere sostituito da un punto interrogativo ancora più inquietante: “Ci arriveremo a fine mese?”.

Felice Marcantonio

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L’esuberanza: tra benefici psicologici e potenziali insidie https://www.lavocedelsud.org/lesuberanza-tra-benefici-psicologici-e-potenziali-insidie/ Sat, 26 Apr 2025 12:35:22 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9346 E' importante mantenere un equilibrio, riconoscendo e accettando anche le emozioni negative come parte integrante dell'esperienza umana.

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L’esuberanza, intesa come manifestazione di gioia, entusiasmo e vitalità, può influenzare significativamente la vita quotidiana e il benessere psicologico delle persone.

Secondo la teoria dell’ampliamento e della costruzione delle emozioni positive di Barbara Fredrickson, queste emozioni ampliano il repertorio di pensiero e azione, favorendo lo sviluppo di risorse personali durature come resilienza, creatività e relazioni sociali solide.  

Tuttavia, un’esuberanza eccessiva può presentare aspetti negativi.

Uno studio pubblicato su Newsweek mette in guardia contro la “tirannia del pensiero positivo”, sottolineando come l’insistenza nel mantenere un atteggiamento ottimista possa portare a sentimenti di colpa e ansia in coloro che faticano a conformarsi a queste aspettative.

NB. Storicamente, figure come Alessandro Magno incarnano l’esuberanza con tutte le sue sfumature.

La sua spinta conquistatrice portò sì, a straordinarie espansioni territoriali, ma contrariamente anche a conflitti incessanti e a una vita segnata dall’instabilità emotiva.​

Nella vita quotidiana, l’esuberanza può manifestarsi in comportamenti come la ricerca di nuove esperienze e l’interazione sociale attiva.

Tuttavia, è importante mantenere un equilibrio, riconoscendo e accettando anche le emozioni negative come parte integrante dell’esperienza umana.

Questo approccio evita l’ottimismo forzato e promuove una visione più realistica e sana del benessere psicologico.

Ma RICORDA, il valore assoluto in questa VITA è ESSERE SÉ STESSO e LIBERO,

ma SEMPRE e SOLO, nel rispetto di TUTTO quello che ti accoglie e circonda!

Myrea Francesca Fino

LINK INTERNI:

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Barbara Fredrickson: la funzione delle emozioni positive – Psicologia

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