La bicicletta, che meraviglia! In essa si congiungono tutte le linee della vita, dai rettilinei alle salite passando per le ondulazioni delle colline. Il ciclismo è la metafora più compiuta dello stare al mondo, indubbiamente. L’andare in bici, che sia a livello amatoriale o professionistico, dovrebbe essere considerato tra i diritti inalienabili dell’individuo, un piacere da custodire e da salvaguardare gelosamente. Una visione edulcorata se si pensa alla strage tanto evidente quanto silenziosa compiuta ogni anno sulle strade di tutta Italia.
Morti in bicicletta in Italia: i numeri
132 è il poco invidiabile numero di ciclisti morti nel nostro Paese nei primi sette mesi del 2025, riferisce l’Osservatorio ASAPS. Tradotto, si registra un incremento di vittime sulle due ruote pari al 21,8% rispetto allo stesso periodo del 2024.
Numeri a tripla cifra che possono essere facilmente elencati anche prendendo in esame gli anni addietro, in cui si è passati dai 197 decessi del 2023 ai 204 dello scorso anno. Dati che collocano l’Italia al comando di una classifica ben poco apprezzabile, quella delle morti in bicicletta in Europa.
Un colpevole silenzio…in assenza della legge
Ma come è possibile che tutto ciò venga considerato “normale”? Come è possibile che giornali e televisioni siano entrati in uno stato passivo d’accettazione di una vera e propria piaga sociale?
Eppure per decenni la culla del ciclismo è stata anche casa nostra; da Trieste in giù si sono formati corridori che hanno fatto la storia di questo sport, esempi per intere generazioni che oggi non si sentono al sicuro quando montano in sella ad una bici semplicemente per sentirsi vivi, per evadere dalla routine quotidiana.
Oggi un classico amatore non ha la certezza di tornare a casa in seguito ad una passeggiata in bicicletta e non ha nemmeno la garanzia o magra consolazione che la giustizia faccia il suo corso. Il nostro Paese non riconosce come reato le morti in bici, ma le cataloga in quel calderone ambiguo degli incidenti stradali, spesso addossando la responsabilità agli stessi ciclisti, troppo imprudenti per molti.
A lor signori giudicanti verrebbe da chiedere che colpa avesse Michele Scarponi quando il 22 aprile del 2017 venne travolto per le strade di casa mentre preparava il Giro d’Italia o che responsabilità poteva essere addossata ad Alex Zanardi quando un camion lo colpì nel 2020 e, più in generale, tutti quegli appassionati che coltivano una sana passione perché ne devono essere privati?
Lo Stato tace colpevolmente lasciando spazio all’ipocrisia e alla maliziosità di gente tanto saccente quanto ignorante.
Resta la passione
Le passioni, però, non vanno mai frenate e se nessuno è in grado di garantire un bene essenziale quale la sicurezza su strada i ciclisti se ne faranno una ragione perché da esperti conoscitori della vita sanno che le proprie predispozioni non vanno mai represse. A chi oggi si sente solo sulla propria bici, deriso dagli stupidi di turno, ignorato dalla massa si rivolga una frase pronunciata proprio da Michele Scarponi, la quale valga da stimolo affinché si pedali sempre più forte davanti ad una salita tanto ripida. Queste le parole della maglia rosa del 2011 che tante scalate ha saputo intraprendere con coraggio e sacrificio: “Correte in bici, divertitevi ed inseguite un sogno perché magari il sogno a volte si realizza“.
Felice Marcantonio
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