Una voce decisamente più autorevole di chi sta scrivendo sosteneva che tutti gli essere umani sono tutti uguali, senza alcuna forma di discriminazione. Un concetto che, a ben vedere, non sempre si applica nella società modernamente “evoluta”. Un esempio lampante riguarda la sfera della disabilità in Italia.
Il nostro Paese si dice costantemente attento all’inclusione delle persone portatrici di handicap nel meccanismo sociale ed economico. A tal proposito non di rado ascoltiamo e leggiamo storie che realmente portano la nostra mente a concepire effettiva l’unità tra individui, indipendentemente dalle loro diverse “caratteristiche”. Si tratta, però, di casi riferibili nella maggior parte della casistica ad iniziative portate avanti autonomamente da singole persone o enti e che, quindi, non usufruiscono del contributo economico statale per portare avanti progetti tanto meritevoli che, a volte, finiscono poi sulla bocca dei governanti di turno a mo’ di bandierine elettorali.
Per il resto, ci si chiede, lo Stato italiano cosa fa realmente per tutelare ed integrare i disabili?
Il quadro che si prospetta è decisamente inquietante. I finanziamenti atti a garantire la fattibilità di misure concrete per le politiche in materia compiono un girotondo continuo nei meandri della burocrazia. Risultato? Gli enti locali sono a secco di liquidità ed ogni nobile intento resta solo su carta.
Non è tutto; nell’ultima manovra approvata dal Parlamento è stata stabilita una riduzione del fondo unico destinato a persone disabili pari a 15 milioni di euro (un’enormità!). Da registrare, poi, il mistero dei 28 milioni di euro stanziati per avviare diversi progetti su tutto il territorio nazionale che oggi sembrano polverizzati. La Conferenza delle Regioni ha inoltre evidenziato che alcuni fondi precedenti sono stati incorporati o addirittura abrogati.
Alla luce di questi dati alcune considerazioni vengono spontanee. Ci si chiede in primis chi ha usufruito di soldi pubblici, ergo messi a disposizione dai comuni cittadini attraverso i vari pagamenti dovuti allo Stato, destinati ad una specifica funzione sociale.
Si nota, altresì, il solito velo d’ipocrisia steso dalla classe dirigente pronta a sfilare al grido di “mai più discriminazioni” declinato anche nella variante “siamo tutti uguali”.
Veniamo, quindi, alla nuda e cruda realtà. In Italia i disabili sono persone non solo “diverse” ma praticamente invisibili. Aspetto ancor più grave, questa piaga non è tale a causa del cretino di turno che deride per strada chi ritiene “strano”, bensì la situazione è così triste per opera di chi rappresenta e tutela (in teoria) la nostra Costituzione, la stessa che al comma 2 dell’articolo 3 impegna, badiamo bene al verbo utilizzato, la Repubblica a rimuovere ogni ostacolo di carattere economico e sociale che impedisce il pieno sviluppo della persona.
Questo impegno delle istituzioni è più che mai sbiadito dietro a frasi vuote. Cercando, pertanto, di analizzare il dato di fatto, se oggi l’Italia considera la disabilità come una macchia da nascondere in fretta ed anche in maniera approssimativa, allora l’essere disabile può essere definita una colpa? Provocazione o meno, tornando al principio dell’uguaglianza, in oltre duemila anni è evidente che niente è stato fatto e in pochi possono vantarsi di essere, nel concreto, “umani”.
A tal proposito, risuonano come un manifesto di verità le parole pronunciate dal maestro Ezio Bosso il quale così si esprimeva: “Sono un uomo con una disabilità evidente in mezzo a tanti uomini con disabilità che non si vedono“.
Felice Marcantonio
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