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Per noi bimbetti siciliani i festeggiamenti per l’arrivo della Pasqua iniziavano già quando le nostre premurose ( e a tratti terrificanti! ) catechiste con largo anticipo ci annunciavano che toccava a noi quell’anno decorare l’altare maggiore.

E credetemi non potevano darci notizia più lieta! A casa con impegno ( e fra le urla e gli scappellotti dei nostri genitori ) ci prendevamo allora cura dei nostri semini di lenticchia al buio, speranzosi di veder spuntare da quel terriccio bagnato i primi germogli, piccoli e timidi come li allora nostri sogni d’infanzia.

E che festa era poi sistemare i risultati delle nostre “fatiche” sull’altare ricoperto da candide lenzuola gareggiando con i nostri amici finti esperti di botanica, neanche fosse l’esposizione mondiale di qualche rara o antica pianta.

Ma l’eccitazione saliva all’arrivo della Settimana Santa!

I più “grandicelli” o chi aveva il padre o il fratello maggiore nell’ambito, la mattina della Domenica delle Palme, li potevi intravedere nei lati della strada da cui sarebbe passata la processione intenti a vendere per pochi spicci le palme e gli ulivi da loro sapientemente intrecciati con le loro ancora tozze dita da ragazzi.

Noi altri seguivamo invece la processione, che solitamente accompagnava un figurante ( ma certe volte anche un prete temerario! ) sul dorso di un asinello infastidito dalle urla e dagli schiamazzi della folla fino in chiesa, tra il fruscio delle palme e i tocchi delle campane.

Seguiva poi il Giovedì Santo con la “lavanda dei piedi” ( anche quest’ultima rappresentata da ottimi attori / figuranti che a confronto le controfigure dei film di Tarantino potevano farsi da parte ), mentre il “clou” si raggiungeva con le celebrazioni del Venerdì Santo, strazianti e toccanti fino a far piangere il cuore anche del credente più scettico che magari si presentava in chiesa solo per le feste comandate, ed accompagnate sempre da canti e lunghe veglie con ceri.

Ed ancora riesco a vedermi, piccola ed innocente, stretta alla mano della nonna, mentre seguivo con lei il fercolo contenente la statua in cera di un sofferente Gesù, mentre mi chiedevo, nell’ingenuità dei miei ancora pochi anni, chi glielo avesse fatto fare a patire tutto quello.

Comunque, neanche a trent’anni so darmi ancora una risposta, ma questa è un’altra storia…

Torniamo a noi.

E mentre in tutta la Sicilia le funzioni e le “rappresentazioni” in questo periodo dell’anno si sprecano seguendo un copione più o meno uguale, se vogliamo invece parlare delle leccornie che accompagnano questa settimana ci sono però delle nette differenze tra provincia e provincia.

Io vi parlerò di quelle che hanno rappresentato la mia infanzia e l’infanzia di molti come me nati a Catania e provincia.

Sicuramente a voi che magari sentite per la prima volta pronunciare il termine “cuddura cu l’ovu” ( o “acceddu cu l’ovu” in base da dove si viene ), magari queste semplici parole messe insieme tra di loro non evocheranno nulla, ma chi come me è cresciuto sotto le sottane di una nonna che per dimostrarti tutto il suo affetto ti chiedeva ogni volta che ti vedeva “ A nunnuzza hai mangiato? ”, evoca odori e sapori che mai più ritroverà nella vita.

Evoca immagini di tozze dita di bimba immerse in un burroso e morbido impasto, evoca le forme bizzarre create dalle nuvole di farina che prendevano forma quando la nonna batteva con i pugni nel tavolo, evoca il sapore dei dolci e variopinti confettini che servivano a decorare la ormai cotta cuddura.

Le origini di questo dolce guarnito da uova sode e riprodotto nelle forme più varie ( la mia nonna era solita dargli la forma di colombe e cestini ) si perde nella notte dei tempi ( si crede addirittura che il termine “cuddura” derivi dal greco antico), che si evoluto insieme alla Sicilia stessa ( anticamente infatti la frolla da cui ora è composto era invece sostituita dall’impasto del pane ). Nonostante ciò l’uovo però ne è stato sempre l’ingrediente principale, bollito e posto al centro del dolce, in numero sempre dispari ma che aumentava in base all’importanza della persona che lo avrebbe ricevuto in dono.

Per ultimo ( ma non per importanza sia chiaro! ) voglio spendere due paroline in ricordo del caro e triste ( triste per me, perché lo vedevo così carino da non riuscire mai a mangiarlo, consegnandolo così alle bramosie di mio padre, meno sensibile di me e per fortuna! ) agnellino di pasta reale.

Ed era carino davvero, riprodotto sempre in ginocchio e circondato da frutta martorana, bandiere e simboli rappresentanti la Pasqua.

Anche la sua storia è antica ( si dice che per la prima volta a prepararlo furono delle suore di un convento di Favara a fine ottocento ) e la sua ricetta per molti anni si è tramandata solo oralmente giungendo fortunatamente fino a noi e guadagnandosi anche l’onore di una sagra tutta a lui dedicata, nel comune di Favara.

Ed è proprio in occasione di una data di quest’ultima che il nostro agnellino ( se così possiamo continuare a chiamarlo! ) si aggiudica un primato tutto suo: un pasticcere ne realizza uno da 202 kg, entrando a far parte così nei Guinness dei Primati!

Vi ho raccontato così cari lettori di tempi lontani, di nonne che impastavano per i nipotini quando ancora la tradizione dell’uovo di cioccolato non era giunto fino a noi, di lunghe veglie e pennichelle schiacciate attendendo la scampanata di mezzanotte stipati in scomodi banchi di legno, ma soprattutto vi ho raccontato di una Sicilia autentica ( che potete rivivere anche voi in piccolo, prendendo parte alle molteplici sagre organizzate in lungo e in largo in tutta la nostra isola. Da non perdere in questo periodo ad esempio quella organizzata a San Biagio, nel comune di Agrigento, dove si ha l’usanza di decorare le strade del paese con variopinti ed elaborati “Archeggiati di Pasqua” ) che vive ancora nei ricordi dei tanti bimbetti cresciuti tra le urla e i buffetti dei propri nonni.

Federica Leonardi

illustrazione di Ilaria Longobardi (@dallamiap.arte)

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