Una laurea alla memoria, una ferita collettiva

Messina, 23 ottobre 2025.
Nell’Aula Magna del Rettorato, durante una cerimonia gremita e silenziosa, l’Università Degli Studi di Messina conferisce la laurea alla memoria alla famiglia di Sara Campanella, studentessa di Tecniche di laboratorio biomedico. Sara è stata uccisa il 31 marzo 2025, in pieno giorno, a pochi passi dal Policlinico “Gaetano Martino” dove stava svolgendo il suo tirocinio: aveva ventidue anni.
Da quel giorno, camminare per la città significa percepire un’assenza che rimbomba.
Poi sono arrivati i fiori, le fiaccolate, le aule universitarie: le iniziative cittadine che le hanno dedicato momenti di silenzio, cortili, piazze.
La pergamena che porta il nome di Sara, appare essere segno e ferita, insieme: un atto di amore e un atto d’accusa, rivolto a una società che sa commemorare ma non prevenire.
Perché Sara Campanella – come Lorena Quaranta, uccisa nel 2020 a Furci Siculo, come Giulia Cecchettin, Giulia Tramontano, Ilaria Sula, Pamela Genini, Jessica Stappazzollo Custodio de Lima – non doveva diventare un nome da ricordare, ma una vita da continuare.
Le loro esistenze dovevano restare carne, voce, futuro, non materia di commemorazione. Le loro vite avrebbero dovuto scorrere, non arrestarsi per diventare monito.
E quindi, appare lecito domandarsi: a che serve la memoria se non si traduce in azione?

Il diritto penale come placebo sociale

Parlare di femminicidio senza cedere all’enfasi emotiva richiede chiarezza metodologica: occorre distinguere tra il valore simbolico delle norme e la loro reale efficacia preventiva.
Negli ultimi anni la risposta istituzionale ha privilegiato interventi penalistici di grande effetto mediatico; il nuovo disegno di legge che innalza il profilo sanzionatorio di talune condotte ne è emblema.
La legge n. 69 del 2019, il cosiddetto Codice Rosso, ha accelerato i tempi delle indagini e inasprito le pene. Poi, il 7 marzo 2025, il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge che introduce il delitto autonomo di “femminicidio”, prevedendo l’ergastolo obbligatorio per chi uccida “una donna in quanto donna”.
In apparenza, un passo avanti.
In realtà, come sottolineano alcuni tra i più autorevoli penalisti italiani, è l’ennesimo esempio di diritto penale simbolico. Giovanni Fiandaca, già ordinario di Diritto penale all’Università di Palermo, lo definisce un diritto “che serve più a rassicurare che a prevenire”: un linguaggio legislativo che placa l’allarme sociale, ma non incide sulle cause del male.
Anche Massimo Donini, ordinario a Modena e Reggio Emilia, parla di populismo penale: la tendenza dei governi moderni a produrre nuove fattispecie per rispondere alle emozioni collettive, sacrificando il rigore tecnico e la funzione rieducativa della pena. Il nuovo reato di femminicidio, infatti, presenta profili problematici: termini come “atto di odio” o “discriminazione” violano il principio di tassatività, lasciando margini interpretativi incompatibili con l’art. 25 della Costituzione. L’ergastolo obbligatorio contrasta con l’art. 132 del codice penale, che affida al giudice la discrezionalità nella commisurazione della pena.
Ecco il paradosso: il diritto penale, nato come extrema ratio, diventa strumento di propaganda, bandiera politica da sventolare sulle tragedie.

I numeri, i volti, le omissioni

Il quadro delle vittime recenti rende drammaticamente concreto il dilemma teorico.
Le statistiche ministeriali mostrano un dato costante: nel 2024, 125 donne sono state uccise in Italia; nei primi dieci mesi del 2025, i casi hanno già superato quota 100. Dati che non si piegano al desiderio di speranza. I reati aumentano nonostante le pene più severe, i processi più rapidi, i provvedimenti cautelari più rigidi. Nel frattempo, la realtà quotidiana racconta fallimenti concreti: braccialetti elettronici rimossi, divieti di avvicinamento violati, denunce rimaste nei cassetti.
Il caso di Jessica Stappazzollo, uccisa dal compagno già sottoposto a sorveglianza elettronica, è solo l’ultimo di una serie che mette a nudo l’inadeguatezza dei mezzi di controllo. Non è solo una questione ex post, ma una carenza sistemica di risorse, formazione e coordinamento. Perché ogni strumento, anche il più evoluto, richiede un apparato umano che lo faccia funzionare: personale formato, tempi certi, comunicazione tra procure e forze dell’ordine, protezione reale delle vittime.

L’educazione negata

I casi di Giulia Cecchettin e di Giulia Tramontano — tra i più eclatanti degli ultimi anni per ferocia e risonanza mediatica — hanno sollevato il tema del rapporto tra punizione esemplare e prevenzione sociale; la loro eco ha prodotto condanne severe ma non ha arrestato la sequenza delle tragedie.
La storia di Lorena Quaranta, uccisa nel 2020 e ricordata nel tessuto sociale e giudiziario per il profilo processuale che ne seguì, è un’ulteriore tessera del mosaico che testimonia come la repressione da sola non sia argine sufficiente.
Se le pene non bastano, dove concentrare lo sguardo?
La riflessione sociologica ci aiuta: secondo la sociologa Anna Simone, il fenomeno esprime la «vendetta» di strutture maschili in crisi, un residuo di possesso che si trasforma in violenza quando la relazione, la libertà o il rifiuto incrinano antichi schemi di dominio. La diagnosi non è rassicurante: siamo davanti a matrici culturali che il codice non corregge, perché il codice interviene quando l’atto si è già consumato.
Eppure, mentre si invoca la certezza della pena, si smantellano gli strumenti della prevenzione.

Ed un’occasione mancata

Il 16 ottobre 2025, la Commissione Cultura della Camera ha approvato un emendamento che vieta l’introduzione dell’educazione affettiva e sessuale fino alle scuole medie, e la subordina al consenso scritto dei genitori per le superiori. Le motivazioni addotte parlano di “tutela della potestà genitoriale” e di difesa da una presunta “ideologia gender”.
Ma di cosa, in realtà, stiamo proteggendo i nostri ragazzi? Dalla conoscenza del consenso, del rispetto, del corpo, delle emozioni? Li proteggiamo dalla realtà, lasciandoli nelle mani di quella “educazione alternativa” che arriva dallo smartphone, dalla pornografia, dai social.
Le statistiche parlano chiaro: secondo un rapporto di Save the Children, solo il 47% degli adolescenti italiani ha ricevuto un’educazione sessuale o affettiva a scuola. Gli altri imparano da internet, dove il corpo femminile è spesso oggetto, non soggetto; il rifiuto è sfida, non diritto. E così, mentre proclamiamo “mai più”, stiamo costruendo una generazione che cresce senza strumenti per comprendere sé stessa né l’altro.
La verità, amarissima, è che non si può pretendere di arginare la violenza senza educare alla relazione.
Oggi il problema è più ampio: è una società incapace di gestire il fallimento, maschile e femminile, affettivo e professionale. Viviamo in un mondo iper-competitivo, dove l’identità è costruita sul successo e il possesso.
Quando l’amore finisce, l’io crolla ed in troppi casi, trascina con sé l’altro.
Il femminicidio non è solo l’ultimo rifugio del patriarca, ma anche il sintomo di un analfabetismo emotivo diffuso. Perché non basta punire i colpevoli; bisogna insegnare a non diventarlo.

L’eredità, oltre il simbolo

Non è dunque questione di scegliere tra pena e prevenzione, ma di orchestrare entrambe con sobrietà e lungimiranza. La solennità del rito commemorativo deve trasformarsi in impegno operativo: investimenti nelle scuole, formazione degli insegnanti e degli operatori sociali, potenziamento dei centri antiviolenza, protocolli che funzionino davvero (anche tecnologicamente) quando servono. La retorica dell’ergastolo può confortare il sensibile, ma non sostituisce la fatica educativa che costruisce uomini e donne capaci di gestire la frustrazione senza ricorrere all’annichilimento dell’altro.
Sara, oggi, è un nome inciso in una pergamena.
Ma era — ed è — una di noi: una ragazza che sognava una vita semplice, una professione, un futuro.
La sua assenza ci chiede di guardare non soltanto alle leggi che scriviamo, ma al mondo che coltiviamo.
Ogni volta che ci limitiamo a commemorare, rinunciamo a cambiare.
E forse, la vera giustizia che le dobbiamo non è un nuovo reato nel codice, ma un nuovo modo di stare insieme. Uno in cui “non una di meno” non sia più un grido di protesta, ma una condizione naturale.

©A cura di Elisabetta Costa.

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