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Da piccola amavo il Natale. Lo amo tutt’ora, è chiaro, ma quando si è bambini si sa che tutto ha un sapore diverso.

In Sicilia abbiamo la tradizione dei presepi, l’albero di Natale è arrivato solo successivamente, importato dai tanti amici “stranieri” che hanno invaso la nostra bella isola e chi come me è siciliano fin dentro le ossa non lo sente tutt’ora proprio “suo suo”. Praticamente costruiamo presepi ovunque e con i materiali più disparati. Non è difficile trovarne qualcuno dentro le botti del vino o nelle giare dell’olio e molti vecchietti prima di smontare quello dell’anno in corso hanno già in mente come allestire quello dell’anno venturo. E’ un modo per coinvolgere i nipotini, per avvicinare più generazioni e, perché no, anche per fare uno sgarbo al vicino di casa che immancabilmente sosterrà che il suo è più bello, anche se si sa che questa non è un’abitudine solo siciliana, ma diffusa in più regioni.

E del nostro cibo ne vogliamo parlare? Se chiudo gli occhi posso ancora sentire la dolcezza che le frittelle ripiene di ricotta mi lasciavano nelle mia allora tozze dita da bimba. Frittelle ricavate ovviamente dall’impasto avanzato delle varie scacciate che invadevano le nostre tavole la sera della vigilia e che le nostre nonne, per renderle ancora più gustose, ricoprivano di bianco zucchero che puntualmente ci ritrovavamo ovunque: dalla cima dei capelli ai lacci delle scarpe.

Ma il ricordo che mi scalda più il cuore è “U Zuccu” della vigilia. “Cos’è lo Zuccu?”, vi starete chiedendo voi, amici non siciliani. Lo Zucco non è nient’altro che un enorme fuoco accesso tutt’ora in molte piazze della nostra bella isola, le quali vengono abbellite per l’occasione con ghirlande e lucine varie. E’ una tradizione vecchia come la Sicilia stessa e che per noi simboleggia tante cose, dalla nostra amata “mamma Etna” alla purificazione a cui aspiriamo tutti la Vigilia di Natale.

Per noi bimbetti era una festa imperdibile. Intorno al fuoco si riuniva infatti tutto il paese, con l’immancabile zampognaro che ci distribuiva, tra una nenia e l’altra, dolcetti e caramelle, che puntualmente consumavamo di nascosto dai nostri genitori, i quali ancora ci rimproveravano per la quantità di frittelle divorate in precedenza.

Lo Zuccu era (e lo è tutt’ora per chi come me continua a rispettare la tradizione) simbolo di “attesa”; l’attesa del sedersi a tavola insieme ai nonni e agli zii, delle immancabili tombole e giocate a carte, della nascita del Bambinello e sì, anche di lui, Babbo Natale. Perchè si sa che l’attesa a volte è più bella del momento stesso e non c’è niente di più emozionante del Natale visto con gli occhi di un bambino che attende.

Federica Leonardi

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