Con la quarta stagione, Màkari conferma la sua identità di una delle fiction italiane più solide e riconoscibili del panorama televisivo. Dal debutto nel 2021, la serie tratta dai romanzi di Gaetano Savatteri ha saputo ritagliarsi un posto speciale nel cuore del pubblico grazie al carisma del protagonista Saverio Lamanna (Claudio Gioè), all’ironia intelligente dei dialoghi e a una Sicilia viva, reale, mai stereotipata.
Questa nuova stagione – andata in onda su Rai 1 tra ottobre e novembre 2025 – consolida la formula vincente, pur cercando di aggiungere qualche sfumatura in più: meno azione, più introspezione; meno “giallo” puro, più riflessione personale e sociale.
Un equilibrio maturo tra mistero e umanità
Il segreto del successo di Màkari non sta tanto nei casi di cronaca nera che Saverio si trova a indagare, quanto nel modo in cui quelle indagini diventano specchi del suo mondo interiore. Ogni mistero è occasione per riflettere su ciò che siamo, su quanto la verità possa ferire e guarire allo stesso tempo, e su come il passato non smetta mai di bussare alla porta.
La Sicilia non è solo lo sfondo: è la lente attraverso cui leggere questi temi. Ogni caso, ogni incontro, ogni paesaggio diventa simbolo di un conflitto tra radici e cambiamento, tra verità e segreto, tra libertà e destino.
Un protagonista che evolve con il suo pubblico
Claudio Gioè si conferma il perno emotivo della serie. Il suo Saverio Lamanna ha perso un po’ dell’ironia spavalda dei primi tempi, ma ha guadagnato in profondità. È più fragile, più umano, e forse proprio per questo più vicino a chi lo segue da anni.
Accanto a lui torna Domenico Centamore nei panni dell’inseparabile Peppe Piccionello, la spalla perfetta, ironica e saggia, ancora una volta capace di riportare Lamanna – e la serie stessa – con i piedi per terra. La loro amicizia resta uno dei motori narrativi più sinceri della fiction: autentica, non retorica, sempre intrisa di umanità.
Sul fronte sentimentale, invece, la stagione introduce nuove tensioni e riflessioni: l’amore tra Saverio e Suleima (Ester Pantano) affronta la distanza e la trasformazione, mentre la comparsa di Michela (Serena Iansiti) apre un nuovo fronte emotivo che non si riduce al classico triangolo amoroso.
La serie riesce, almeno in parte, a evitare i cliché: non interessa tanto “chi sceglierà” Saverio, quanto “che uomo vuole essere” di fronte a ciò che la vita gli propone.
Una Sicilia protagonista e mai cartolina
Se c’è un elemento che continua a rendere Màkari una delle produzioni italiane più riconoscibili, è l’uso del territorio. La Sicilia occidentale non è un fondale pittoresco ma un vero personaggio, vivo, complesso, a tratti contraddittorio.
Dalle strade di Trapani ai sentieri della Magna Via Francigena, la regia di Monica Vullo e la fotografia di Davide Manca catturano una luce che sa essere dolce e crudele allo stesso tempo. È la Sicilia del vento, della pietra, dei colori bruciati, delle case sospese tra il mare e la memoria.
Temi e direzioni: l’identità come indagine
Questa stagione è attraversata da un filo rosso chiaro: la ricerca di identità.
Lamanna indaga su delitti, ma il suo vero caso è se stesso. Scopre verità che lo obbligano a rimettere in discussione tutto – dal suo rapporto con Suleima al legame con la presunta figlia Arianna – e ogni scoperta, come nei migliori romanzi di formazione, non porta certezze ma nuove domande.
Il messaggio di fondo è semplice ma potente: conoscere la verità non basta, bisogna decidere cosa farne. E in questo senso Màkari diventa una serie adulta, consapevole, capace di parlare a un pubblico trasversale.
Non si limita a raccontare “chi ha ucciso chi”, ma prova a dire qualcosa su come viviamo, su quanto ci sia di fragile nelle nostre convinzioni, su come l’amore e la memoria plasmino la nostra idea di giustizia.
Un finale che non chiude, ma apre
Il finale di stagione – senza entrare nei dettagli – lascia un senso di sospensione, più emotiva che narrativa. Alcuni nodi trovano soluzione, altri restano volutamente aperti. È una scelta coerente con lo spirito della serie, che non cerca di chiudere tutte le porte ma di suggerire che la vita, come le indagini di Lamanna, è un continuo processo di scoperta.
Il pubblico si divide: c’è chi avrebbe voluto risposte più nette, e chi invece apprezza la delicatezza con cui la storia lascia spazio all’immaginazione. Di certo, la chiusura lascia presagire la possibilità di un seguito, ma anche la consapevolezza che Màkari ha ormai raggiunto una sua maturità narrativa.
Conclusione: una serie che ha trovato la propria voce
Màkari 4 è la conferma che la fiction italiana può raccontare il territorio e la contemporaneità con onestà e leggerezza, senza rinunciare alla profondità.
È una serie che non urla, che non cerca la spettacolarità, ma che riesce a emozionare per sottrazione.
Nel panorama televisivo spesso dominato da format internazionali e ritmi frenetici, Màkari resta una piccola eccezione: un racconto lento, umano, ironico, in cui il mistero serve a parlare della vita.
Non è perfetta – qualche sbavatura di ritmo, un po’ di prevedibilità, qualche dialogo troppo didascalico – ma ha un’anima, e questo oggi non è poco.
E forse il suo segreto sta proprio lì: Màkari è una serie che non vuole stupire, vuole restare. Come il mare di San Vito Lo Capo che chiude ogni puntata: un orizzonte che promette sempre un nuovo inizio.
Federica Leonardi
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