Dalla Riviera dei Fiori ai porti di Genova e Vado Ligure, la Liguria è ormai da decenni un crocevia strategico per le organizzazioni criminali. A dominare la scena è la ’ndrangheta calabrese, storicamente radicata sul territorio, ma negli ultimi anni si assiste a una crescente presenza di gruppi criminali albanesi, sempre più integrati nei circuiti illegali, spesso in alleanza con i clan italiani.
La ‘ndrangheta in Liguria: radici profonde e nuovi assetti
La penetrazione della ’Ndrangheta in Liguria inizia già negli anni Cinquanta, quando diverse famiglie calabresi, soprattutto dell’area jonica e reggina, si insediano nella regione. I primi movimenti furono legati ai confinamenti giudiziari di boss della Piana di Gioia Tauro, come Santo Corio, trasferiti a nord per motivi di sorveglianza.
Nel tempo, però, questi insediamenti si sono trasformati in vere e proprie locali autonome, con una delle più importanti che ha sede a Ventimiglia, sul confine italo-francese. Il suo raggio d’azione si estende a Bordighera, Sanremo, Taggia e Diano Marina.
Il 2012 segna un passaggio storico: Ventimiglia e Bordighera vengono sciolte per infiltrazioni mafiose — i primi casi in Liguria. A confermare la gravità della situazione fu la Direzione Investigativa Antimafia (DIA), che nella sua relazione del 2016 indicava chiaramente i settori economici infiltrati: edilizia, trasporti, giochi e scommesse, rifiuti.
La ’ndrangheta ligure presenta inoltre una particolarità organizzativa: la cosiddetta “camera di compensazione”, una sovrastruttura che coordina le locali liguri e del basso Piemonte, facilitando i collegamenti anche con i gruppi attivi in Costa Azzurra.
Secondo le stime, le locali attive in Liguria sono tra le tre e le quindici, a seconda delle fonti: per l’ex presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione sono cinque, mentre la DIA ne individua tre principali: Genova, Lavagna e Ventimiglia.
Savona e la “Cava dei veleni”: l’impronta dei clan
La provincia di Savona è dominata da alcune storiche ’ndrine come Gullace, Fameli, Fotia e Fazzari. Questi ultimi sono al centro del caso noto come la “Cava dei veleni” a Borghetto Santo Spirito, dove a partire dal 1995 sarebbero stati interrati rifiuti tossici. Un crimine ambientale che conferma come le mafie operino anche nell’ecomafia e nello smaltimento illecito dei rifiuti.
Genova e Vado: i porti come snodi del crimine
I porti liguri, in particolare quelli di Genova e Vado Ligure, sono ai vertici nazionali per quantità di eventi criminali rilevati. Qui, come in molti altri scali italiani, le attività illecite godono di una protezione mafiosa silenziosa che agevola traffici e occultamenti.
Le operazioni più recenti nel 2024 parlano di sequestri importanti di droga, merci contraffatte, sigarette di contrabbando e, in misura minore, rifiuti pericolosi e reati finanziari. L’import-export rappresenta quindi una vera e propria arteria economica illegale, alimentata da una logistica efficiente e da complicità ben radicate.
L’infiltrazione albanese: la mafia silente che cresce
Parallelamente all’espansione calabrese, la Liguria è diventata terreno fertile anche per le mafie albanesi. Si tratta di una criminalità più discreta, meno violenta nelle manifestazioni pubbliche, ma altrettanto pericolosa per la sua struttura transnazionale e la capacità di mimetizzarsi in settori legali come edilizia, ristorazione e commercio.
Numerose attività sorte “dal nulla”, con facciata rispettabile e narrativa imprenditoriale positiva, si sono rivelate in realtà strumenti per il riciclaggio di denaro, alimentato soprattutto dal traffico di droga.
’Ndrangheta e albanesi: alleanze e connessioni globali
Non è raro che tra ’ndrine calabresi e gruppi albanesi si creino alleanze operative, soprattutto per la gestione del narcotraffico. I porti liguri sono un punto di snodo cruciale, grazie alla facilità di collegamento via mare e alla vicinanza con le rotte internazionali.
A rafforzare queste collaborazioni c’è anche la presenza di emissari del narcotraffico sudamericano, provenienti da Ecuador e Colombia, che forniscono la materia prima: cocaina ed eroina. Il vincolo tra queste organizzazioni è mantenuto saldo da un sistema di intimidazione e fidelizzazione, basato sulla minaccia costante e sulla divisione dei profitti.
I reati principali e le modalità operative
Le attività criminali gestite dai gruppi albanesi includono:
- Traffico internazionale di stupefacenti
- Sfruttamento della prostituzione e tratta di esseri umani
- Spaccio e distribuzione locale
- Riciclaggio e reati finanziari
- Reati contro il patrimonio (furti, rapine)
- Estorsione, seppur meno diffusa
Questi gruppi operano secondo una logica cellulare e familiare, con reti snelle ma efficienti, capaci di adattarsi rapidamente e di operare su scala europea. I clan albanesi si affidano a corrieri, intermediari, e spesso utilizzano attività lecite come copertura, tra cui locali notturni, autofficine, agenzie di trasporto e negozi.
La risposta dello Stato: contrasto e cooperazione internazionale
La lotta a questi fenomeni vede impegnate tutte le principali forze dell’ordine: DIA, DDA, Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, spesso in collaborazione con le autorità europee e balcaniche.
Le strategie principali includono:
- Sequestro e confisca dei patrimoni
- Smantellamento delle reti di importazione e spaccio
- Monitoraggio dei porti e dei movimenti internazionali
- Accordi bilaterali per l’estradizione e la cooperazione giudiziaria
Una rete criminale meno visibile, ma ancora presente
La criminalità organizzata in Liguria non ha il volto dei tempi passati. Non si manifesta con sparatorie o intimidazioni plateali, ma si insinua nelle pieghe dell’economia, della logistica e della società, mantenendo un profilo basso ma una presenza costante e strutturata.
La sfida oggi è intercettare le alleanze transnazionali, bloccare i flussi di denaro e merci, e rafforzare la cultura della legalità, anche in territori in cui le mafie, per troppo tempo, sono state percepite come lontane.
Elena Zullo
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