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Mentre i cronoprogrammi entrano nella fase decisiva e i grandi cantieri di ReStart Scampia avanzano tra demolizioni e nuove costruzioni, con interventi che andranno avanti per tutto il 2026, c’è una Napoli che non ha avuto bisogno di attendere collaudi ufficiali per iniziare a cambiare volto.

È quella dei giovanissimi che vivono tra il Lotto U e le strade di Miano. Qui, dove la rigenerazione urbana rischiava di restare un concetto astratto, gruppi di ragazzi hanno iniziato a intervenire in modo diretto: presenza quotidiana, pulizia degli stessi spazi, ritorno costante sugli stessi punti. Non atti isolati, ma continuità.

Scampia: la sfida dei Ragazzi della Cianfa

Il cuore del racconto è nella “Cianfa”, uno dei luoghi simbolo dell’isolamento dentro Scampia. Qui prende forma Ragazzi Cianfa 2026. Il riferimento al 2026 porta inevitabilmente alla mente alle trasformazioni istituzionali in corso, ma il senso è un altro: non aspettare.

I ragazzi si muovono nei loro rioni, individuano gli spazi abbandonati, li ripuliscono e tornano sugli stessi punti nei giorni successivi. È così che angoli lasciati all’incuria diventano luoghi utilizzati, frequentati, difesi. Non chiedono autorizzazioni, si riprendono lo spazio. Il loro.

È una “scugnizzeria” diversa, che non cerca modelli esterni ma costruisce un rapporto diretto con il territorio. Il decoro urbano diventa pratica quotidiana, la riappropriazione degli spazi un’azione concreta, visibile.

Oltre i confini: Marianella e il Rione Janfolla

Il fenomeno non resta confinato. Si estende lungo la periferia nord, dall’8G ai 7 Palazzi fino alla 33, attraversando contesti diversi ma con la stessa dinamica: bambini e adolescenti che trasformano spazi abbandonati nei loro campi di gioco.

A Marianella piccoli gruppi di ragazzi portano avanti un lavoro “semplice” ma costante: pulizia, presenza, controllo informale. Tornano sugli stessi spazi, li rendono frequentabili, li sottraggono all’abbandono.

Sono ragazzi cresciuti in contesti raccontati quasi solo per le loro criticità. Ed è proprio qui che si rompe lo schema: invece di allontanarsi, scelgono di restare. Non delegano, non aspettano. Intervengono.

A raccontare queste storie sono in pochi, spesso fuori dai circuiti tradizionali. Tra questi, Salvatore Paternoster, che li ha definiti “i bambini che stanno cambiando Napoli”, portando attenzione su una realtà che raramente entra nel racconto mainstream.

Lo stesso accade nel Rione Janfolla, nel cuore di Miano. Qui il degrado smette di essere un destino inevitabile e diventa qualcosa su cui intervenire. Non con grandi opere, ma con presenza quotidiana.

Il modello del Viviani e il protagonismo sociale

Questa spinta dal basso ha radici riconoscibili. Esperienze come quella del Parco Viviani hanno già dimostrato che la gestione partecipata può funzionare: uno spazio a rischio abbandono può tornare a essere vissuto se qualcuno se ne prende cura nel tempo.

Ed è su questa scia che si inseriscono le esperienze nelle periferie nord. Meno strutturate, ma fondate sulla stessa logica. Il passaggio decisivo è nel ruolo dei ragazzi. Non sono più solo destinatari di interventi, ma parte attiva. Quando questo accade, il rapporto con il territorio cambia: la cura diventa un’abitudine, gli spazi vengono vissuti, e il degrado arretra.

Una scommessa sul futuro

Nel silenzio mediatico, queste dinamiche stanno modificando lentamente gli equilibri della periferia nord di Napoli, non attraverso interventi eclatanti ma grazie a una presenza costante, quotidiana, che cambia il modo in cui quegli spazi vengono utilizzati.

Mentre i cantieri avanzano e nuove strutture prendono forma, nei quartieri c’è già chi si muove su un piano diverso, lavorando su quello che verrà dopo.

È qui che si gioca la partita vera. Non nel confronto tra intervento pubblico e iniziativa dal basso, ma nella capacità di capire cosa resta quando i riflettori si spengono. Perché quando le inaugurazioni finiranno e i nuovi spazi saranno consegnati, resterà una domanda semplice ma decisiva: cosa tiene in piedi davvero un quartiere?

Non i fondi, non i progetti, non le promesse. Ma chi lo vive ogni giorno.
E a Scampia, oggi, sono già i più piccoli a farlo.

Carmela Fusco

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