Il 15 aprile 2026 è uscita su Netflix la terza e ultima stagione della serie La legge di Lidia Poët. Solitamente si pensa che le stagioni successive alla prima siano inferiori e con un coefficiente di noiosità elevato ma non è questo il caso. Per chi non conoscesse la serie, questa è la storia travagliata e difficile della prima donna che si sia potuta iscrivere all’ordine degli avvocati in Italia, si raccontano le sue difficoltà con la giustizia, i suoi amori e legami famigliari che, in certi casi, le remano contro. Anche questa stagione mantiene alto il ritmo e la curiosità delle precedenti senza strafare. Nonostante le polemiche della famiglia della prima avvocata d’Italia, la narrazione sulla donna non appare frivola o lasciva ma di una persona determinata, caparbia e testarda abbastanza da non essere sottoposta e subordinata all’altro sesso, solo perché la convenzione voleva così. Vedersi negato il diritto di esercitare la propria professione dopo anni di studio e di pratica avrebbe portato chiunque alla frustrazione e in alcuni casi anche alla resa e accettazione della disfatta, ma la dottoressa Poët ci crede fino in fondo, non si arrende e grazie alla sua caparbietà all’età di 65 anni riesce finalmente a iscriversi all’ordine degli avvocati di Torino, dopo aver dedicato la sua vita alla difesa delle donne, dei minori e degli emarginati al fianco del fratello Giovanni Enrico. Una donna aveva bisogno di un uomo per poter essere quantomeno presa sul serio in un mondo prettamente maschile. Dopo più di un secolo la situazione nel mondo della legge non è cambiata in modo strutturale. Se sei una giovane donna avvocata, laureata e con un esame di Stato brillantemente superato, nell’ambiente c’è il rischio che ti chiamino ancora “signorina” o che tu venga scambiata per qualcun altro solo perché donna. L’apparenza in effetti inganna ancora, e proprio sull’apparenza la serie sceglie di vestire la talentuosa attrice Matilda De Angelis, che interpreta Lidia, con abiti sfarzosi e colorati, in poche parole non adeguati all’esercizio di tale professione, ma quando conviene si segue indiscutibilmente il detto “l’abito non fa il monaco”. Sicuramente non vivremo mai in un mondo perfetto in cui la parità sia inequivocabilmente la normalità ma come dice l’ultima frase che compare alla fine della serie “questo racconto è dedicato a chi sa immaginare ciò che ancora non esiste e trova il coraggio di trasformarlo in realtà.”
Alessandra Cau
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