Categories:

Ad una domanda segue una risposta. Questo principio logicamente consequenziale non sempre viene rispettato all’atto pratico. Soprattutto se si tratta di rispondere ad annosi dilemmi che accompagnano la storia d’Italia da decenni. Il bravo giornalista ha in questi casi il dovere di tornare sul famoso “luogo del delitto” che, ancora una volta, è lo stabilimento acciaieristico ex Ilva di Taranto.

Più volte abbiamo affrontato i numerosi travagli che avvolgono il capoluogo ionico, cercando di accendere nel nostro piccolo una luce che a volte faceva rima con speranza, pensando alle vite spezzate troppo presto e al pari al futuro lavorativo di centinaia di famiglie ed altre volte suonava ripetutamente come un allarme tale da rimuovere i tappi che troppi da troppo portano alle orecchie.

Siamo rimasti a guardare, nell’ultimo anno, speranzosi che quella luce potesse finalmente illuminare Taranto e i suoi figli. Una utopia rimasta purtroppo tale oltre 365 giorni dopo.

Andando per ordine, abbiamo visto in primo luogo naufragare la trattativa che avrebbe dovuto portare all’acquisizione dell’intero impianto, una quasi formalità a detta del governo. Esecutivo che, una volta risvegliatosi dal sonno/torpore ha preso le redini in mano in maniera abbastanza improvvisata.

La chiusura dell’altoforno 2 dal 20 gennaio del 2024 e la messa sotto sequestro dall’altoforno 1 dal 7 maggio scorso hanno contribuito ad addensare le nubi su una città che ha quasi dimenticato cosa sia il sole. Un mese fa un operaio è morto cadendo nel vuoto mentre era impegnato nell’attività di controllo delle valvole. Aveva 46 anni e si chiamava Claudio Salamida.

Più o meno negli stessi giorni la Camera ha dato il via libera allo sblocco di un nuovo prestito da 149 milioni di euro per garantire la sopravvivenza produttiva dell’impianto siderurgico. Qualche giorno fa è stata decretata la riapertura dell’altoforno 2.

Questa la cronaca. Oltre ci sono le considerazioni del caso che, oggettivamente, non lasciano spazio ad interpretazioni. La realtà, infatti, è ancora grigia. Al di là di palliativi vari e bandierine piazzate su un suolo molto fragile, nessuno a Taranto riesce ad immaginare un futuro, o meglio, nessuno riesce a prevedere un presente. Allo stato attuale, l’impianto viaggia a singhiozzi e, aspetto ancora più grave, non ha una guida.

Lo Stato continua ad alternare silenzi e mezze risposte, mentre i cittadini e gli operai aspettano rassegnati una chiara risposta al solito quesito: “Cosa succederà?”. Tra queste righe anche noi ci uniamo al coro che rivendica un legittimo diritto: sapere di che morte morire, conservando al contempo in un angolino nascosto la speranza che, proverbialmente, è sempre l’ultima a perire.

Felice Marcantonio

Comments are closed