Un Atto di Coscienza Civile: La Memoria che Interroga il Diritto
In una congiuntura storica in cui le fondamenta della convivenza civile sembrano vacillare, la giornata del 27 novembre presso l’Università di Messina assume la statura di un atto solenne di rifondazione etica e giuridica. Il conferimento della Laurea Magistrale honoris causa a Paola Cortellesi e l’intitolazione del Cortile del Rettorato a Lorena Quaranta e Sara Campanella trascendono il rito per farsi monito e manifesto. È un’assunzione di impegno che vincola l’istituzione accademica al suo ruolo più alto: essere coscienza critica della società e custode dei suoi valori inalienabili. Questo gesto ci ricorda che la libertà delle donne, la loro sicurezza e la loro piena cittadinanza non sono dati acquisiti, ma costruzioni fragili da difendere e rinnovare ogni giorno, come affermava Calamandrei: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”.
Lo Specchio del Passato: “C’è ancora domani” e la Radice Culturale della Disuguaglianza
L’opera cinematografica di Paola Cortellesi agisce come una lente d’ingrandimento giuridica e sociale, costringendoci a confrontarci con un passato cui eco risuona, sinistro, nel nostro presente. Il film è un’anamnesi impietosa di una cultura in cui la violenza domestica non era un crimine, ma una consuetudine da subire in silenzio. La domanda che ci interpella non è se quel mondo sia esistito, ma in quale misura esso sopravviva, carsico e tenace, nelle gerarchie invisibili che ancora oggi strutturano le nostre relazioni. Il diritto, ci insegna il film, è efficace solo se la società è disposta a crederci, trasformandolo da mera enunciazione a prassi vissuta.
Le Pietre Miliari di una Rivoluzione Incompiuta: Le Conquiste delle Donne nella Storia d’Italia
La strada verso la parità è stata lastricata da battaglie civili e conquiste normative che hanno ridefinito l’architettura giuridica e sociale del nostro Paese.
Se il suffragio universale del 1946 segnò l’ingresso formale delle donne nella vita politica, fu il decennio degli anni Settanta a scardinare dogmi secolari. La Legge n. 898 del 1970, che introdusse il divorzio, fu una vittoria epocale, confermata dal referendum del 1974, che spezzò l’indissolubilità di un vincolo coniugale spesso vissuto come una prigione. Poco dopo, la Legge n. 151 del 1975 riformò il diritto di famiglia, seppellendo la figura del “pater familias” e introducendo il principio della parità giuridica tra i coniugi. Infine, la Legge n. 194 del 1978 legalizzò l’interruzione volontaria di gravidanza, sottraendo le donne alla piaga dell’aborto clandestino e affermando il principio dell’autodeterminazione sul proprio corpo.
A queste si aggiunsero, nel 1981, l’abolizione del “delitto d’onore” e del “matrimonio riparatore”, residui infami di una cultura patriarcale che barattava la vita di una donna con l’onore maschile. Queste leggi non furono concessioni, ma il frutto di lotte coraggiose portate avanti da donne che pretesero di essere non solo destinatarie di norme, ma protagoniste della loro stesura. Se guardiamo alla legislazione degli ultimi decenni — dal nuovo diritto di famiglia alla tutela contro lo stalking, dalla legge sul femminicidio alle misure di protezione per le vittime — potremmo ingenuamente pensare che la parità sia ormai garantita. Ma la norma, da sola, non basta.
La discriminazione oggi è più sottile, più sofisticata, meno riconoscibile.
Il Diritto Formale e la Realtà Sostanziale: Il Cantiere Aperto dell’Uguaglianza
Nonostante un arsenale giuridico apparentemente robusto, l’uguaglianza sostanziale, quella sancita dall’articolo 3 della Costituzione, resta un cantiere aperto. La discriminazione oggi assume forme più subdole: il gender pay gap, la cronica sottorappresentazione femminile nei ruoli apicali, il carico sproporzionato del lavoro di cura, gli stereotipi che condizionano le scelte di vita. La violenza, in questo quadro, non è un’anomalia, ma la manifestazione estrema di un iceberg culturale, la cui parte sommersa è costituita proprio da queste disuguaglianze strutturali. Le storie di Lorena e Sara ce lo ricordano: la violenza non germoglia nel vuoto, ma in un humus culturale che la tollera, la minimizza e talvolta la legittima. La parità, dunque, non è un dono, ma un impegno.
E qui la lettura del film si intreccia con il principio costituzionale: la libertà delle donne nel dopoguerra non nasce dalla legge, ma dal coraggio di chi, come la protagonista del film, sceglie di “alzare lo sguardo”. Come ricordava Zagrebelsky, “la democrazia non vive di consensi rituali, ma di coscienza civile”. Ed è proprio questa coscienza che ancora fatichiamo a rendere pienamente matura.
Oltre l’Emergenza: Per una Prevenzione Strutturale della Violenza di Genere
La lotta alla violenza di genere non può più limitarsi a interventi ex post, che agiscono quando il danno è già compiuto. Punire i colpevoli è un dovere di giustizia, ma non esaurisce il nostro compito. La vera sfida è la prevenzione, un’azione che deve radicarsi nel tessuto culturale e formativo della nazione. Gli strumenti più efficaci non sono solo le leggi più severe, ma quelli che intervengono ex ante:
•L’educazione all’affettività e al rispetto nelle scuole: Introdurre percorsi curricolari obbligatori, fin dalla prima infanzia, che decostruiscano gli stereotipi di genere, educhino al consenso, all’empatia e alla gestione non violenta dei conflitti. È qui che si formano i cittadini di domani, ed è qui che si può spezzare la catena della trasmissione intergenerazionale della violenza.
•La formazione degli operatori: Medici, forze dell’ordine, magistrati, insegnanti e giornalisti devono essere formati per riconoscere i segnali di allarme della violenza, utilizzare un linguaggio appropriato e attivare protocolli di protezione efficaci, superando pregiudizi e letture superficiali del fenomeno.
•La responsabilità dei media e della comunicazione: Promuovere una narrazione che non spettacolarizzi il dolore, non colpevolizzi le vittime (victim blaming) e non riduca il femminicidio a un raptus passionale, ma lo contestualizzi come la punta estrema di un sistema di potere.
•Il sostegno all’indipendenza economica delle donne: Il divario salariale e la precarietà lavorativa sono fattori che aumentano la vulnerabilità. Politiche attive per il lavoro femminile, la condivisione dei carichi di cura e il sostegno all’imprenditoria femminile sono strumenti indiretti ma potentissimi di prevenzione, perché una donna economicamente indipendente è una donna più libera di sottrarsi a una relazione potenzialmente violenta.
Dopo il 25 novembre: oltre la retorica delle celebrazioni
La Giornata internazionale contro la violenza sulle donne rischia, ogni anno, di diventare un esercizio autoassolutorio: panchine rosse, slogan, cerimonie. Tutto necessario, ma non sufficiente. Se non scardiniamo l’impianto culturale che legittima la diseguaglianza, la ritualità diventa ipocrisia. La domanda che dovremmo porci non è “che cosa ricordiamo?”, ma “che cosa siamo disposti a cambiare?”. Il diritto, ancora una volta, offre una risposta parziale: indica il percorso, ma non lo percorre al nostro posto. Siamo davvero pronti a riformare profondamente il modo in cui la società distribuisce potere, risorse, opportunità? Siamo disposti a una revisione radicale del modello culturale che ancora oggi considera il femminile come “secondo”, ancillare, rinunciatario? Se la risposta è incerta, allora il 25 novembre è punto di partenza.
Il Domani che Scegliamo di Costruire
C’è ancora domani non è una promessa, ma un imperativo morale e giuridico. La vera civiltà non si misura dalla severità delle sue pene, ma dalla sua capacità di rendere la violenza non solo illegale, ma culturalmente impensabile. L’Università Degli Studi di Messina, intitolando un luogo simbolico a Lorena e Sara, e riconoscendo il valore civile del cinema di Cortellesi, oggi, afferma un principio semplice ma rivoluzionario: che la cultura e il diritto hanno senso solo se diventano strumenti di responsabilità. Questa è la responsabilità che grava sulle nostre spalle, una responsabilità che ci chiama a essere, insieme, uomini e donne, vecchie e nuove generazioni, gli architetti di domani.
Ed il domani non arriva perché lo attendiamo.
Arriva perché lo reclamiamo. E oggi, più che mai, abbiamo il dovere morale di pretenderlo.
A cura di
Elisabetta Costa.
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