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“Io nacqui a debellar tre mali estremi:

tirannide, sofismi, ipocrisia;

carestie, guerre, pesti, invidia, inganno,

ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno,

tutti a que’ tre gran mali sottostanno,

che nel cieco amor proprio, figlio degno

d’ignoranza, radice e fomento hanno.”

(Delle radici de’ gran mali del mondo)

PARTE III – ETA’ MODERNA

A seguito dell’excursus sul regno lungo e illuminato di Federico di Svevia il mio dover passare all’età moderna mi ha portato, per una sorta di analogia, a una figura che per avanguardismo di pensiero, è riuscito a splendere in quella parte d’ epoca che per altri fu portatrice di oscurantismo e ignoranza: parlo di Tommaso Campanella, filosofo, teologo, predicatore e frate domenicano.

Campanella nacque a Stilo, un piccolo borgo della Calabria, nel 1568 in una famiglia di umili origini; sin da piccolo spiccò tra i coetanei in quanto, non potendo la famiglia permettersi di mandare i figli a scuola, si recava ad ascoltare le lezioni del maestro alla finestra dove insegnava. A soli quindici anni prese i voti nell’Ordine Domenicano, mostrando quasi da subito un’inquietezza e una sete di conoscenza che lo portarono ben presto a leggere i commenti ad Aristotele, fossero essi in greco, latino o arabo; quello che tuttavia lo lasciò folgorato fu l’opera del conterraneo Bernardino Telesio grazie a cui scoprì che non esisteva soltanto la filosofia scolastica e che la natura poteva essere osservata per quello che è, e poteva e doveva essere indagata con i mezzi concreti posseduti dall’uomo, con i sensi e con la ragione, prima osservando e poi ragionando, senza schemi precostituiti e senza mandare a memoria quanto altri credevano di aver già scoperto e di conoscere su di essa.

Sulla scia di Telesio, a causa di una quasi trentennale prigionia per via di una condanna per cospirazione, Campanella potè scrivere il proprio capolavoro: la Città del Sole.

Essa è una delle più affascinanti opere della filosofia occidentale, un’esplosione di luce proveniente dalle pagine più nere della storia: l’epoca della Controriforma, dell’Inquisizione e del dominio spagnolo; un lungo periodo di involuzione politica e sociale, specialmente nel Mezzogiorno d’Italia. Nella Città del Sole, oltre al suo immenso bagaglio culturale, traspare quella che fu la vicenda umana e ideologica del filosofo calabrese, di indole ribelle, con la tendenza ad evitare tutto ciò che potesse porre un freno alla sua curiosità e alle sue spinte, l’errare continuo per diversi luoghi fino a Parigi, dove già si ponevano le premesse per l’assolutismo, un errare alla ricerca di quella componente europea fondamentale che avrebbe lasciato per sempre indietro il Sud Italia.

Nel suo capolavoro, il Campanella ebbe presente diversi modelli, sicuramente ereditati dalla recente cultura umanistica, a partire da Diodoro Siculo, da cui eredita la struttura dialogica; poi Platone, da cui prende a modello la teoria della repubblica naturale e dei beni comunitari; e, infine, Aristarco di Samo e Filolao di Crotone, precursori dell’eliocentrismo (in quegli stessi anni si svolse il processo contro Galileo). Proprio il Sole, nella sua utopica città, è il principio e la fine delle cose, lui governa il giorno e la notte, in lui si compie la vita dei suoi abitanti.  Lui è la luce e la pace, le stesse mete che, contestualmente al Seicento, un intellettuale perseguitato come Campanella non poteva che inseguire.

Infine, con lo stesso spirito moderno del coevo drammaturgo Shakespeare, riflettendo sulla stessa natura umana, postulò che nel mondo ci sia una grande falsificazione dei piani, gli uomini si governino con stoltezza e non con ragione, lascino governare una bassa e nefasta Virtù e si annichiliscano, cercando in tutti i modi di mostrare ciò che non sono, mancando quindi di veridicità. Terribilmente vero, terribilmente attuale.

Processato per ben cinque volte dall’Inquisizione, egli ne uscì, con stratagemmi o per innocenza, sempre vincitore. E’ tuttora discusso se egli sia effettivamente un riformatore o un pensatore tipico della Controriforma, seguendo la riflessione di Francesco De Sanctis: “Il quadro è vecchio, ma lo spirito è nuovo. Perché Campanella è un riformatore, vuole il papa sovrano, ma vuole che il sovrano sia ragione non solo di nome ma di fatto, perché la ragione governa il mondo”. È la ragione che determina e giustifica i mutamenti politici, e questi ultimi “sono vani se non hanno per base l’istruzione e la felicità delle classi più numerose”.

Non si può ignorare, tuttavia, contrariamente a De Sanctis, che il Campanella è anche colui il quale, sfidando i dogmi e le imposizioni della sua epoca, riesce ad elaborare un pensiero contrastante a quello dominante, arrivando ad ipotizzare una società egualitaria dove i beni siano in comune, sulla scia di Platone, di Tommaso Moro, nel culto del Dio Sole, portando in extrema ratio il naturalismo di Telesio, avvalendosi dei sensi e non più della ragione, punto di partenza per lo stesso Cartesio.

Figura enigmatica, complessa e anche, in alcuni avvenimenti della vita, opportunista, Campanella risalta nell’età moderna in quanto troppo dissonante nel contesto in cui vive, ma troppo indietro per il corso storico successivo. Ma si sa, a noi piacciono quelli che non sono nè una cosa nè un’altra, è sinonimo di originalità, di “pazzia” in senso buono (anche se è documentato che il buon Fra Tommaso si finse pazzo per davvero, pur di evitare una sicura condanna a morte).

Dario Del Viscio

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