C’è una fila lunga, silenziosa e spesso invisibile. È quella di oltre 31 mila famiglie campane che, nel 2023, hanno presentato domanda per ottenere un alloggio popolare. Una richiesta di dignità che troppo spesso si perde tra la lentezza della burocrazia, l’obsolescenza del patrimonio edilizio e una narrazione tossica che continua a etichettare interi quartieri come marginali, difficili, irredimibili.
Secondo i dati forniti dalla Regione, le richieste accolte nelle graduatorie ERP (Edilizia Residenziale Pubblica) sono 31.332. Di queste, quasi 9.000 arrivano dal solo Comune di Napoli. Numeri altissimi che cozzano con la reale disponibilità di alloggi. La Regione ha avviato una sanatoria per regolarizzare gli occupanti abusivi e aggiornare il censimento del patrimonio, ma il processo è ancora in corso.
Un patrimonio fragile: case vecchie, quartieri fermi
In Campania, la maggior parte degli edifici ERP risale agli anni ‘50 e ‘60. Immobili costruiti in fretta, in risposta all’emergenza abitativa post-bellica, oggi sfiancati dal tempo e dalla scarsa manutenzione.
La regione ha recentemente annunciato un aumento dei canoni di locazione fino al 180 %, giustificato dalla necessità di adeguamento normativo. Ma molte famiglie denunciano un paradosso: “Ci chiedono di pagare di più per case che cadono a pezzi.”
La protesta è montata in diverse città, con comitati spontanei e sindacati degli inquilini che parlano di “aumenti senza diritti”. In Parlamento, le opposizioni campane (Sinistra Italiana e M5S) hanno chiesto una sospensione degli aumenti fino alla completa riqualificazione degli immobili. Al momento, però, il provvedimento regionale resta in vigore.
I fondi del PNRR: un’occasione irripetibile?
La Campania è tra le prime regioni italiane per finanziamenti ricevuti dal PNRR in tema di edilizia popolare: 295 milioni di euro, divisi tra l’ACER regionale e 50 Comuni beneficiari. A Napoli, un accordo tra Regione e Comune ha stanziato oltre 107 milioni per la riqualificazione di aree simbolo come Ponticelli, Soccavo e Rione Traiano. In progetto ci sono demolizioni, ricostruzioni, creazione di nuovi alloggi e, soprattutto, infrastrutture sociali: spazi verdi, centri culturali, percorsi educativi.
L’obiettivo non è solo “rifare le case” ma “ripensare i quartieri”, come ha dichiarato l’assessore regionale all’Urbanistica Bruno Discepolo. Ma i tempi stringono: i fondi europei vanno spesi entro il 2026. E in mezzo c’è una montagna di ritardi tecnici, gare d’appalto ancora da bandire e resistenze locali.
Scampia, Ponticelli, Secondigliano: quartieri che non si arrendono
er decenni, i quartieri popolari di Napoli e provincia sono stati rappresentati come terra di nessuno: luoghi di degrado, criminalità, abbandono. Ma da anni qualcosa si muove. A Scampia, la demolizione delle Vele ha aperto un nuovo capitolo: oggi l’ex area è oggetto di interventi urbanistici e culturali. Il Gridas, lo storico gruppo che organizza il Carnevale Sociale, lavora ogni giorno per portare arte e partecipazione nei palazzi.
A Ponticelli, associazioni come Maestri di Strada e Figli in Famiglia costruiscono legami tra scuola e territorio. In Secondigliano, nascono biblioteche di quartiere e iniziative civiche sostenute da gruppi di giovani residenti.
una sfida culturale prima ancora che edilizia
La casa è un diritto, non un premio. E l’edilizia popolare non può essere affrontata solo come un problema tecnico, ma come una questione di giustizia sociale. Servono riforme, fondi, controlli. Ma servono anche nuovi racconti, nuove immagini. Perché dietro ogni finestra, anche nei palazzi più malandati, c’è una storia di resistenza quotidiana.
E allora, forse, l’unico vero degrado è quello di chi non vede tutto questo.
Chiara Vitone
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