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Checco Zalone: un personaggio che sin dagli esordi ha sempre diviso il pubblico. “O lo ami o lo odi” si legge sul web, tra i numerosi commenti apparsi nelle ultime ore, subito dopo il suo intervento per la prima volta sul palco dell’Ariston per l’edizione 2022 del Festival di Sanremo.

È Luca Medici a vestire i panni di Checco Zalone. Nato in provincia di Bari, ha conseguito una laurea in Giurisprudenza dilettandosi, nel mentre, anche al piano-bar nelle sale di ricevimento per matrimoni. Un uomo che fa del proprio hobby un vero mestiere, con un nome che è un tutto dire.

Questo suo pseudonimo, infatti, nasce da un’espressione barese “che cozzalone” inteso, appunto, come “che tamarro”. Il suo “cozzalone” mette a nudo tutti quelli che sono i limiti culturali e soprattutto i pregiudizi che albergano nella nostra società. Attraverso la sua ironia Checco prende in giro tutti, nessuno escluso, persino sé stesso quando proprio sul palco di Sanremo esclama: “così non si offendono sti terroni”. Proprio lui, un barese.

Un personaggio che estrapola i pregiudizi e li rende reali, fino ad estremizzarli, prendendosi così gioco di loro. Una vera e propria satira, dunque, accompagnata però da una preparazione musicale e culturale da vero professionista della comicità.

Questo ovviamente richiede attenzione e studio, come ha dichiarato all’inaugurazione dell’anno scolastico 2017 in diretta su Rai1: Ho spesso interpretato il cafone e l’ignorante e non sapete quanto ho studiato per fare quelle performance.

Tornando alla più stretta attualità, gli sketch proposti da Zalone sul palco dell’Ariston sono stati tre, di cui uno già affrontato più volte, ad esempio nel suo film “Cado dalle nubi”.

Intervento che ha causato molta discordia tra i tanti telespettatori di Sanremo, che non hanno perso tempo ad inondare i social di reazioni e commenti. Se con la pellicola cinematografica aveva un po’ sdoganato e alleggerito certe tematiche ancora per il tempo delicate come quelle riguardanti il mondo omosessuale in modo semplice e diretto, adesso il suo riferimento alla comunità LGBTQI+ è stato più filtrato, servendosi del conduttore del Festival, Amadeus, come “spalla” per il racconto di una fiaba ambientata in Calabria che ha visto protagonista l’amore tra due uomini. Una fiaba, quella di Cenerentola, che il comico ha riadattato servendosi della figura di un giovane principe che si innamora di un trans brasiliano. Un racconto, forse, con cui Zalone voleva – come spesso accade con i suoi interventi – dimostrare l’ipocrisia e denunciare i falsi moralisti. Un intervento, però, che più che le altre volte gli è costato fiumi di commenti.

Anche numerosissimi personaggi pubblici si sono subito esposti, con la politica in primo piano.

Una delle critiche proviene da Vladimir Luxuria che ha sottolineato: “Perché parlare di trans sempre abbinandole alla prostituzione? Va benissimo la critica all’ipocrisia dei falsi moralisti ma si può fare di meglio evitando le solite battute sugli attributi sessuali (rima con “azzo”) e il numero di scarpe (48). Meglio ridere che deridere“, questo lo sfogo social dell’ex deputata. La Luxuria, come tanti altri utenti sul web, ha sottolineato come non ci fosse bisogno per questo pezzo comico di associare la figura del transessuale al mondo della prostituzione, vecchio cliché del nostro passato, passando così sopra al fatto che molte volte queste persone sono costrette a finirci in quel mondo a causa di abusi, violenze e discriminazioni.

Mario Adinolfi, altro personaggio della politica italiana, invece, descrive Zalone come “l’Alberto Sordi del XXI secolo. Bravo, intelligente, non conformista, coraggioso come un artista deve saper essere“.

Anche a Drusilla Foer, co-conduttrice della terza serata di Sanremo, è stato chiesto un commento a proposito dell’intervento di Zalone. L’”en travesti” ha preferito astenersi dal giudizio affermando che “ognuno può esprimere con la propria arte e le proprie convinzioni il proprio pensiero.” “Non ho un’opinione precisa su Zalone, ma se questo porta a un dibattito credo che sia comunque un momento di valore”, ha concluso la Foer.

Insomma, guardando al personaggio stesso è quasi chiaro che si tratti di un intervento che sicuramente non mirasse a far discutere e ad indignare, piuttosto a far riflettere e a ironizzare sulla figura dell’italiano medio, come da sempre Checco fa magistralmente sia in tv sia in tutti i suoi film.

Il Checco “atto secondo” mette davanti agli occhi del pubblico dell’Ariston la versione estrema, malata, della società consumistica. Il suo “Ragadi”, nome di fantasia di un improbabile giovane rapper milanese, è figlio di un mondo sempre più legato alla materialità, all’ostentazione sfrenata del lusso. Metro di giudizio di sé stesso e degli altri diventa il “dio” denaro, da volerne accumulare sempre di più alla ricerca di una “felicità” che viene considerata irraggiungibile dallo stesso cantante, il quale, non a caso, si reputa “poco ricco”. In definitiva, noi che ridevamo della caricatura inscenata da Zalone non siamo poi così distanti dal “Ragadi” di turno; il verbo “volere” è molto gettonato e radicato nella nostra mentalità. La ricerca della “ricchezza” puramente lucrativa è il fine ultimo che guida le nostre azioni. Certo, ci sarà chi per forza di cose non è indirizzato verso questo obiettivo, ma questi non ha nella sua testa l’assenza del pensiero malato, bensì non può permettersi di pensarlo. Nel rapper “viziato” di Checco ci siamo tutti noi, c’è la parte cinica ed ingorda di ognuno. Ridere e meravigliarsi di quel personaggio significa sbeffeggiare noi stessi. C’è da scommettere che in pochi l’altra sera, all’Ariston o davanti alla TV, abbiano riflettuto seriamente su ciò.

Lo Zalone “trasformista” rivolge poi il suo ultimo sguardo alla più stretta contemporaneità, all’attualità degli ultimi due anni a questa parte: la pandemia. Nei panni di un singolare virologo di Cellino San Marco, Oronzo Carrisi (così tanto vicino per aspetto e per tono di voce al più famoso cantante brindisino), la satira arguta del serio-comico attore si rivolge verso una categoria sulla quale abbiamo fatto affidamento in questi mesi, i virologi appunto, i quali però non sempre sono stati deontologicamente ineccepibili. Giocando su una popolarità che improvvisamente ha travolto questi professionisti, Checco Zalone ha voluto palesare l’abuso di potere che spesso ci additiamo ogni volta che sentiamo accrescere la nostra importanza agli occhi degli altri, ogni volta che ci sentiamo dei “VIP”. Ad un occhio superficiale (diciamo pure ignorante) Zalone è apparso come una sorta di “eretico” della medicina, più vicino insomma a posizioni “No-Vax”. In realtà, la sua mente fina ha pensato di mostrare per l’ennesima volta, sotto una diversa veste e in un contesto diverso, le storture dell’uomo, il quale spesso è guidato nelle proprie azioni da un secondo fine, per la serie “non si fa mai niente per niente”. Ora che la pandemia andrà via, come canta Checco, tanti virologi torneranno nell’anonimato; alcuni nemmeno se ne accorgeranno e saranno quei pochi davvero consapevoli del proprio ruolo, della propria missione. Molti altri, invece, distratti dal superfluo che li ha assaliti in questi due anni, quasi quasi rimpiangeranno i tempi “bui”…c’è da scommetterci!

In definitiva, Checco Zalone a Sanremo è stato l’uragano che tutti si aspettavano. Un personaggio dalla spiccata intelligenza (spesso incompresa come è naturale che sia) che ancora una volta, come la sua carriera insegna, non ha usato mezze misure per denunciare vizi e paradossi di una società che si reputa “progressista” ma che in realtà sta scivolando verso un imbuto retrogrado, sempre più stretto, sempre più in basso. Possiamo immaginare l’attore pugliese come una specie di “Robin Hood 3.0” che entra nel mondo dei “ricchi”, o di coloro che si reputano tali sia prosaicamente che idealmente, per rubargli attraverso una satira mordace, in bilico tra dissacrazione e volgarità, questa “ricchezza” vana, distorta e metterla in pasto al riso del “popolino”. Zalone, l’altra sera al teatro Ariston, in uno dei templi del “lusso” più ostentato, si è preso gioco abilmente di tutti coloro i quali indossano il vestito “buono” con attaccata sempre dietro l’etichetta dell’ipocrisia, del falso buonismo. Che poi, a pensarci bene, è la descrizione della platea sanremese che cantava in coro, quasi come tanti piccoli esseri anestetizzati, la hit zaloniana “Angela”; è stato, questo, il compimento perfetto del lavoro del Checco sanremese, il quale è riuscito a sbeffeggiare i “ricchi” a casa loro, paradossalmente con l’approvazione degli stessi. Zalone ha svelato gli eccessi perversi della kermesse musicale italiana per eccellenza non in campo neutro, ma a Sanremo. Nell’unicità di una vera e propria “opera d’arte” della comicità c’è tutto il personaggio di Checco Zalone, il “Robin Hood” che in una sera di inizio febbraio ha saputo offrire qualche ora di riscatto al “popolino”.

Carmela Fusco

Felice Marcantonio

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