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Ma lo sapevi che a Napoli esiste un Orto Botanico?
Si trova in via Foria e ha una superficie di quasi 12 ettari, sui quali sono presenti circa 9000 specie per un totale di quasi 25.000 esemplari, raggruppati in collezioni organizzate secondo criteri sistematici, ecologici ed etnobotanici.
L’Orto è diviso in 4 aree ben organizzate:

  1. L’area in cui le piante sono disposte secondo un criterio sistematico: il filiceto, l’area delle Pinophyta, il palmeto, l’agrumeto, l’area delle Magnoliophyta e piccole zone dedicate a singoli taxon di piante a fiore.
    2.L’area in cui le piante sono disposte seguendo un criterio ecologico: il “deserto”, la “spiaggia”, la “torbiera”, la “roccaglia”, la “macchia mediterranea” e le vasche per le piante acquatiche.
    3.L’area a carattere etnobotanico è rappresentata dalla sezione sperimentale delle piante officinali.
    4.L’arboreto, la collezione di bulbose, tuberose e rizomatose e il vivaio sono zone che non seguono nessuno dei criteri su citati.

Fondato nel periodo in cui la città era sotto il dominio francese, nel XIX secolo; decisero di riprendere un’idea concepita da Ferdinando XV di Borbone, ma impedita nel 1799 da molti rivoluzionari.
Al 28 dicembre 1807 risale il decreto di fondazione della struttura e con esso anche la firma di Re Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, che con l’articolo 1 di tale decreto fece in modo che venissero espropriati i terreni di proprietà in parte dei Religiosi di S. Maria della Pace e in parte dell’Ospedale della Cava per la realizzazione del Real Orto Botanico; in questo stesso articolo, venivano individuati gli scopi principali della realizzazione della nuova struttura, destinata all’istruzione del pubblico e alla moltiplicazione delle spezie finalizzate a scopo medico, agricolo e industriale. Da ciò è possibile desumere che sin dagli inizi si sarebbe distinto per la molteplicità delle funzioni svolte e per il patrimonio vegetale diversificato.

Agli architetti de Fazio e Poletti fu affidato il progetto. Il primo realizzò la facciata monumentale, mentre il secondo si occupò della progettazione e della realizzazione della parte inferiore dell’Orto.
Il 25 marzo 1810 venne nominato direttore dell’Orto Botanico Michele Tenore, che grazie agli studi medici compiuti sotto Vincenzo Petagna ereditò da quest’ultimo la passione per la Botanica, che considerava non una branca della medicina, ma una scienza autonoma. Fu proprio questa concezione che portò Tenore ad organizzare scientificamente l’Orto in modo del tutto nuovo rispetto ai precedenti giardini dei semplici. Rimase direttore fino al 1860 e durante i 50 anni di direzione arricchì le collezioni dell’Orto, portando il numero delle specie vegetali coltivate a circa 9.000. Egli si preoccupò anche di far conoscere e apprezzare la struttura anche in altri paesi, riallacciando i rapporti con le principali istituzioni botaniche europee.
A Michele Tenore successe Guglielmo Gasparrini, che diresse dal 1861 al 1866. Grazie a lui furono risistemate alcune aree dell’Orto come l’arboreto, l’agrumeto e il “frutticeto”, cadute in stato di abbandono durante gli ultimi anni della direzione del Tenore, fu creata una “Valletta” per la coltivazione di piante alpine e costruita una nuova serra riscaldata. Egli, in fine, si occupò anche della sistemazione del Museo botanico e dell’ordinamento dell’erbario. Alla sua morte Giuseppe Antonio Pasquale fu nominato direttore ad interim. Fu poi affidata la direzione a Vincenzo Cesati nel 1868 che fino al 1883, anno della sua morte, resse l’Orto.
La direzione passò di nuovo a Giuseppe Antonio Pasquale che fino al 1893 riuscì ad impedire la realizzazione di un progetto che prevedeva la costruzione di nuove sedi di Istituti universitari nell’area dell’Orto Botanico.
Federico Delpino successe a Pasquale e rimase in carica fino al 1905. In questo periodo ci furono molti problemi di tipo economico e gestionale che diedero il via ad un lento declino della struttura, il problema maggiore fu la scarsa sensibilità delle autorità universitarie nei riguardi dell’Orto; numerosi mutamenti si verificarono durante il periodo in cui fu direttore Fridiano Cavara che arricchì le collezioni e fece realizzare un’area per le xerofite e le succulente, un laghetto e due vasche per la coltivazione di piante lacustri. Lui, inoltre, fece restaurare la Serra temperata e iniziare la costruzione di una nuova sede per l’Istituto.
Il merito maggiore del Cavara fu l’istituzione della “Stazione sperimentale per le piante officinali”, destinata alla coltivazione delle piante medicinali e alla loro sperimentazione. Questa struttura, dotata di fondi propri, funzionava sotto il diretto controllo della direzione dell’Orto, pur non facendo parte da un punto di vista istituzionale di tale struttura.
La direzione, nel 1930, passò a Biagio Longo che decise di continuare l’opera iniziata dal suo predecessore. Nel 1936 l’Istituto fu trasferito nella nuova sede, la cui costruzione, durata 18 anni, finalmente terminò.
In questo periodo dell’attività dell’Orto, il punto culminante fu raggiunto nel 1940 con la riunione straordinaria della Società Botanica Italiana, tenuta in occasione dell’inaugurazione della Mostra d’Oltremare.

Le vicende belliche, negli anni successivi, influenzarono negativamente l’attività dell’Orto: le strutture in ferro furono abbattute per essere destinate ad uso militare e varie volte la popolazione invase l’Orto per trovarvi rifugio e acqua. I bombardamenti devastarono l’Orto: i prati furono ricoperti con cemento o sterilizzati e utilizzati come parcheggio per gli automezzi militari; parte dell’Orto fu trasformata in campo sportivo. Nel 1947, poco dopo la fine della sua direzione, Longo pubblicò una relazione che testimoniava lo stato di totale disfacimento in cui versava la struttura.
In questo periodo furono ristrutturati parzialmente il vecchio Istituto e totalmente il nuovo, furono ripristinati i cancelli in ferro e restaurate le serre, i prati furono liberati dalle pavimentazioni in cemento e arricchiti da essenze arboree. La “valletta”, in cui erano riunite piante alpine, fu trasformata in “filicetum”.

Nel 1963 la direzione fu assunta da Aldo Merola che promise la rinascita dell’orto; Nel 1967 ci fu il raggiungimento dell’autonomia amministrativa e economica della struttura.
Con la creazione di una rete di distribuzione idrica, interessante parte dell’Orto, si sopperì ad una grossa carenza.
Merola si interessò degli Orti botanici anche a livello legislativo, riuscendo a sensibilizzare il potere politico sui problemi di queste strutture. La maggiore disponibilità finanziaria permise inoltre l’acquisto di alcune macchine agricole con grande vantaggio per la funzionalità del lavoro.

Agli inizi degli anni ’70 fu abolita la “Stazione sperimentale per le piante officinali”, per cui l’area di coltivazione, il personale e le strutture divennero parte integrante dell’Orto.
Le collezioni, furono incrementate mediante l’acquisto di piante in diverse parti del mondo e grazie alle spedizioni cui parteciparono giovani botanici italiani e un illustre botanofilo, il Prof. Luigi Califano.
Merola riuscì a riallacciare i contatti con gli altri Orti botanici europei, favorendo lo scambio di materiale vegetale e di esperienze scientifiche e inserendo. L’Orto, così, cominciò ad affrancarsi dal provincialismo che lo aveva caratterizzato dagli inizi del XX secolo. Fu anche molto attento nel potenziare il ruolo didattico dell’Orto, corredando tutte le piante con etichette riportanti i dati tassonomici e di distribuzione delle singole specie.
Nel novembre del 1980 Aldo Merola muore e la direzione fu assunta da Giuseppe Caputo. In questo periodo la città fu colpita dal disastroso terremoto che arrecò notevoli danni all’Orto, che fu invaso per alcuni giorni dalla popolazione in cerca di rifugio. Liberato con l’ausilio della forza pubblica, l’Orto fu dotato di un servizio di sorveglianza armata, anche per arginare i furti e i danni alla struttura.
Alla fine del 1981 Paolo De Luca fu nominato direttore e la riparazione dei danni fu effettuata in parte con i fondi stanziati dal governo per la ricostruzione delle zone colpite dal sisma.

Martina Bennato

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