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Abbiamo avuto il piacere di intervistare due dei componenti della band Arbre del Peix: Michelangelo Corbia (chitarra) e Ignazio Caruso (basso). La band si è formata nel maggio del 2022 partecipando al Festival della canzone algherese CantAlguer per giovani talenti emergenti. Si trattava di una sfida difficile perché il progetto era quello di stendere un testo per musica in algherese e non tutti ormai, soprattutto i giovani, conoscono il dialetto. Il Festival, organizzato dalla Plataforma per la llengua, un’organizzazione che si occupa di attivare politiche per la salvaguardia dell’algherese, metteva in palio come premio la registrazione di un album. Sono stati proprio loro i vincitori dell’edizione 2022, svoltosi al Teatro civico di Alghero.

Partiamo dal nome: com’è nato e cosa significa?

Il nome Arbre del peix nasce da un detto di un amico che lo ha utilizzato in un contesto in cui non c’entrava. Ci è piaciuto come accostamento perché albero del pesce suona fiabesco e surreale e si sposa bene con l’immaginario che vogliamo andare a toccare noi. Un amico aveva utilizzato un termine agricolo come se fosse parte integrante dell’attrezzatura da barca in un contesto marinaresco. Aveva detto zappa al posto di timone, al che, come risposta si è sentito dire “Cosa fai con una zappa in barca? Devi zappare l’albero del pesce?”. L’albero del pesce sarebbe il sogno di ogni pescatore, suona un po’ ironico, un po’ favolistico, ci è piaciuto e lo abbiamo utilizzato come nome della band, trasformandolo in algherese.

Da chi è formata la band?

Siamo in quattro: Michelangelo Corbia (1990) alla chitarra, Ignazio Caruso (1987) al basso, Sergio Intelisano (1982) alla batteria e Andrea Donapai (1990) la voce. Veniamo tutti da altri progetti musicali, c’è chi aveva smesso di suonare da anni ma ci siamo ritrovati per questo progetto in algherese. Non siamo nati per sfondare e fare i miliardi, anche perché siamo un gruppo di nicchia perché cantiamo in una lingua minoritaria.

Parlate ancora l’algherese in famiglia?

In famiglia abbiamo parlato prima algherese e poi italiano. Questa componente è molto forte quasi in tutti i membri del gruppo. Sia il bassista (Ignazio Caruso) che Sergio hanno un genitore siciliano ma la madre è algherese, in più siamo cresciuti ad Alghero, quindi si parlava algherese in casa. Nel momento in cui abbiamo iniziato a scrivere sicuramente la conoscenza dell’algherese era inferiore, soprattutto per quanto riguarda la scrittura delle parole e il lessico. L’algherese dai nostri genitori viene utilizzato per un’esigenza prettamente comunicativa, non come espressione artistica. Cercare anche di dargli una dignità diversa ti porta a conoscere nuove parole, nuovi suoni, quindi riscoprire anche la bellezza estetica della lingua.

Ci sono versi che sono partiti da parole che ci sembravano interessanti, della serie sento una parola e la voglio mettere alla fine di un verso, cosa ci costruisco intorno?  Da lì iniziavano esercizi di stile. Le parole sono quelle che hai sentito per tutta la vita e cerchi di usarle nel modo meno grezzo possibile, per nobilitarle in qualche modo. Si portano dietro tutta una serie di ricordi personali, di paesaggi, di caratteristiche che fanno parte della città, un carico emotivo e di significato che si cerca di sfruttare. Quando dici “port” (porto) e sei di Alghero, sai a cosa ti stai riferendo. Capendo il testo magari arriverebbe anche agli altri, con una traduzione, è come quando descrivi un paesaggio di Memphis che non hai mai visto ma se è scritto bene magari qualcosa ti rimane.

Avete pensato di passare all’italiano?

Non è il senso del progetto perché nasciamo come gruppo che fa canzoni in algherese, la lingua è la cosa fondamentale perché è come se ci fosse la necessità, la voglia di utilizzare l’algherese come strumento espressivo, non avrebbe senso trasportare tutto in italiano. Abbiamo avuto anche progetti in cui cantavamo pezzi in inglese, in italiano, quelle esperienze le avevamo già fatte. Questo progetto è nato per partecipare a quel contest, è nato per gioco, ma la direzione ci ispira quindi continuiamo su quel versante.

Quali sono i temi principali di cui parlano le vostre canzoni?

Abbiamo cercato anche dal punto di vista tematico di portare qualcosa di diverso, c’è in parte un filo conduttore di tutto. Si parte comunque da tematiche che fanno riferimento alla canzone popolare algherese, quindi la pesca, attività principali del luogo, oppure odi alla città. Con Pino Piras c’è stato un passaggio un po’ diverso perché ha inserito temi più satirici, politici. Noi giochiamo più su temi intimi e intimistici che politici, si parla di temi esistenziali che riguardano tutto il gruppo. L’algherese per noi è una lingua intima perché si parla in famiglia. Il fondamento di tutto è l’algherese. “Mos resta sol la nit” è una canzone che parla di una rottura sentimentale, ma dal momento che ci metti di mezzo il porto, la spiaggia e altre immagini del genere puoi immaginare che chi l’ha scritta l’abbia pensata camminando per Alghero o comunque in una città costiera, poi dal momento che è in algherese, capisci che il luogo o è Alghero o è Barcellona. La lingua è il colore ma non è il tema, è lo stile ma non il contenuto, non avrebbe senso rifare cose già fatte. Se scrivo una canzone lo faccio per i miei coetanei, non avrebbe senso scrivere per una generazione a cui non interessano quei contenuti. Certo, ci sono tematiche che ci riguardano. Ti può arrivare anche l’ispirazione per un pezzo che parli di pesca ma è un caso più unico che raro, sono più flussi di coscienza o sfoghi.

Avete pubblicato un solo album?

Si, solo quello del contest. Il contest consisteva nel cantare una canzone inedita e una cover della tradizione algherese che abbiamo rivisitato a livello di musica. L’inedito era “Mos resta sol la nit” che è un pezzo nostro, e la cover di Pino Piras che è “Sant Miquel humanitzat”. L’algherese ha una tradizione di canzoni molto peculiare che è stata portata avanti anche di recente. C’è qualcuno che ha proseguito questa tradizione, come Davide Casu che scrive canzoni in algherese, Franca Masu, non si sono fermati a fare solo cover, hanno utilizzato questa lingua anche per esprimere il loro pensiero e per arricchire il panorama. Noi vogliamo portare qualcosa di nuovo come stile musicale, qualcosa di diverso rispetto a quello che era stato fatto in precedenza, cerchiamo di portare le nostre esperienze musicali adattandole alla lingua algherese, cerchiamo di rendere contemporaneo qualcosa di tradizionale. Le tradizioni vengono sempre viste come qualcosa di congelato da custodire in una teca, forse è proprio per questo che poi vengono abbandonate. Adesso si cerca di portare avanti il discorso, dando nuova linfa alla musica e adattandola a generi musicali che siano più contemporanei. Ci abbiamo preso gusto perché l’algherese dà spunti differenti a livello di ritmo, di rima, di parole, rispetto all’italiano. È proprio una questione espressiva perché la lingua si fa carico di un immaginario che è quello di Alghero che lentamente stiamo andando a perdere, si porta dietro tutta una serie di significati evocativi, l’anima del luogo che vanno al di là delle parole. È qualcosa di potente, sono suoni diversi dall’italiano quindi il suono dà anche un significato diverso. È come “Creuza de mä” di De André in genovese. Abbiamo sentito anche dei ragazzi di Carloforte che fanno la stessa cosa in tabarchino, portano avanti la loro minoranza in progetti contemporanei.

La città secondo voi come sta recependo il progetto?

Ci siamo accorti che in città c’è attenzione riguardo questo progetto. La cosa che ci ha colpito è che non arriva solo il tuo amico a sentirti ma porta anche il padre e la madre. Gente che ci dice che i loro genitori hanno consumato il disco a furia di sentirlo, perché rivendica un qualcosa che a loro appartiene molto più che a noi. Abbiamo un pubblico che unisce le generazioni perché c’è quello giovane che dice “figata, mancava un progetto così ad Alghero, l’ho sempre voluto fare ma non l’ho mai fatto” e il vecchio che ti dice “cazzo bravi”. È bello anche perché soprattutto per quanto riguarda i giovani è utile per riprendere confidenza con la lingua della propria città. Spesso la curiosità è andare a leggere i testi delle canzoni, scoprire i significati delle parole, rinfreschi la memoria per cose che già sapevi, magari ne impari altre. È un modo anche per aiutare la sopravvivenza della lingua. Abbiamo scoperto gente che parlava l’algherese grazie a questo progetto, perché solitamente non utilizzi una lingua se non sai se l’altro può capirti o no, si è sempre parlato in casa ma fuori si usa l’italiano. L’algherese è stato denigrato per anni perché era sinonimo di ignoranza perché chi parla algherese, nell’immaginario comune, non ha avuto la possibilità di studiare. I nostri nonni non hanno voluto che i loro figli parlassero algherese perché volevano che si distinguessero dalla plebe, per questo motivo la lingua si sta perdendo. Il nostro è l’umile tentativo di non farlo crepare definitivamente mettendolo in musica, in modo diverso.

Progetti futuri?

Non c’è niente di certo. Per il momento produciamo pezzi, siamo contenti delle idee che abbiamo in cantiere, in modo da avere anche la possibilità di fare un concerto di una certa durata per mettere in piedi uno spettacolo. L’idea è quella di fare un’unica uscita all’anno, al massimo due, per farle bene e fare qualcosa di significativo. Per il momento, comunque ci stiamo concentrando sulla scrittura di brani quindi abbiamo interrotto le date. L’idea è quella di esibirsi in contesti che diano spazio alle lingue minoritarie, è probabile che andremo in Corsica quest’estate, abbiamo ricevuto degli inviti anche da città della Catalogna. Purtroppo, non siamo potuti andare a suonare in una Università del Nord della Catalogna perché c’erano problemi logistici, per motivi di lavoro non potevamo andare. Ad Alghero al Poco Loco abbiamo fatto la serata di presentazione del disco che è andata molto bene che è stata a maggio del 2023. Non vogliamo poi essere troppo presenti, soprattutto in città perché passi dall’essere l’evento a essere la noia mortale. La gente quando ti vede spesso dice “che palle, ci sono di nuovo loro”. Vogliamo mantenere questo progetto come qualcosa di più alto, anche perché nessuno di noi ci vive di questo, vogliamo renderlo qualcosa di bello e importante, di curato.

Alessandra Cau

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