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Il 9 marzo 2020 è una data che probabilmente ricorderemo per sempre, il giorno in cui abbiamo smesso di essere chi eravamo, il giorno in cui tutte le nostre certezze sono crollate. In particolare, sono crollate le certezze di un certo settore, quello della musica dal vivo, che stava vivendo una delle sue stagioni più floride, con i suoi assembramenti, le folle, le file e le urla, nelle piazze e nei palazzetti, con le sue “strettezze” e le sue vicinanze. Ebbene, tutto questo, a quel punto, non era più realizzabile, quasi pareva un miraggio, come quelli che si vedono in molti cartoni animati nel momento in cui i protagonisti si ritrovano a vagare nel deserto. E già, il deserto, quello che non è più solo uno scenario di terre lontane, ma si è spostato, è più vicino che mai, si annida dietro la porta della nostra casa. 

In quella data tutto si è fermato, tutto è stato posato in attesa della fine della catastrofe, in molti si sono illusi che sarebbe finita presto l’ascesa al Golgota, ma così non è stato. Quando poi, a maggio dello stesso anno, si è pensata a una ripartenza, quello della musica dal vivo è stato uno dei pochi settori ad attrezzarsi a dovere per poter continuare a svolgere la propria attività, nella paura che tutto potesse finire a breve, paura fondata dacchè a fine ottobre tutto è tornato fermo, a ristagnare nei “se”, nei “ma” e, soprattutto, nei “forse”. Il resto lo conosciamo.

Ed è qui che parte il nostro discorso: già dal primo durissimo lockdown ha avuto enorme risonanza, per musicisti e cantautori più o meno conosciuti, l’uso dello strumento delle dirette Instagram per poter continuare a mantenersi in contatto con i propri seguaci, nell’impossibilità di poter fare concerti; questo metodo è stato particolarmente gettonato nell’ottica che, passato l’Inferno, tutto sarebbe tornato come prima e si sarebbe tornati a fare ciò che un musicista ama fare: suonare dal vivo, cosa che è un po’ l’essenza di ciò che fa  un musicista, ovvero suonare davanti a un pubblico vero, un pubblico che applaude, in un luogo che non fossero le quattro mura domestiche, un luogo dove magari si è pure pagati per stare. Questo, inoltre, avviene a maggior ragione per gli “indipendenti”, quelli con un pubblico abbastanza ristretto, quelli che hanno bisogno proprio di questo per vivere e autoprodurre i propri lavori, anche perchè il successo non arriva da solo, se arriva, e più in generale tutto ha un prezzo.

La prima risposta al problema è arrivata da gente del settore, la quale ha pensato di organizzarsi in una specie di sindacato: “La Musica Che Gira”. Tuttavia, dopo l’entusiasmo iniziale e le buone intenzioni, è divenuto subito chiaro che le proposte avanzate da costoro non riguardassero “tutti” i musicisti/cantautori/turnisti in circolazione ma solo quelli che, per fortuna o per caso, versassero regolari contributi, accumulando giorni lavorativi, discorso che chiaramente non può avvenire per chi campa dovendo praticamente cercarsi gli ingaggi da solo, pagato ovviamente sottobanco perchè, come tutti sappiamo, siamo un Paese che sulla cultura lesina alla grande. E alla domanda su come potessero fare coloro che venivano pagati a nero la risposta è stata, proprio da parte del settore musicale stesso, sostanzialmente nulla, qualcosa del tipo “arrangiati o fai altro nella vita”, ed è bene non proseguire oltre perchè questo non è un mondo giusto.

Da ottobre 2020, quegli stessi metodi che all’inizio sembravano così buoni e giusti, ossia lo streaming, i concerti online e le dirette Instagram, hanno gettato la maschera e si sono mostrati per quello che sono: trappole mortali, per non dire selezionatori virtuali. Questi sono diventati, in tutto e per tutto, dei veri e propri sostituti dei concerti dal vivo e, giacchè viviamo nell’epoca del conformismo e del politically correct, vengono presentati da molti rispettosi individui come la musica del futuro, ciò che noi faremo e vorremo dopo la fine della pandemia, si sponsorizza l’uso delle televisioni, dei cellulari e dei pc, per usufruire di un evento tranquillamente e borghesemente seduti in poltrona. Si avviano delle vere e proprie campagne di sensibilizzazione per incentivare l’uso di questi “strumenti del domani”, strumenti che chiaramente si pagano, e quei soldi dove vanno? A un insieme di soggetti, tra cui artisti che, già famosi, restano sulla cresta dell’onda e continuano il lucro anche mandando un saluto dalla propria stanza da bagno, un saluto che, tuttavia, va pagato. Insomma, ricchi che diventano ancora più ricchi.

E tutto ciò avviene nel silenzio di tutti, nella tacita approvazione che viene data, mentre la musica, quella vera e vissuta, muore in una lenta agonia. E’ bene spiegarlo, essa vive di esperienze e di gente (in pratica, di assembramenti) e di vita fuori casa, perchè si possa raccontare e possa dire la verità, perchè è uno dei suoi scopi, quello di indurre a una riflessione e denunciare il disonesto che agisce impunito, è libertà, anticonformismo e solo impedendola fisicamente la si può zittire. Cosa che è stata fatta e anche piuttosto bene. E tutti quelli che fanno il mestiere difficile di musicisti dovrebbero sentirsi mancati di rispetto dai colleghi che foraggiano questa sagra della disonestà, di questo niente formato canzone, di questo silenzio-assenso che mostra un volto di speranza falsa. Se la musica deve essere questo, se deve rendere le persone acritiche e illuderle che, in fondo, va tutto bene, è pure giusto che muoia e lasci il posto ad altro.

E qui sorge un altro grande quesito: è giusto pubblicare canzoni in un momento storico in cui manca il do ut des tra l’artista e il proprio pubblico?

Molti musicisti indipendenti, anche stando fermi, hanno dato fondo ai propri risparmi per poter continuare a produrre musica originale, e se il principio in sè è nobile, altrettanto non lo è, spesso e volentieri il contenuto, che continua a vivere di metafore e luoghi comuni, soluzioni già sperimentate, situazioni astratte e fuori dal mondo; lungi da noi giudicare i contenuti, poichè è soggettivo, è bene prendere nota che questo non è altro che lo specchio dei tempi (e dei ritardi indotti dai vari lockdown locali) nonchè il risultato di una lunga lobotomizzazione mediatica, condotta in modo magistrale e influenzata dagli algoritmi dei social. Viene permesso alle nullità e ai fronzoli di essere visibili perché fa comodo, com’è altrettanto vero che spesso la verità non la si vuol conoscere. Per rispondere alla domanda sopra riportata, noi reputiamo che non sia utile pubblicare musica in questo periodo storico, perchè oltre a creare un sovraccarico di materiale trascurabile si fa passare l’idea che tutto vada bene, e sappiamo che non è così.

Per concludere, se vogliamo davvero reimpossessarci della nostra vita e, altrettanto, vogliamo che torni la musica sincera e pensata possiamo sempre avvalerci del nostro diritto di uomini liberi: boicottare, avere il coraggio di dire di no, far morire questi strumenti che vogliono zittire il nostro slancio vitale, per tiranneggiarci e comandarci a bacchetta. Non finanziare, non far funzionare i loro algoritmi e pretendere (ma qui dipende anche molto dal nostro rispetto per gli altri) di tornare alla normalità, in sintesi di resistere e non adattarci.

Del resto, è meglio tenersi a galla o uscire dall’acqua e affrontare la battaglia? E’ bene, per dirla con Platone, guardare le immagini distorte su una parete o uscire dalla grotta?

Pensiamoci.

Dario Del Viscio

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