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“Democrazia”, “tolleranza”, “integrazione”, “rispetto”; sono solo alcuni termini che definiscono principi fondamentali del mondo sportivo. Spesso si minimizza lo stretto sodalizio che esiste tra il puro divertimento, dato ad esempio da “banali” calci ad un pallone e concetti sociali, oseremo dire, politici. Tra circa due settimane, come è noto, si disputeranno i mondiali in Qatar. L’attenzione e le polemiche sono rivolte al Paese ospitante con riferimento chiaro alla sua politica sociale e culturale.

Ecco che ritorna il discorso sopra menzionato; per qualcuno, o per miopia o per pura convenienza, fare di una partita di calcio una manifestazione di civiltà diventa un volo pindarico. L’ha sottolineato, in maniera volutamente “cieca”, il responsabile della sicurezza del Qatar, Al-Ansari, in riferimento al divieto di sventolare bandiere arcobaleno (simbolo del movimento LGBT) negli stadi che ospiteranno le partite. “Le persone hanno comprato un biglietto per vedere la partita, non per fare un gesto politico”, ha precisato il dirigente, che poi ha concluso: “Non si può cambiare religione per 28 giorni di Coppa del Mondo”.

Ѐ d’obbligo sfociare a questo punto in una materia che esula dallo sport nella sua accezione più stretta. Bisogna essere coscienti del fatto che il Qatar, in quanto Paese arabo, prevede una stretta commistione tra politica e religione, secondo le norme dettate dalla Sharia. La società affacciata sul Golfo Persico è pertanto soggetta a precise e ferree leggi dalle quali non si può prescindere.

Un Paese fortemente contraddittorio

Certo, occorre anche far notare come il Qatar rappresenti una sorta di stella puntellata da piccoli nei di tolleranza nella costellazione araba. Questo è stato infatti il primo Paese del Golfo Persico che ha consentito il voto alle donne. Da aggiungere anche che il tasso di occupazione femminile in Qatar è di tutto rispetto; lavora in pratica una donna su due (è il tasso più alto in tutto il mondo arabo e uno dei più alti al mondo).

Come accade quasi sempre però, anche la medaglia più scintillante prevede un’altra faccia decisamente più opaca. Basti pensare che se una donna resta incinta di un figlio illegittimo, questa viene incarcerata e andrà incontro ad un iter giudiziario molto insidioso.

Le contraddizioni non si esauriscono qui. La legge del Paese che ospiterà i prossimi mondiali prevede infatti alcune pratiche punitive impensabili in una società che si reputa “progressista”. Tra queste, la deportazione ad esempio, prevista per i musulmani sorpresi a consumare alcolici o in alternativa la fustigazione, estesa anche verso chi consuma rapporti sessuali illeciti. E ancora; in Qatar (altro caso spinoso) non esiste alcuna legge che tuteli le libertà sessuali individuali. L’omosessualità è considerato un crimine punibile con la pena di morte.

Per non farci mancare nulla, aggiungiamo pure che sono state accertate, anche se mai rese note, pratiche di sfruttamento della forza lavoro estera che ci rimanda tanto ed episodi di tratta di esseri umani che ci auguravamo di non vedere più nel mondo “moderno”.

Parentesi: la forza lavoro di questo Paese è costituita principalmente da stranieri. A molti di loro, solo pochi giorni fa è stato riservato un trattamento decisamente discutibile; chi risiedeva nel centro della capitale Doha è stato sfrattato nel giro di due ore perché, con un evento mediatico così importante alle porte bisognerà dare un’immagine “consona” di sé, sputando in pratica nel piatto in cui mangiano i colossi che governano il Qatar.

Mondiali in Qatar: le colpe della FIFA

Questo quadro certamente va in contraddizione con i valori nobili cui dovrebbe farsi portavoce in ogni situazione il mondo dello sport. Capire il perché si resta volutamente indifferenti ad una palese manifestazione di arretratezza culturale è un sillogismo mentale abbastanza facile da attuare. Esiste un “dio” superiore in questo mondo capace di muovere i fili di individui che diventano semplici ed apatici burattini. Stiamo parlando del denaro.

A farlo capire, nel caso specifico della nostra trattazione, è stato l’ex presidente della FIFA, Sepp Blatter. Questi, in una passata intervista ha dichiarato che “per aggiudicarsi l’organizzazione di una Coppa del Mondo tutto è possibile, anche pagare”. Non è tutto; bisogna tener presente che il personaggio in questione fu “costretto” alle dimissioni proprio per l’assegnazione dei mondiali alla Russia nel 2018 e al Qatar nel 2022, a seguito dell’apertura di un’inchiesta che poi accertò la sua colpevolezza circa compravendite di voti. Ebbene, nella fattispecie Blatter ha chiamato in causa l’allora presidente UEFA, Michael Platini e persino l’allora capo dell’Eliseo Sarkozy. Su pressione di quest’ultimo, secondo Blatter, anche “Le Roi” avrebbe votato in favore del Qatar. Dimostrazione palese che la politica nel calcio c’entra, eccome!

Era proprio necessario?

Volendo ricavare come sempre una morale, possiamo dunque affermare che “progredire” non è certo mascherare secolari ideologie retrograde dietro a mastodontici grattacieli.

I mondiali del Qatar di “sportivo”, nel senso originario del termine, non avranno nulla. Un pallone che rotola su un rettangolo verde inseguito da ventidue giocatori non potrà mascherare il tradimento al calcio (e allo sport in senso lato) firmato in quel triste dicembre del 2010.

Lecito, in ultima istanza, chiedere a nome di coloro i quali davanti allo slogan “il calcio è di tutti” non si mettono a ridere ma ci credono veramente, se fosse davvero così necessario farci assistere a questo squallido spettacolo.

Felice Marcantonio

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