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Non ci sta niente da fare, i vecchi detti non sbagliano mai!
Parafrasando, questo significa “lì, dove hai trascorso la primavera, trascorri anche l’inverno”, ovvero un poco velato e ironico invito a perseguire la strada scelta e a mantenerla con coerenza. Ma cosa c’entra?
C’entra.

Un anno fa, in pieno lockdown, ma quello vero, quello che ci aveva spaventati a tal punto da non uscire di casa, ma veramente, nemmeno più sul balcone a cantare “Abbracciame cchiù forte” di Sannino, si avvicinava la settimana Santa e il presidente della regione Campania raccomandava caldamente (minacciando di chiamare i carabinieri con il lanciafiamme) tutti i cittadini di evitare il più possibile gli assembramenti; ma il coronavirus non avrebbe mai potuto fermare le tradizioni e, si sa, il giovedì santo si mangia la zuppa di cozze, non scherziamo proprio!

Già ci eravamo dovuti arrangiare con le zeppole di San Giuseppe, che sotto al forno si smosciavano, quella pasta sciù gommosa, ma che è, non vengono mica buone come quelle della pasticceria!
Poi con le pizzerie chiuse fino a fine aprile, una tragedia, ogni campano si è improvvisato pizzaiolo ed è stata davvero dura resistere a pizze bruciacchiate, biscottose, croccanti tipo cracker, con quelle fettine di mozzarella disidratate, rinsecchite dentro al forno elettrico. Uno postava le foto su Instagram con orgoglio, ma siamo onesti: non era un bel vedere, scusate, ma ci piangeva un po’ il cuore.

E così, le pescherie vennero prese d’assalto e i social diventarono lo sfogo di utenti indignati che denunciavano file infinite di persone in attesa nientepopodimeno che di comprare le cozze. Sacrilegio!
Inganno, slealtà.
Sembra la trama di un film trash, con la canzone de Il re Leone in sottofondo, o di un’intervista da Barbara d’Urso ma purtroppo è la realtà.

In quell’occasione, reclusa in casa, esaurita come tutti, in tuta perenne, struccata e con il tuppo, ricordo di essermi allarmata anche io; con il catastrofismo che mi contraddistingue pensai “Di questo passo, non ne usciremo mai… Già ci facciamo Pasqua a casa, così rischiamo di non vedere la fine nemmeno per Natale”.

Ero spaventatissima. Vedevo troppo lassismo e superficialità, in netto contrasto con la scrupolosità di pochi.
Scoraggiata dalla situazione e da tutto ciò che aveva comportato, mi sembrava assurdo rinunciare alla libertà, al trascorrere quelle giornate in un appartamento, quando invece ogni anno passavamo le settimane precedenti a scervellarci su dove andare a Pasquetta, gruppi whatsapp in fermento,notifiche silenziate obbligatorie, idee last minute bocciate, salvo finire a fare la solita grigliata in allegria, nel posto del cuore, col vinello a mo’ di inchiostro, perché l’importante era la quantità non la qualità; la partitella a sette si schiaccia un po’ alticci, il casatiello fatto dalla mamma di qualcuno, le uova di Pasqua rotte a testate… Quanto era triste doverci rinunciare? Ma oh, ne va del benessere nazionale, sacrifichiamoci ora per abbracciarci domani eccetera eccetera, no? Ci sta. Dopotutto, quelle rinunce erano niente rispetto a chi stava soffrendo in ospedale, per i proprio cari.
Senza contare le famiglie separate dal blocco regionale, studenti e lavoratori fuori sede che non avrebbero potuto raggiungere i propri affetti, nessun pranzo di Pasqua di otto portate più colomba ripiena e la pastiera come dolci, ovviamente un pezzo di quella di tua zia, una fetta di quella di tua nonna, un assaggio di quella della signora dirimpetto e poi fai la classifica. Forse almeno qualche agnello è stato risparmiato dal finire sotto al forno, con contorno di patate e piselli, dato che le tavolate di venti persone non erano consentite, ma sicuro qualche decina di cotolette e di melanzane per sopperire sono state indorate e fritte.

Siamo andati avanti, una prima riapertura in estate ci aveva fatto illudere che il peggio fosse passato, ma niente, seconda ondata, varianti e no vax non ci hanno dato tregua e siamo finiti di nuovo in zona rossa, di nuovo separati, con il volto nascosto dalle mascherine che ormai sono diventate parte dei nostri outfit, ci sta chi le abbina alle scarpe o al giubbotto, quelle con i brillantini e quelle con le iniziali.
È poi arrivato Natale, altrettanto triste, nonostante le concessioni del dpcm di potersi recare dai propri familiari, ma con quale spirito?
Sentirsi sempre in ansia, evitare gli abbracci, preoccuparsi dei più fragili.

Ma, ehi, c’è chi sta peggio, va bene così, restiamo chiusi oggi per riscrivere un nuovo anno, così si diceva, per infondere ottimismo.

Questa pandemia non ha risparmiato nessuno, ha influenzato tutti i settori e le categorie merceologiche e ogni aspetto della nostra vita e, a distanza di un anno, siamo nella medesima situazione, anche se gli anelli delle catene sembrano essersi allentati, è solo la stanchezza di chi non resiste più e pensa che sia tutto stato vano.
Adesso quelle minacce di lanciafiamme per scongiurare assembramenti alle feste non fanno più tanto ridere. Le feste sono vietate. Per legge.

Una nuova settimana santa è arrivata, tutta l’Italia è zona rossa, ma sono certa che la zuppa di cozze allieterà le tavole di tutti, anche di chi l’anno scorso ha rinunciato alla tradizione e il lunedì in Albis i prati, almeno quelli un po’ infrattati, saranno riempiti da orde di ragazzini che, con la mascherina sotto il naso, giocheranno col Super Santos
I casatielli saranno infornati, la pizza chiena pure, le pastiere sono già a raffreddare (quella se si assesta qualche giorno poi è più buona), i capofamiglia benediranno i familiari con il rametto di palma intinto nell’acqua santa, anche se sarà quella del rubinetto perché le norme anti covid non permettono più di riempire le bottigliette alla messa.
Restiamo a casa, rispettiamo le regole e ringraziamo per quello che abbiamo, anche se con un pizzico di rassegnazione e di amarezza perché è passato un anno e alla fine veramente faremo Pasqua dove ci siamo fatti Natale: a casa.

Ida Nastasi

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