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Voglio raccontarvi una storia. Partirò da molto lontano nel tempo, circa 2500 anni fa, quando l’allora città di Neapolis era una colonia della Magna Grecia e quella che sarebbe diventata la celeberrima Via San Gregorio Armeno non era altro che uno “stenopos”, una traversa di collegamento tra più strade insomma.

Percorrendo in avanti l’arco temporale, durante il periodo ducale, nel mondo bizantino iniziò una fase di iconoclastia, la distruzione di immagini sacre, che comportò una emigrazione di monache e monaci dall’antica Bisanzio proprio verso Napoli. Fra i vari ordini religiosi profughi, vi erano le suore basiliane di Santa Patrizia, le quali custodivano le reliquie di San Gregorio, patrono d’Armenia.

Quando il sovrano napoletano di allora morì, furono proprio queste monache ad officiare il funerale, portando sul carro la salma in processione. Caso volle che le due giovenche trasportatrici si arrestarono proprio in prossimità dell’ex via Augustale, come la ribattezzarono i Romani. Ciò venne interpretato come un segno di Dio e fu concesso alle consorelle di creare proprio a San Gregorio Armeno il loro monastero, stabilendo così un ideale anello di congiunzione fra Occidente ed Oriente.

Sono in pochi oggi a pensare ai riferimenti storici riguardanti una via che nell’immaginario popolare viene associata unicamente alle numerose botteghe, ivi presenti, che diffondono l’arte presepiale ormai da decenni. In effetti, qualsiasi turista che visiti il capoluogo partenopeo va a San Gregorio Armeno per ammirare statuine, magari comprandone qualcuna, ritraenti pastori della tradizione ma anche, con riferimenti più profani, politici, sportivi, gente di spettacolo.

Gli artigiani storici che trattengono questa via in un’atmosfera di spensieratezza quasi arcadica, hanno creato un legame inscindibile con la propria bottega, considerandola una seconda casa. Nei loro occhi, nelle loro mani, si esprime la passione che hanno per il loro lavoro, anzi, per una vera e propria forma d’arte.

Nel corso degli anni, la passione è stata trasmessa di padre in figlio, mentre sempre più nipoti oggi scelgono altre strade, forse anche un po’ egoisticamente, per sudare meno e guadagnare di più.

Il guadagno: è proprio questo il filo conduttore della mia storia. E’ questo che viene a mancare in tempo di pandemia in mezzo a quel complesso di storie vere, umane e meravigliose che pervadono la via che attraversa e taglia la città di Napoli.

Notizia letta non molti giorni fa, ipotizza un’acquisizione di molte botteghe storiche di San Gregorio Armeno da parte di aziende del Nord Italia. La volontà dei compratori di inserirsi in un mercato di per sé virtuoso, in periodi normali, si unisce alla rassegnazione di molti maestri artigiani che, in assenza di cospicui incentivi statali, si vedono con le spalle al muro e non hanno possibilità di scelta, ma solo di vendere, per trarne anche loro guadagno, appunto. Sacrificheranno la loro passione, la loro scelta di vita, perché di fatto abbandonati da chi dovrebbe tutelare un vanto mondiale, non trascurarlo o, peggio, ignorarlo.

C’è tanta indifferenza, in effetti, verso ciò che potrebbe accadere a San Gregorio Armeno. Si pensa che, pur cambiando proprietà, le botteghe lì rimarranno e continueranno ad esistere comunque.

Personalmente ritengo che solo fisicamente ogni bottega sarà ancora lì, ma non si respirerà più l’aria di una volta tra quei vicoli. Questo perché la memoria di cosa è stato, di cosa ha rappresentato San Gregorio Armeno, pian piano svanirà, lasciando posto alle apatiche logiche di un mercato freddo e calcolatore. L’odore della colla usata come fissaggio per le varie parti di ogni piccola scultura impregnata sui grembiuli da lavoro degli artigiani sorridenti e fieri, benché affaticati, lascerà spazio a facce più pulite esteticamente, ma meno vere, meno sorridenti, quelle insomma, per usare un’espressione di una vecchia canzone intitolata “Zappatore”, di “tutte ‘sti ‘signure ‘ncruvattate”, “tutti questi signori incravattati”.

Il mio finale vuole essere un appello, nessuna morale, perchè questa storia non è una favola, ahimè. Ma può comunque avere un lieto fine se tutti noi, nel nostro piccolo, scegliamo la strada non della rassegnazione, della passività, ma della denuncia, della critica, della salvaguardia di un patrimonio comune, un orgoglio tutto meridionale.

“SCETIAMOCI!” per dirla alla napoletana. Diamoci tutti una mossa e scriviamo insieme il finale. E’ l’ora di parlare, di urlare, non di restare in silenzio. La tradizione ci lancia un grido di aiuto. Sta a noi, costruttori del domani, aiutarla a sopravvivere, perché, come disse qualcuno, laddove non c’è tradizione non c’è memoria e, di conseguenza, non ci può essere futuro.

Felice Marcantonio

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