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Bari. Da due settimane a questa parte il nome del capoluogo pugliese è associato al caso che coinvolge la società locale di trasporto pubblico, l’Amtab. La stessa è finita nell’occhio del ciclone dopo le dichiarazioni rilasciate alla Procura dal pentito Nicola de Santis, ex autista della società in questione, il quale ha fornito validi strumenti per ipotizzare un’intromissione della malavita nella gestione dell’ente di Viale Jacobini.

In particolare, il clan Parisi (che controlla il quartiere Japigia) avrebbe stabilito dal 2018 ad oggi promozioni, assunzioni e trasferimenti del personale, oltre ad occuparsi dell’organizzazione dei parcheggi per i mezzi.

Naturale supporre con un simile quadro una convergenza tra mafia e politica (esercizio tipico nel nostro Paese). A tal proposito lo scorso febbraio un’inchiesta della Dda ha messo in manette 130 persone; tra queste la consigliera comunale Carmen Lorusso e suo marito Giacomo Olivieri, ex consigliere regionale, entrambi accusati di voto di scambio.

C’è di più. Nell’occhio del ciclone è finito ben presto l’attuale primo cittadino Antonio Decaro, in quanto è proprio il sindaco ad avere la delega sulla società partecipate. Ergo, è lui che ha designato i vertici di Amtab, caduti l’uno dopo l’altro non appena è arrivata l’alta marea.

Il governo e la città (almeno la sua parte onesta) vogliono vederci chiaro, non escludendo alcuna possibilità. In merito, il Tribunale di Bari ha individuato in Luca D’Amore il commissario incaricato di far luce sulla situazione reale di Amtab. Da una prima analisi si riscontrano anomalie significative nel bilancio della società che tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023 versava in condizioni piuttosto critiche.

A questo punto ci si chiede: “Perché proprio in quel periodo si sono verificate molte assunzioni? Perché molte coinvolgevano parenti di politici locali?”.

Quantomeno il dubbio circa l’esistenza di un legame tra figure istituzionali e malavitosi risulta fondato. Su questa base il Viminale ha inviato a Bari una commissione d’accesso che avrà tre mesi di tempo per stilare una precisa relazione atta a confermare o meno il triste scenario.

Ogni vicenda si colora poi di particolari, gesti piuttosto espliciti, dichiarazioni importanti, che forniscono all’opinione pubblica elementi per condurre una propria “indagine”. Si ricordino dunque le agghiaccianti parole pronunciate dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, sul palco di Piazza del Ferrarese, pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo.

Emiliano ricorda in particolare un episodio verificatosi quando era primo cittadino del capoluogo e tra i suoi assessori figurava il suo successore, Antonio Decaro. “Un giorno mi recai a casa della sorella del boss Capriati e portai anche Antonio con me”.

Sono bastate poche affermazioni, chiare, per sollevare il polverone. Successivamente Emiliano stesso ha cercato di distogliere l’attenzione da quanto detto in quell’occasione, sottolineando ad esempio la strenua battaglia condotta in veste di magistrato per smontare l’attività dei clan.

Il danno, ormai, era fatto. Il sindaco Decaro, vittima più o meno ingenua, ha provato a metterci una pezza mostrandosi alla cittadinanza in occasione delle feste pasquali tra i vicoli della città vecchia. Accanto ad attestati di solidarietà verso il primo cittadino non sono mancati momenti di satira “fai da te” piuttosto tagliente, a testimonianza di una popolazione fortemente divisa sull’argomento.

E qui arriviamo al fulcro del discorso. Bari negli ultimi anni ha conosciuto uno sviluppo economico non indifferente, che non a caso gli è valsa la qualifica di “Milano del Sud”. Proprio ora che la sua provincia si appresta ad ospitare il G7, ergo proprio nel momento di massima consacrazione, una massa di fango macchia la sua figura splendente.

La cittadinanza, i pugliesi in generale, cercano di aggrapparsi ad una certezza, magari debole, che corrisponde proprio al nome di Antonio Decaro. Il sindaco, non a caso, si è detto da subito disponibile a collaborare con le autorità investigative, evitando giustificazioni a priori. Di contro, il governatore regionale, da sempre affetto da smanie onnipotenti, cerca di minimizzare la gravità della situazione, andando tra l’altro contro la stessa etica che l’ha formato e guidato (in teoria) per anni. Dalla Regione, infatti, non hanno affatto gradito l'”intromissione” dello Stato nelle vicende locali, in realtà più che dovuta.

La mente torna allora al maggio del 2021, quando Franco Landella lasciò vacante la poltrona di sindaco di Foggia, travolto da scandali interni che, particolare non da poco, non sono mai stati collegati al termine “mafia”. In quell’occasione, ci si chiede, perché il presidente Michele Emiliano ha lasciato che la giustizia facesse il suo corso (com’è naturale che sia)? Forse perché la “sua” Bari non veniva toccata in nessun modo dalla vicenda (con tutta la spazzatura mediatica annessa e connessa)?

Se è vero che a pensar male quasi sempre ci si azzecca, d’altro canto lo sguardo del sottoscritto, tra l’altro pugliese, è rivolto come tanti cittadini al sindaco Decaro, speranza unica di una Bari (e di una Puglia) che continui a mostrare all’Italia e all’Europa il suo volto più pulito. Sarà solo un sogno? Al risveglio, per ora, è meglio non pensare.

Felice Marcantonio

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