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Esattamente 75 anni fa l’Italia fu chiamata al voto per scegliere la forma di governo da dare ad un Paese uscito a pezzi dal secondo conflitto mondiale.

Novità significativa nella modalità fu l’ammissione alle urne delle donne che per la prima volta nella storia italiana poterono esprimere su carta il proprio pensiero.

Era dunque la nazione in toto a prender parte al dibattito sulle sorti comuni scegliendo o di mantenere al vertice la monarchia o di rinnovare l’apparato statale istituendo una repubblica parlamentare.

Come finì è noto a tutti: quel 2 giugno nacque la Repubblica Italiana.

Tuttavia non fu un plebiscito a decretare questo verdetto.
Come attestato dalle percentuali delle singole regioni e dei singoli centri del paese, fu decisivo il massiccio pronunciamento del Centro- Nord a far sì che l’Italia cambiasse forma di governo.
In larga parte del Meridione, invece, la maggioranza della popolazione votante si espresse a favore del mantenimento dello status quo.
Da sottolineare che a schierarsi sul fronte della corona non vi furono solamente persone comuni ma anche insigni figure, quale ad esempio Benedetto Croce, premettendo però un radicale rinnovamento della casata reale.

Tornando al fulcro del discorso, i meridionali vedevano evidentemente nella figura del re, qualunque egli fosse, un perno imprescindibile su cui poggiare le basi della ricostruzione.
Sembrerà a molti un paradosso visto che è proprio nel Mezzogiorno che si riunirono per la prima volta i rappresentanti del CLN ed è da Radio Bari che venivano pronunciati i primi discorsi spronanti alla ribellione al nazifascismo.

In realtà, spesso si tende, a mio modesto avviso, ad associare fatti tra loro diversi.
Nella fattispecie, il ruolo giocato nella lotta alla dittatura dai meridionali fu sicuramente rilevante, ma non per questo necessariamente bisogna dedurne che qui al Sud ci fosse un’avversione verso la monarchia; anzi, è proprio in Puglia, a Brindisi, che il re Vittorio Emanuele III trovò “riparo” dopo l’armistizio.
Questo avvenimento, se tendessimo a ragionare secondo il criterio sillogico sopra descritto, porterebbe di contro a spiegare il perché quel famoso 2 giugno al Sud vinse la monarchia. Il re, si dirà, dimorava proprio qui.
Troppo scontata quanto, a mio modo di vedere, sbrigativa questa risposta.
Il sovrano sicuramente poteva con la sua sola presenza indirizzare le coscienze della gente, ma non va dimenticato che il suo credito dopo la fuga da Roma era calato notevolmente. Appariva, infatti, come il comandante che abbandona la nave nel momento del bisogno.
Questa diffidenza di fondo era ben radicata da Nord a Sud. Per cui non è qui che va rintracciata la risposta.

Personalmente, dopo anni che ogni 2 giugno mi torna in mente la domanda fatidica: “Perché il Sud votò per la monarchia?”, pian piano mi sto convincendo che forse aveva ragione chi diceva che “la verità non esiste”.
Sono sempre più convinto che esistano fatti storici, per loro natura sinonimo di oggettività, che non sono riconducibili a spiegazioni razionali.
E questo deve essere proprio un caso simile.

Mettendo per iscritto i miei pensieri, avanzo ipotesi.
La più concreta mi porta ad associare la situazione di 75 anni fa al tempo presente.
Qui, nel nostro Mezzogiorno, siamo sempre stati un po’ refrattari al cambiamento. È un termine che ci spaventa, ci dà insicurezza.
Pensiero comune del meridionale medio è: ” perché cambiare?”
Siamo degli inguaribili ottimisti pur nel nostro secolare pessimismo, che grande paradosso!
Non vogliamo cambiare perché in fondo “stiamo bene come stiamo” ( altro topos diffuso dalla Puglia alla Sicilia).
E allora penso che, magari, fu proprio una “questione di mentalità ” che spinse i nostri antenati a volere a capo della futura Italia il re.
Nella nostra visione c’è sempre stato bisogno di una guida autorevole, di un sovrano per l’appunto.
“Chissà chi e quanti governeranno una repubblica…”, si sarà chiesto qualcuno.
L’assenza di un comando centrale e forte, rintracciabile nella figura di un uomo solo a cui appellarsi, in cui rifugiarsi, spaventava.

Col sennò di poi, con una repubblica che in diverse occasioni è apparsa smarrita, non mi sento francamente di giudicare come “retrogrado ” chi quel 2 giugno 1946 votò per la monarchia.
Anche perché poi vedo ad esempio il Regno Unito, monarchia parlamentare, che tutto rappresenta tranne che l’antiprogresso.

Con ciò non voglio nemmeno concludere che sia stata sbagliata la scelta della discontinuità col recente passato. La Repubblica, con la sua carta costituzionale, ha portato l’innovazione in Italia, un’idea di futuro rimasta, però, in larga parte solo su “carta”, ahinoi!

Quel 2 giugno, i repubblicani sognavano un’Italia realizzata solo in parte e i monarchici sognavano un’Italia mai nata o forse già morta.
Il Sud era ancorato al passato e il resto del Paese guardava al futuro? Oppure si vedeva il domani da angolature diverse?

Oggi tutta Italia festeggia la repubblica, ma ciò che successe 75 anni fa qui al Sud non si può cancellare.
E così ritorna sempre la prima domanda: “Perché il Sud votò per la monarchia?”.

Il punto interrogativo resterà ancora a lungo, credo per sempre.

Felice Marcantonio

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