Elisabetta Costa, Autore presso La Voce del Sud https://www.lavocedelsud.org/author/elisabetta-costa/ “Se si sogna da soli, è un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia. ” Thu, 27 Nov 2025 14:25:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.3 199277288 Il Futuro dei Diritti Delle Donne come Responsabilità del Presente https://www.lavocedelsud.org/diritti-delle-donne/ Thu, 27 Nov 2025 13:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9628 Un Atto di Coscienza Civile: La Memoria che Interroga il Diritto In una congiuntura storica in cui le fondamenta della convivenza civile sembrano vacillare, la giornata del 27 novembre presso l’Università di Messina assume la statura di un atto solenne di rifondazione etica e giuridica. Il conferimento della Laurea Magistrale honoris causa a Paola Cortellesi […]

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Un Atto di Coscienza Civile: La Memoria che Interroga il Diritto

In una congiuntura storica in cui le fondamenta della convivenza civile sembrano vacillare, la giornata del 27 novembre presso l’Università di Messina assume la statura di un atto solenne di rifondazione etica e giuridica. Il conferimento della Laurea Magistrale honoris causa a Paola Cortellesi e l’intitolazione del Cortile del Rettorato a Lorena Quaranta e Sara Campanella trascendono il rito per farsi monito e manifesto. È un’assunzione di impegno che vincola l’istituzione accademica al suo ruolo più alto: essere coscienza critica della società e custode dei suoi valori inalienabili. Questo gesto ci ricorda che la libertà delle donne, la loro sicurezza e la loro piena cittadinanza non sono dati acquisiti, ma costruzioni fragili da difendere e rinnovare ogni giorno, come affermava Calamandrei: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”.

Lo Specchio del Passato: “C’è ancora domani” e la Radice Culturale della Disuguaglianza

L’opera cinematografica di Paola Cortellesi agisce come una lente d’ingrandimento giuridica e sociale, costringendoci a confrontarci con un passato cui eco risuona, sinistro, nel nostro presente. Il film è un’anamnesi impietosa di una cultura in cui la violenza domestica non era un crimine, ma una consuetudine da subire in silenzio. La domanda che ci interpella non è se quel mondo sia esistito, ma in quale misura esso sopravviva, carsico e tenace, nelle gerarchie invisibili che ancora oggi strutturano le nostre relazioni. Il diritto, ci insegna il film, è efficace solo se la società è disposta a crederci, trasformandolo da mera enunciazione a prassi vissuta.

Le Pietre Miliari di una Rivoluzione Incompiuta: Le Conquiste delle Donne nella Storia d’Italia

La strada verso la parità è stata lastricata da battaglie civili e conquiste normative che hanno ridefinito l’architettura giuridica e sociale del nostro Paese.

Se il suffragio universale del 1946 segnò l’ingresso formale delle donne nella vita politica, fu il decennio degli anni Settanta a scardinare dogmi secolari. La Legge n. 898 del 1970, che introdusse il divorzio, fu una vittoria epocale, confermata dal referendum del 1974, che spezzò l’indissolubilità di un vincolo coniugale spesso vissuto come una prigione. Poco dopo, la Legge n. 151 del 1975 riformò il diritto di famiglia, seppellendo la figura del “pater familias” e introducendo il principio della parità giuridica tra i coniugi. Infine, la Legge n. 194 del 1978 legalizzò l’interruzione volontaria di gravidanza, sottraendo le donne alla piaga dell’aborto clandestino e affermando il principio dell’autodeterminazione sul proprio corpo.

A queste si aggiunsero, nel 1981, l’abolizione del “delitto d’onore” e del “matrimonio riparatore”, residui infami di una cultura patriarcale che barattava la vita di una donna con l’onore maschile. Queste leggi non furono concessioni, ma il frutto di lotte coraggiose portate avanti da donne che pretesero di essere non solo destinatarie di norme, ma protagoniste della loro stesura. Se guardiamo alla legislazione degli ultimi decenni — dal nuovo diritto di famiglia alla tutela contro lo stalking, dalla legge sul femminicidio alle misure di protezione per le vittime — potremmo ingenuamente pensare che la parità sia ormai garantita. Ma la norma, da sola, non basta.
La discriminazione oggi è più sottile, più sofisticata, meno riconoscibile.

Il Diritto Formale e la Realtà Sostanziale: Il Cantiere Aperto dell’Uguaglianza

Nonostante un arsenale giuridico apparentemente robusto, l’uguaglianza sostanziale, quella sancita dall’articolo 3 della Costituzione, resta un cantiere aperto. La discriminazione oggi assume forme più subdole: il gender pay gap, la cronica sottorappresentazione femminile nei ruoli apicali, il carico sproporzionato del lavoro di cura, gli stereotipi che condizionano le scelte di vita. La violenza, in questo quadro, non è un’anomalia, ma la manifestazione estrema di un iceberg culturale, la cui parte sommersa è costituita proprio da queste disuguaglianze strutturali. Le storie di Lorena e Sara ce lo ricordano: la violenza non germoglia nel vuoto, ma in un humus culturale che la tollera, la minimizza e talvolta la legittima. La parità, dunque, non è un dono, ma un impegno.

E qui la lettura del film si intreccia con il principio costituzionale: la libertà delle donne nel dopoguerra non nasce dalla legge, ma dal coraggio di chi, come la protagonista del film, sceglie di “alzare lo sguardo”. Come ricordava Zagrebelsky, “la democrazia non vive di consensi rituali, ma di coscienza civile”. Ed è proprio questa coscienza che ancora fatichiamo a rendere pienamente matura.

Oltre l’Emergenza: Per una Prevenzione Strutturale della Violenza di Genere

La lotta alla violenza di genere non può più limitarsi a interventi ex post, che agiscono quando il danno è già compiuto. Punire i colpevoli è un dovere di giustizia, ma non esaurisce il nostro compito. La vera sfida è la prevenzione, un’azione che deve radicarsi nel tessuto culturale e formativo della nazione. Gli strumenti più efficaci non sono solo le leggi più severe, ma quelli che intervengono ex ante:

•L’educazione all’affettività e al rispetto nelle scuole: Introdurre percorsi curricolari obbligatori, fin dalla prima infanzia, che decostruiscano gli stereotipi di genere, educhino al consenso, all’empatia e alla gestione non violenta dei conflitti. È qui che si formano i cittadini di domani, ed è qui che si può spezzare la catena della trasmissione intergenerazionale della violenza.

•La formazione degli operatori: Medici, forze dell’ordine, magistrati, insegnanti e giornalisti devono essere formati per riconoscere i segnali di allarme della violenza, utilizzare un linguaggio appropriato e attivare protocolli di protezione efficaci, superando pregiudizi e letture superficiali del fenomeno.

•La responsabilità dei media e della comunicazione: Promuovere una narrazione che non spettacolarizzi il dolore, non colpevolizzi le vittime (victim blaming) e non riduca il femminicidio a un raptus passionale, ma lo contestualizzi come la punta estrema di un sistema di potere.

•Il sostegno all’indipendenza economica delle donne: Il divario salariale e la precarietà lavorativa sono fattori che aumentano la vulnerabilità. Politiche attive per il lavoro femminile, la condivisione dei carichi di cura e il sostegno all’imprenditoria femminile sono strumenti indiretti ma potentissimi di prevenzione, perché una donna economicamente indipendente è una donna più libera di sottrarsi a una relazione potenzialmente violenta.

Dopo il 25 novembre: oltre la retorica delle celebrazioni

La Giornata internazionale contro la violenza sulle donne rischia, ogni anno, di diventare un esercizio autoassolutorio: panchine rosse, slogan, cerimonie. Tutto necessario, ma non sufficiente. Se non scardiniamo l’impianto culturale che legittima la diseguaglianza, la ritualità diventa ipocrisia. La domanda che dovremmo porci non è “che cosa ricordiamo?”, ma “che cosa siamo disposti a cambiare?”. Il diritto, ancora una volta, offre una risposta parziale: indica il percorso, ma non lo percorre al nostro posto. Siamo davvero pronti a riformare profondamente il modo in cui la società distribuisce potere, risorse, opportunità? Siamo disposti a una revisione radicale del modello culturale che ancora oggi considera il femminile come “secondo”, ancillare, rinunciatario? Se la risposta è incerta, allora il 25 novembre è punto di partenza.

Il Domani che Scegliamo di Costruire

C’è ancora domani non è una promessa, ma un imperativo morale e giuridico. La vera civiltà non si misura dalla severità delle sue pene, ma dalla sua capacità di rendere la violenza non solo illegale, ma culturalmente impensabile. L’Università Degli Studi di Messina, intitolando un luogo simbolico a Lorena e Sara, e riconoscendo il valore civile del cinema di Cortellesi, oggi, afferma un principio semplice ma rivoluzionario: che la cultura e il diritto hanno senso solo se diventano strumenti di responsabilità. Questa è la responsabilità che grava sulle nostre spalle, una responsabilità che ci chiama a essere, insieme, uomini e donne, vecchie e nuove generazioni, gli architetti di domani.
Ed il domani non arriva perché lo attendiamo.
Arriva perché lo reclamiamo. E oggi, più che mai, abbiamo il dovere morale di pretenderlo.

A cura di
Elisabetta Costa.

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Oltre il simbolo: il femminicidio tra diritto, cultura & riflessione https://www.lavocedelsud.org/oltre-il-simbolo-il-femminicidio-tra-diritto-cultura-riflessione/ Fri, 31 Oct 2025 17:54:03 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9596 Una laurea alla memoria, una ferita collettiva Messina, 23 ottobre 2025.Nell’Aula Magna del Rettorato, durante una cerimonia gremita e silenziosa, l’Università Degli Studi di Messina conferisce la laurea alla memoria alla famiglia di Sara Campanella, studentessa di Tecniche di laboratorio biomedico. Sara è stata uccisa il 31 marzo 2025, in pieno giorno, a pochi passi […]

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Una laurea alla memoria, una ferita collettiva

Messina, 23 ottobre 2025.
Nell’Aula Magna del Rettorato, durante una cerimonia gremita e silenziosa, l’Università Degli Studi di Messina conferisce la laurea alla memoria alla famiglia di Sara Campanella, studentessa di Tecniche di laboratorio biomedico. Sara è stata uccisa il 31 marzo 2025, in pieno giorno, a pochi passi dal Policlinico “Gaetano Martino” dove stava svolgendo il suo tirocinio: aveva ventidue anni.
Da quel giorno, camminare per la città significa percepire un’assenza che rimbomba.
Poi sono arrivati i fiori, le fiaccolate, le aule universitarie: le iniziative cittadine che le hanno dedicato momenti di silenzio, cortili, piazze.
La pergamena che porta il nome di Sara, appare essere segno e ferita, insieme: un atto di amore e un atto d’accusa, rivolto a una società che sa commemorare ma non prevenire.
Perché Sara Campanella – come Lorena Quaranta, uccisa nel 2020 a Furci Siculo, come Giulia Cecchettin, Giulia Tramontano, Ilaria Sula, Pamela Genini, Jessica Stappazzollo Custodio de Lima – non doveva diventare un nome da ricordare, ma una vita da continuare.
Le loro esistenze dovevano restare carne, voce, futuro, non materia di commemorazione. Le loro vite avrebbero dovuto scorrere, non arrestarsi per diventare monito.
E quindi, appare lecito domandarsi: a che serve la memoria se non si traduce in azione?

Il diritto penale come placebo sociale

Parlare di femminicidio senza cedere all’enfasi emotiva richiede chiarezza metodologica: occorre distinguere tra il valore simbolico delle norme e la loro reale efficacia preventiva.
Negli ultimi anni la risposta istituzionale ha privilegiato interventi penalistici di grande effetto mediatico; il nuovo disegno di legge che innalza il profilo sanzionatorio di talune condotte ne è emblema.
La legge n. 69 del 2019, il cosiddetto Codice Rosso, ha accelerato i tempi delle indagini e inasprito le pene. Poi, il 7 marzo 2025, il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge che introduce il delitto autonomo di “femminicidio”, prevedendo l’ergastolo obbligatorio per chi uccida “una donna in quanto donna”.
In apparenza, un passo avanti.
In realtà, come sottolineano alcuni tra i più autorevoli penalisti italiani, è l’ennesimo esempio di diritto penale simbolico. Giovanni Fiandaca, già ordinario di Diritto penale all’Università di Palermo, lo definisce un diritto “che serve più a rassicurare che a prevenire”: un linguaggio legislativo che placa l’allarme sociale, ma non incide sulle cause del male.
Anche Massimo Donini, ordinario a Modena e Reggio Emilia, parla di populismo penale: la tendenza dei governi moderni a produrre nuove fattispecie per rispondere alle emozioni collettive, sacrificando il rigore tecnico e la funzione rieducativa della pena. Il nuovo reato di femminicidio, infatti, presenta profili problematici: termini come “atto di odio” o “discriminazione” violano il principio di tassatività, lasciando margini interpretativi incompatibili con l’art. 25 della Costituzione. L’ergastolo obbligatorio contrasta con l’art. 132 del codice penale, che affida al giudice la discrezionalità nella commisurazione della pena.
Ecco il paradosso: il diritto penale, nato come extrema ratio, diventa strumento di propaganda, bandiera politica da sventolare sulle tragedie.

I numeri, i volti, le omissioni

Il quadro delle vittime recenti rende drammaticamente concreto il dilemma teorico.
Le statistiche ministeriali mostrano un dato costante: nel 2024, 125 donne sono state uccise in Italia; nei primi dieci mesi del 2025, i casi hanno già superato quota 100. Dati che non si piegano al desiderio di speranza. I reati aumentano nonostante le pene più severe, i processi più rapidi, i provvedimenti cautelari più rigidi. Nel frattempo, la realtà quotidiana racconta fallimenti concreti: braccialetti elettronici rimossi, divieti di avvicinamento violati, denunce rimaste nei cassetti.
Il caso di Jessica Stappazzollo, uccisa dal compagno già sottoposto a sorveglianza elettronica, è solo l’ultimo di una serie che mette a nudo l’inadeguatezza dei mezzi di controllo. Non è solo una questione ex post, ma una carenza sistemica di risorse, formazione e coordinamento. Perché ogni strumento, anche il più evoluto, richiede un apparato umano che lo faccia funzionare: personale formato, tempi certi, comunicazione tra procure e forze dell’ordine, protezione reale delle vittime.

L’educazione negata

I casi di Giulia Cecchettin e di Giulia Tramontano — tra i più eclatanti degli ultimi anni per ferocia e risonanza mediatica — hanno sollevato il tema del rapporto tra punizione esemplare e prevenzione sociale; la loro eco ha prodotto condanne severe ma non ha arrestato la sequenza delle tragedie.
La storia di Lorena Quaranta, uccisa nel 2020 e ricordata nel tessuto sociale e giudiziario per il profilo processuale che ne seguì, è un’ulteriore tessera del mosaico che testimonia come la repressione da sola non sia argine sufficiente.
Se le pene non bastano, dove concentrare lo sguardo?
La riflessione sociologica ci aiuta: secondo la sociologa Anna Simone, il fenomeno esprime la «vendetta» di strutture maschili in crisi, un residuo di possesso che si trasforma in violenza quando la relazione, la libertà o il rifiuto incrinano antichi schemi di dominio. La diagnosi non è rassicurante: siamo davanti a matrici culturali che il codice non corregge, perché il codice interviene quando l’atto si è già consumato.
Eppure, mentre si invoca la certezza della pena, si smantellano gli strumenti della prevenzione.

…Ed un’occasione mancata

Il 16 ottobre 2025, la Commissione Cultura della Camera ha approvato un emendamento che vieta l’introduzione dell’educazione affettiva e sessuale fino alle scuole medie, e la subordina al consenso scritto dei genitori per le superiori. Le motivazioni addotte parlano di “tutela della potestà genitoriale” e di difesa da una presunta “ideologia gender”.
Ma di cosa, in realtà, stiamo proteggendo i nostri ragazzi? Dalla conoscenza del consenso, del rispetto, del corpo, delle emozioni? Li proteggiamo dalla realtà, lasciandoli nelle mani di quella “educazione alternativa” che arriva dallo smartphone, dalla pornografia, dai social.
Le statistiche parlano chiaro: secondo un rapporto di Save the Children, solo il 47% degli adolescenti italiani ha ricevuto un’educazione sessuale o affettiva a scuola. Gli altri imparano da internet, dove il corpo femminile è spesso oggetto, non soggetto; il rifiuto è sfida, non diritto. E così, mentre proclamiamo “mai più”, stiamo costruendo una generazione che cresce senza strumenti per comprendere sé stessa né l’altro.
La verità, amarissima, è che non si può pretendere di arginare la violenza senza educare alla relazione.
Oggi il problema è più ampio: è una società incapace di gestire il fallimento, maschile e femminile, affettivo e professionale. Viviamo in un mondo iper-competitivo, dove l’identità è costruita sul successo e il possesso.
Quando l’amore finisce, l’io crolla ed in troppi casi, trascina con sé l’altro.
Il femminicidio non è solo l’ultimo rifugio del patriarca, ma anche il sintomo di un analfabetismo emotivo diffuso. Perché non basta punire i colpevoli; bisogna insegnare a non diventarlo.

L’eredità, oltre il simbolo

Non è dunque questione di scegliere tra pena e prevenzione, ma di orchestrare entrambe con sobrietà e lungimiranza. La solennità del rito commemorativo deve trasformarsi in impegno operativo: investimenti nelle scuole, formazione degli insegnanti e degli operatori sociali, potenziamento dei centri antiviolenza, protocolli che funzionino davvero (anche tecnologicamente) quando servono. La retorica dell’ergastolo può confortare il sensibile, ma non sostituisce la fatica educativa che costruisce uomini e donne capaci di gestire la frustrazione senza ricorrere all’annichilimento dell’altro.
Sara, oggi, è un nome inciso in una pergamena.
Ma era — ed è — una di noi: una ragazza che sognava una vita semplice, una professione, un futuro.
La sua assenza ci chiede di guardare non soltanto alle leggi che scriviamo, ma al mondo che coltiviamo.
Ogni volta che ci limitiamo a commemorare, rinunciamo a cambiare.
E forse, la vera giustizia che le dobbiamo non è un nuovo reato nel codice, ma un nuovo modo di stare insieme. Uno in cui “non una di meno” non sia più un grido di protesta, ma una condizione naturale.

©A cura di Elisabetta Costa.

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Villabate, il cimitero della discordia: tra emergenza sanitaria e paralisi burocratica https://www.lavocedelsud.org/cimitero-villabate/ Mon, 22 Sep 2025 17:28:53 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9528 Una crisi che va “oltre” la morte, svelando le fragilità di un sistema. A Villabate, piccolo comune alle porte di Palermo, l’ultimo viaggio trasforma in un’odissea che ha scosso la comunità e messo a nudo le criticità della gestione pubblica. Con 220 bare insepolte, il cimitero comunale è stato chiuso per emergenza igienico-sanitaria, aprendo un […]

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Una crisi che va “oltre” la morte, svelando le fragilità di un sistema. A Villabate, piccolo comune alle porte di Palermo, l’ultimo viaggio trasforma in un’odissea che ha scosso la comunità e messo a nudo le criticità della gestione pubblica. Con 220 bare insepolte, il cimitero comunale è stato chiuso per emergenza igienico-sanitaria, aprendo un dibattito che intreccia questioni tecniche, amministrative e politiche.

L’odore acre di un’emergenza annunciata

Il 22 agosto 2025, quando il sindaco Gaetano Di Chiara firmò l’ordinanza di chiusura del cimitero comunale, a Villabate si consumava l’epilogo di una storia iniziata molto prima, rappresentante del giorno in cui a morire, fu la dignità. Era una mattina di fine agosto quando l’odore acre iniziò a diffondersi tra i viali del cimitero di Villabate. Le temperature, che avevano superato i 35 gradi per settimane consecutive, avevano fatto il loro corso: alcuni feretri si erano letteralmente “aperti”, come eufemisticamente venne definito negli atti ufficiali, rilasciando liquidi organici sui pavimenti delle cappelle gentilizie. Fu allora che l’amministrazione comunale non poté più nascondere quello che era diventato un segreto di Pulcinella: il cimitero era al collasso da anni.

L’ordinanza n. 55 del 22 agosto 2025 arrivò come un fulmine a ciel sereno per i cittadini, ma non per chi conosceva i retroscena. Da almeno cinque anni, secondo quanto emerso dalle cronache locali, la situazione era critica. Eppure nessuno aveva mai preso provvedimenti strutturali.

Il piccolo comune di 19.000 abitanti si ritrovò così a fare i conti con una proporzione di emergenza che, rapportata alla popolazione, superava persino il drammatico caso del cimitero dei Rotoli di Palermo, dove 1.500 bare erano state accatastate in una città di oltre 630.000 abitanti.

La cronologia dell’inerzia

La ricostruzione dei fatti rivela una sequenza di occasioni mancate e responsabilità diluite nel tempo.
Il piano triennale delle opere pubbliche, che avrebbe dovuto includere l’ampliamento del cimitero, era stato discusso e rinviato più volte. L’ultima volta, il Consiglio comunale aveva spostato la decisione al 9 ottobre 2025, quando ormai l’emergenza era già esplosa.

Ma c’era di più. Quando l’emergenza divenne conclamata, anche la gestione dell’immediato si rivelò un percorso accidentato. Il 29 agosto, mentre le bare continuavano a deteriorarsi, un banale blackout elettrico mandò in tilt il server del Comune, impedendo di scaricare le offerte delle agenzie funebri per i lavori di sistemazione. Un episodio che sembrava uscito da una commedia dell’assurdo, se non fosse stato per la drammaticità del contesto; L’amministrazione fu costretta a stanziare 29.000 euro con una modifica di bilancio d’urgenza, una cifra che rappresentava solo una toppa temporanea a un problema che richiedeva ben altri investimenti.

E nel frattempo, le famiglie in lutto dovevano fare i conti con un’odissea burocratica che trasformava il dolore privato in un calvario pubblico.

I “nodi irrisolti”, giunti al pettine

L’inchiesta , fece emergere criticità che andarono oltre il caso specifico di Villabate.
Il piccolo comune siciliano era diventato, negli anni, un punto di riferimento per le sepolture anche di cittadini provenienti da Palermo e dal circondario, una prassi che aveva accelerato la saturazione degli spazi senza che venissero adottate contromisure adeguate. La gestione dell’emergenza aveva inoltre rivelato l’inadeguatezza delle procedure amministrative di fronte a situazioni critiche.

La dipendenza da sistemi informatici vulnerabili, la lentezza burocratica, l’assenza di protocolli di emergenza efficaci: tutti elementi che avevano contribuito a trasformare un problema gestibile in una crisi sanitaria.

Le responsabilità nascoste

Dietro la facciata dell’emergenza improvvisa, l’inchiesta svelò quindi un sistema di responsabilità diffuse. Il piano di ampliamento del cimitero era stato discusso in più occasioni, ma sempre rinviato per questioni di bilancio o di priorità politiche. La vicenda aveva messo in luce l’assenza di una visione strategica a livello territoriale, con ogni amministrazione che aveva navigato a vista, sperando che il problema non esplodesse durante il proprio mandato.

Epilogo di una crisi annunciata

Quando il cimitero riaprì dopo i lavori di emergenza, la vera partita si giocava altrove: nell’approvazione del piano di ampliamento, nella promozione di pratiche alternative come la cremazione, nella costruzione di un sistema più resiliente.
La storia di Villabate ci insegna che i problemi rimandati non si risolvono: restano lì, pronti a esplodere. Un monito chiaro per chi amministra: affrontare le emergenze oggi, per non pagarne domani le conseguenze.

©Elisabetta Costa

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La Separazione delle Carriere: Un’Analisi Critica delle Implicazioni per la Magistratura Italiana https://www.lavocedelsud.org/la-separazione-delle-carriere-unanalisi-critica-delle-implicazioni-per-la-magistratura-italiana/ Mon, 11 Aug 2025 15:11:19 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9494 La recente approvazione in prima deliberazione da parte del Senato del Disegno di Legge n. 1353, concernente l'ordinamento giurisdizionale e l'istituzione della Corte disciplinare, ha riacceso un dibattito fondamentale sull'indipendenza della magistratura italiana.

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La recente approvazione in prima deliberazione da parte del Senato del Disegno di Legge n. 1353, concernente l’ordinamento giurisdizionale e l’istituzione della Corte disciplinare, ha riacceso un dibattito fondamentale sull’indipendenza della magistratura italiana. Questa riforma, nota come “separazione delle carriere” tra magistrati giudicanti e requirenti, promette di ridisegnare profondamente l’assetto giudiziario del Paese. Tuttavia, al di là delle intenzioni dichiarate, è imperativo analizzare con spirito critico le potenziali conseguenze di tale provvedimento, specialmente in relazione al ruolo del Pubblico Ministero e all’autonomia dell’intera istituzione giudiziaria rispetto alla politica.

La Riforma in Dettaglio: Cosa Cambia?

Il DDL 1353 introduce modifiche strutturali significative.
L’approvazione della separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente rappresenta uno snodo cruciale per il sistema giudiziario italiano. La recente legge approvata dal Senato è destinata a cambiare radicalmente l’architettura costituzionale della giustizia, incidendo non solo su assetti interni della magistratura ma anche sull’equilibrio dei poteri, sull’indipendenza del pubblico ministero e più in generale sulla tenuta complessiva dello Stato di diritto.
Il fulcro della riforma è la distinzione netta tra la carriera dei magistrati che svolgono funzioni giudicanti (i giudici) e quella dei magistrati che svolgono funzioni requirenti (i pubblici ministeri). Questo si traduce in concorsi separati per l’accesso in magistratura sin dall’inizio delle rispettive carriere. Una volta intrapresa una delle due strade, il passaggio dall’una all’altra non sarà più possibile, salvo rare e specifiche eccezioni previste da una legge transitoria. L’obiettivo dichiarato è eliminare la “porta girevole” tra le funzioni, spesso percepita come fonte di possibili commistioni.

Un altro punto cardine è l’istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura (CSM): uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente. Ciascun Consiglio avrà competenze esclusive sulla carriera, la formazione e la disciplina dei rispettivi magistrati. Questa novità ridisegna la governance dell’autogoverno della magistratura. Infine, è prevista la creazione di una Corte Disciplinare autonoma, composta da membri estratti a sorte tra magistrati in quiescenza o professori universitari in materie giuridiche, incaricata di giudicare i procedimenti disciplinari a carico dei magistrati.
Tali modifiche richiedono e introducono variazioni a norme costituzionali, in particolare agli articoli 101, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione, evidenziando la portata e la complessità della riforma che incide su principi fondamentali dell’ordinamento italiano.

L’Indipendenza della Magistratura: Un Principio Cardine Costituzionale

La Costituzione italiana, nata dalla Resistenza e fondata sui principi di libertà e giustizia, attribuisce alla magistratura un ruolo cruciale e autonomo. L’articolo 101, comma 2, stabilisce che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”, sancendo il principio di soggezione esclusiva del giudice alla norma giuridica, senza interferenze esterne. L’articolo 104, comma 1, afferma che “la Magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, sottolineando la sua posizione di assoluta terzietà e imparzialità rispetto agli altri poteri dello Stato.
Questo principio è ulteriormente rafforzato dall’articolo 107, comma 1, che recita “i magistrati sono inamovibili”, garantendo la stabilità della loro funzione e proteggendoli da possibili pressioni.
La separazione delle carriere, sebbene presentata come un rafforzamento della terzietà del giudice, solleva interrogativi profondi sull’indipendenza del Pubblico Ministero. Se il PM dovesse divenire una figura gerarchicamente più dipendente dall’esecutivo, come temono i critici, si snaturerebbe il suo ruolo di garante della legalità e di ricerca della verità, compromettendo l’equilibrio tra accusa e difesa e, in ultima analisi, la stessa imparzialità del processo.
L’attuale sistema, con l’unità della carriera, garantisce che il PM, pur svolgendo una funzione diversa dal giudice, condivida con esso lo stesso status di indipendenza, fondamentale per l’esercizio imparziale dell’azione penale.

Montesquieu e la ‘Bocca della Legge’: Un Monito Attuale

Il pensiero di Charles-Louis de Secondat, Barone di Montesquieu, espresso ne “Lo spirito delle leggi”, è un pilastro della teoria della separazione dei poteri. Egli sosteneva che “chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere”. Montesquieu individuava tre poteri fondamentali: legislativo, esecutivo e giudiziario. Per quanto riguarda quest’ultimo, lo considerava “in qualche senso nullo” e “la bocca della legge”, intendendo che il giudice deve essere un mero applicatore della norma, senza alcuna discrezionalità o influenza esterna.
Questo concetto, se applicato rigorosamente, dovrebbe valere anche per il Pubblico Ministero, la cui funzione è strettamente legata all’applicazione della legge e alla ricerca della verità, senza condizionamenti politici.
La separazione delle carriere, se non attentamente bilanciata, rischia di allontanare il PM da questa visione montesquieuiana, rendendolo potenzialmente più permeabile a direttive politiche. Un Pubblico Ministero non pienamente indipendente, la cui carriera e progressione dipendano da logiche diverse da quelle strettamente giurisdizionali, potrebbe compromettere la sua autonomia decisionale e la sua capacità di agire “super partes” nell’interesse della giustizia.
Una separazione netta tra i due corpi rischia, secondo molta dottrina e la maggioranza della magistratura associata, di rendere il PM sempre più assimilabile al modello di “accusa” di tipo anglosassone, avvicinandolo alle logiche del potere esecutivo e quindi più permeabile alle pressioni della politica. In sostanza, il PM potrebbe non godere più dello stesso livello strutturale di indipendenza, diventando un organo non più terzo, ma subordinato nella prassi o nella percezione pubblica. La storia insegna che la concentrazione di potere, o la sua eccessiva frammentazione con dipendenze gerarchiche, può portare a derive autoritarie e a una giustizia non equa.

La Voce della Magistratura: Preoccupazioni e Strumentalizzazioni

L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha espresso forte preoccupazione per la riforma, definendola un tentativo di limitare l’autonomia dei magistrati e di indebolire il controllo di legalità che le Costituzioni affidano alla magistratura. L’ANM teme una gerarchizzazione della figura del Pubblico Ministero, che lo renderebbe più suscettibile a influenze dell’esecutivo, e una frammentazione della magistratura come corpo unico, indebolendone la capacità di contrapporsi agli altri poteri dello Stato. Queste critiche non sono infondate e riflettono il timore che la riforma possa essere una misura politica o di “ritorsione” piuttosto che una genuina riforma costituzionale.

La separazione come strumento di propaganda

È innegabile che il dibattito sulla separazione delle carriere sia stato, in alcuni contesti, oggetto di strumentalizzazione propagandistica. In un clima mediatico sempre più polarizzato, la separazione delle carriere è spesso presentata come la panacea di tutti i mali della giustizia o, di converso, come l’emblema della “normalizzazione” della toga. L’effetto distorsivo di tale propaganda è duplice: da un lato, si riduce la complessità del tema a slogan, dall’altro si rischia di compromettere l’oggettività della discussione pubblica, con il pericolo che riforme dal profondo impatto costituzionale vengano varate sull’onda di un consenso emotivo e non razionalmente ponderato.
La complessità della materia giuridica e costituzionale si presta facilmente a semplificazioni e a narrazioni polarizzate, che spesso ignorano le sfumature e le reali implicazioni per il sistema giudiziario. È fondamentale che il dibattito si mantenga su un piano tecnico-giuridico, basato su argomentazioni solide e non su slogan, per garantire che ogni modifica all’ordinamento giudiziario sia nell’interesse esclusivo della giustizia e dei cittadini.

Conclusioni: Un Equilibrio Delicato da Preservare

La separazione delle carriere, così come concepita nel DDL approvato dal Senato, rappresenta un cambiamento epocale per la magistratura italiana.
Se da un lato i sostenitori ne evidenziano i benefici in termini di terzietà del giudice, dall’altro le preoccupazioni relative all’indipendenza del Pubblico Ministero e alla frammentazione dell’ordine giudiziario sono legittime e meritano attenzione. La storia e la teoria costituzionale, da Montesquieu alla nostra Costituzione, ci insegnano che l’indipendenza della magistratura è un baluardo irrinunciabile per la democrazia e lo Stato di diritto. È essenziale che il percorso legislativo di questa riforma sia accompagnato da una riflessione profonda e da un confronto costruttivo, al fine di preservare l’equilibrio delicato che garantisce una giustizia equa e imparziale per tutti i cittadini.
Qualsiasi riforma che indebolisca l’autonomia del PM o la coesione della magistratura rischia di minare le fondamenta stesse del nostro sistema giudiziario, con conseguenze potenzialmente gravi per la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali.

©Elisabetta Costa

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Non amore, ma dominio – Il vero volto della violenza di genere https://www.lavocedelsud.org/femminicidio/ Wed, 18 Jun 2025 14:56:09 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9439 L’ombra persistente della violenza Ogni mattina, una donna si alza sperando di non essere la prossima.Non è un pensiero passeggero, ma una silenziosa preghiera di sopravvivenza, in un Paese che elenca i nomi delle vittime come se fossero tappe di una marcia inarrestabile. Da Sara Campanella a Ilaria Sula, passando per Martina Carbonaro – fino […]

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L’ombra persistente della violenza

Ogni mattina, una donna si alza sperando di non essere la prossima.
Non è un pensiero passeggero, ma una silenziosa preghiera di sopravvivenza, in un Paese che elenca i nomi delle vittime come se fossero tappe di una marcia inarrestabile. Da Sara Campanella a Ilaria Sula, passando per Martina Carbonaro – fino alle storie di Giulia Tramontano e Giulia Cecchettin, dove il dolore delle famiglie si è fatto voce, testimonianza e impegno – il nostro presente si rivela per ciò che è: un mosaico di esistenze infrante troppo presto, di amori degenerati in possesso, di relazioni finite nel sangue. Mesi, stagioni e generazioni si susseguono, eppure la scia resta la stessa: un disegno tragico e persistente, “l’ennesimo femminicidio” figlio di un sistema culturale intriso di dominio, radicato in un patriarcato che resiste.
Di fronte a questa realtà, il dibattito si infiamma. E con esso, una domanda scomoda ritorna a bussare: che fine ha fatto quell’idea d’amore che ci avevano insegnato nelle favole?

“Buttate la chiave!”: il fragile inganno della pena esemplare

La risposta legislativa a questa ondata di violenza è stata, come spesso accade, l’inasprimento delle pene e l’introduzione di nuove fattispecie di reato. Il recente disegno di legge che introduce il “delitto di femminicidio” (art. 577-bis c.p.) e rafforza il “codice rosso” ne è un esempio lampante. L’intento è nobile: riconoscere la specificità di questi crimini, spesso motivati da un distorto senso di possesso e controllo, e garantire una risposta più severa da parte dello Stato. Tuttavia, è lecito interrogarsi sull’efficacia di un approccio che si affida quasi esclusivamente alla repressione.

Come sottolineato da autorevole dottrina nel nostro panorama giuridico di riferimento, l’introduzione di un reato specifico di femminicidio, pur avendo un forte valore simbolico, rischia di essere una mera operazione propagandistica se non accompagnata da un cambiamento culturale profondo. Il nostro codice penale già prevede pene severissime per l’omicidio, e l’aggravante della relazione affettiva o della premeditazione porta già a condanne esemplari. La questione non è tanto la mancanza di strumenti punitivi, quanto la persistenza di una mentalità che genera la violenza.

Il diritto penale, per sua natura, interviene a posteriori, quando il fatto è già compiuto, quando la vita è già stata spenta.

È uno strumento necessario per sanzionare e riaffermare i valori della società, ma non può essere l’unica risposta a un “male sistemico” che si nutre di disuguaglianze, stereotipi di genere e una cultura del possesso che confonde l’amore con il controllo. Le pene severe, da sole, non bastano a estirpare le radici di un problema così radicato. Anzi, in alcuni casi, una sovraesposizione mediatica di questi crimini, unita a un’enfasi esclusiva sulla punizione, potrebbe persino innescare un pericoloso fenomeno di emulazione o, peggio, rafforzare l’idea che la violenza sia una risposta accettabile a dinamiche relazionali complesse. Affidargli il ruolo di baluardo unico contro la violenza di genere è, invero, eticamente miope. Non si estirpa una cultura malata con l’inasprimento delle pene.
Si può, semmai, tentare di arginarla.

Il dato drammatico è che oggi si assiste anche alla spettacolarizzazione del lutto e alla retorica del “mostro”. Ma i mostri non esistono: esistono uomini.
Esseri umani cresciuti in un mondo che ancora confonde l’amore con la dipendenza, la virilità con il comando e l’intimità con il potere.

E quando, nelle narrazioni tossiche, si insinua l’idea che “qualcosa, in fondo, lei avrà fatto”, che “non si era accorta dei segnali”, che “non ha denunciato abbastanza presto”, allora il problema si mostra in tutta la sua pericolosa profondità: la vittima viene colpevolizzata, mentre l’impianto sociale che l’ha condannata, viene assolto.
Ciò che oggi chiamiamo con prudenza “femminicidio” è, nella sua sostanza, un crimine di potere.
È l’annientamento dell’autodeterminazione femminile da parte di un soggetto – partner, ex, padre, fratello – che percepisce la libertà della donna come una minaccia alla propria identità virilmente distorta.
È il prodotto finale di un sistema patriarcale che ha fallito non solo nella tutela, ma nella formazione.

L’Educazione: La Vera Chiave di Volta contro il Femminicidio

Il femminicidio non è un’emergenza, ma una piaga sociale che richiede un approccio olistico e multidisciplinare. Ogni donna uccisa per mano di un uomo che sosteneva di amarla, rappresenta il sintomo di una patologia sociale profonda, sistemica, strutturalmente radicata nei meccanismi di potere, dove il controllo e sopraffazione, hanno la meglio. Non è amore: è dominio.
E non basta punire per prevenire.

Ed è proprio qui, che entra in gioco l’educazione. Non un’educazione formale e sterile, ma un processo continuo e capillare che inizi fin dalla più tenera età e coinvolga ogni strato sociale. Occorre investire nella costruzione di una cultura dell’affetto, del rispetto reciproco, della gentilezza e – soprattutto – del consenso. È fondamentale educare le nuove generazioni, e non solo loro, a comprendere che l’amore non coincide con il possesso, che la libertà dell’altro è inviolabile, e che la differenza è un valore, non una minaccia.

Questo significa decostruire gli stereotipi di genere che ancora oggi permeano la società, promuovere un’autentica parità e incoraggiare una mascolinità libera da modelli tossici e violenti.
Solo così potremo realmente scardinare il sistema che legittima, normalizza e – troppo spesso – giustifica l’annientamento dell’altro in nome di un amore che di amore non ha nulla.

Il Governo, insieme a tutte le Istituzioni, ha il dovere di operare in sinergia con esperti, psicologi, sociologi, educatori e realtà associative per progettare e attuare politiche culturali ed educative strutturate, capaci di intervenire nel profondo.
Occorrono programmi formativi efficaci, campagne di sensibilizzazione mirate, percorsi scolastici integrati e spazi di confronto autentico.

Solo un’azione sistemica, coordinata e continuativa può provare a incidere su una crisi valoriale che si rivela sempre più lacerante.

“Ciò che resta dell’amore” – La Famiglia come protagonista

La famiglia è il primo tribunale dell’amore, il primo spazio in cui si apprende la libertà dell’altro.
È dentro le mura domestiche che si forma – o si disgrega – la coscienza del rispetto, l’alfabeto delle emozioni, la grammatica del consenso. Non è mai troppo presto per insegnare ai bambini, -indipendentemente dal genere- , che nessuno appartiene a nessuno. Che la rabbia non è un linguaggio d’amore, che il dissenso non è un affronto, che l’altro – con i suoi limiti e la sua libertà – non va conquistato, ma accolto.

Alle famiglie non è richiesto l’eroismo della paura, ma la presenza attiva e partecipe, la capacità di osservare senza invadere, di ascoltare senza giudicare e di educare senza imporre.
Serve una genitorialità che sappia farsi alleata dell’affettività sana, che sappia disinnescare quelle differenze che, molto spesso, rischiano di divenire gabbie: il maschio che non può piangere, la femmina che deve sempre comprendere.

La forza delle radici culturali si spezza – o si tramanda – nel silenzio di queste frasi.

Per questo il lavoro contro la violenza deve cominciare prima della violenza, in quella zona grigia che ancora non è reato, ma è già disuguaglianza. Le famiglie, in dialogo con scuole, istituzioni e società civile, sono il primo argine contro l’educazione alla prevaricazione.
Perché nessuna legge può colmare ciò che l’amore ha disatteso.

Non spettatori, ma custodi del cambiamento

Non possiamo più permetterci di raccontare la violenza con lo stesso stupore con cui si guarda un temporale. Non è pioggia che cade all’improvviso, ma tempesta annunciata, generata da secoli di silenzi, di ruoli imposti, di affetti deformati in controllo.
Abbiamo il dovere – giuridico, etico, umano – di trasformare la commozione in consapevolezza, la rabbia in azione, la paura in coraggio educativo.
Ogni cittadino, ogni istituzione, ogni scuola, ogni famiglia è chiamata a partecipare a un’opera di risanamento culturale che non può più attendere.

La violenza di genere non si estingue solo con le manette: si disinnesca prima, nei gesti, nelle parole, nei modelli. E noi possiamo esserne artigiani e custodi, scegliendo ogni giorno di coltivare il rispetto, insegnare la gentilezza, proteggere la libertà altrui come fosse la nostra.

Che la prossima storia che racconteremo non sia l’ennesimo nome inciso su un altare di lutto, ma la storia di un cambiamento possibile, radicato nelle coscienze prima che nei codici.
Perché ognuno si salvi, sì, ma non più da solo.

©Elisabetta Costa.

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Contro ogni mafia: la lezione eterna di Giovanni Falcone https://www.lavocedelsud.org/falcone/ Fri, 23 May 2025 10:03:17 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9391 Capaci: quando la terra si aprì e con essa la coscienza di un Paese 23 maggio 1992, ore 17:57. Un boato spezzò il silenzio dell’autostrada A29, poco fuori Palermo: trecento chilogrammi di tritolo dilaniarono l’asfalto e con esso la speranza di un’Italia libera dalla mafia. A saltare in aria fu il corteo blindato del giudice […]

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Capaci: quando la terra si aprì e con essa la coscienza di un Paese

23 maggio 1992, ore 17:57. Un boato spezzò il silenzio dell’autostrada A29, poco fuori Palermo: trecento chilogrammi di tritolo dilaniarono l’asfalto e con esso la speranza di un’Italia libera dalla mafia. A saltare in aria fu il corteo blindato del giudice Giovanni Falcone, a bordo con la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli uomini della scorta, su tre Fiat Croma. In quel cratere di fuoco e devastazione persero la vita in cinque: Falcone, Morvillo, e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Altri ventitré rimasero feriti.

Era un attacco allo Stato. Ma soprattutto, fu l’istante in cui l’Italia intera fu costretta a guardare in faccia la violenza della mafia, e a decidere da che parte stare, trafitta da un senso di colpa e di risveglio.

Ma perché Giovanni Falcone venne ucciso? Perché rappresentava ciò che la mafia temeva di più: un uomo di Stato che aveva imparato a conoscerla, a capirla ed a smontarne i suoi meccanismi dall’interno.
Falcone non era solo un magistrato, era l’architetto del “metodo” antimafia, colui che era riuscito a disegnare per la prima volta, l’organigramma della Cupola. Con il maxiprocesso di Palermo, istruito insieme al collega Paolo Borsellino – e sotto la guida di Antonino Caponnetto – , Falcone aveva inferto un colpo durissimo a Cosa Nostra, “cosa” che per Totò Riina – capo assoluto della mafia corleonese- fu un affronto intollerabile.

Falcone era diventato per la mafia un simbolo, un bersaglio politico, un “nemico pubblico” da eliminare. La strage, infatti, fu pianificata nei minimi dettagli: mesi di sopralluoghi, di scavi, di esplosivi posizionati nei canali sotto l’autostrada. Riina voleva un attentato eclatante, un’esecuzione esemplare, con un unico scopo: dimostrare che lo Stato non era invincibile e che chi toccava “Cosa Nostra”, pagava con la vita.

E così fu.

Falcone fu colpito perché aveva osato scardinare il mito dell’invulnerabilità mafiosa. Perché aveva dato un nome, un volto e una struttura, al potere invisibile;
Perché non si era fermato di fronte a minacce, delegittimazioni e isolamento. Ma quella bomba, quel cratere sull’asfalto non era solo il segno di un attentato: era la voragine che separava lo Stato dalla mafia, la legalità dall’illegalità e la paura dal coraggio.

In quel momento, come scrisse Leonardo Sciascia, «la linea della palma» – simbolo del potere mafioso – sembrava avanzare…Ma il sangue versato da Falcone era divenuto diga e non resa.

Giovanni Falcone: la legalità come cultura del quotidiano

Falcone seppe elevare la giustizia da mestiere a missione civile. Comprendendo che la mafia non è soltanto un crimine, ma una mentalità – una cultura alternativa e perversa del potere – intuì l’urgenza di costruire una legalità condivisa, partecipata.
Il suo pensiero anticipava l’articolo 54 della Costituzione: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». In quelle parole, Falcone visse e morì.
Aveva compreso che la mafia si combatte anche nel linguaggio, nei gesti, nell’onestà intellettuale: nella capacità di ogni cittadino di fare la propria parte, senza delegare tutto allo Stato o alla magistratura.

La rivoluzione normativa dopo il sangue

Falcone, fu l’uomo che una volta tornato da Roma come Direttore Generale degli Affari Penali al Ministero di Grazia e Giustizia, lavorò per portare avanti una rivoluzione nella lotta antimafia a livello nazionale, progettando la DNA (Direzione Nazionale Antimafia), la Banca Dati Mafie , nuove misure investigative, potenziando anche il sistema di protezione per i collaboratori di giustizia, grazie ai quali si rese possibile eseguire, la più imponente azione giudiziaria antimafia della storia.

La strage di Capaci (seguita da quella di via D’Amelio) fu il detonatore di un’ondata legislativa senza precedenti. Già nel 1992, con il cosiddetto “super-decreto” antimafia, furono inasprite le misure restrittive, come il regime carcerario speciale previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario, il cosiddetto “carcere duro”, che privò i boss mafiosi di contatti con l’esterno.

Inoltre, si previdero gli strumenti per colpire i patrimoni illeciti delle organizzazioni mafiose, rafforzando anche la protezione dei collaboratori di giustizia, elemento fondamentale per smantellare le reti criminali dall’interno.

Negli anni successivi, la normativa si evolse ulteriormente: nel 1994 fu introdotta la confisca allargata dei beni (oggi disciplinate dal D.lgs. 159/2011 – Codice Antimafia), che permise di sequestrare beni anche intestati a terzi, mirando così a colpire efficacemente la capacità economica delle mafie. Nel corso degli anni Duemila, con leggi come quella del 2008 e del 2009, si assistette ad un ulteriore inasprimento delle pene per i reati di associazione mafiosa estera, rafforzando i poteri della magistratura antimafia, con particolare attenzione alla prevenzione delle infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici. Sul punto, si adottarono misure per la loro tracciabilità e per contrastare la corruzione, adoperando strumenti come la trasparenza e la legalità economica.

La mafia che cambia: le sfide dell’oggi

Oggi, infatti, la mafia non si presenta più essere coppola e lupara. È appalto truccato, voto di scambio, riciclaggio, corruzione. Si mimetizza, si insinua e si rende “presentabile”.

Per questo, la battaglia non appare conclusa1 e ciò che serve, dunque, è la continua promozione ad un’educazione giuridica diffusa, capace di rendere ogni cittadino consapevole dei propri diritti e doveri.

«Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi. Perché è in ciò che sta l’essenza della dignità umana.»

G. Falcone

La memoria come giustizia collettiva

Ricordare Falcone non è soltanto un dovere morale, ma un vero e proprio atto di giustizia. Come sancisce l’articolo 3 della Costituzione, infatti, tutti i cittadini hanno il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana; ostacoli che, purtroppo, si manifestano nell’omertà, nella paura e nell’ignoranza. La memoria delle vittime di mafia deve tradursi in un impegno quotidiano: non basta partecipare a una commemorazione, è necessario agire concretamente. Come ricordava Piero Calamandrei, padre costituente, «La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». E senza giustizia, la libertà resta solo un’illusione.

L’eredità di Falcone: da custodire, ma soprattutto da promuovere

Falcone ci ha lasciato non solo un metodo investigativo, ma una visione del diritto come strumento di liberazione.
Come cittadina, so che il diritto non è mai neutro. Come giurista, sento il dovere di custodirlo, difenderlo, renderlo vivo. Il diritto è lo specchio della società: riflette chi siamo, ma può e deve anche indicare chi vogliamo diventare. Non basta vederlo come un insieme di regole imposte dall’alto; la legge, se giusta, è la prima garanzia della nostra libertà.

Ma allora, come si protegge davvero la legalità?
Innanzitutto riconoscendola come un bene comune, non proprietà esclusiva delle aule giudiziarie o dei tribunali. Legalità è rispetto, coerenza, responsabilità quotidiana. È non voltarsi dall’altra parte, pagare il biglietto dell’autobus, denunciare un sopruso, dire no a una raccomandazione. È rifiutare il compromesso facile che sembra conveniente nell’immediato, ma corrosivo nel profondo.

Proteggere la legalità significa soprattutto educare alla legalità, formando coscienze critiche perché solo un cittadino consapevole può riconoscere l’ingiustizia e reagire. E questa è la sfida più grande: non creare eroi isolati, ma una società intera che si senta coinvolta, partecipe e soprattutto corresponsabile.

Falcone ci ha insegnato che “la mafia è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine”. Quella fine, però, dipende anche da noi. Dal coraggio delle nostre scelte, dalla forza delle nostre parole, dalla coerenza delle nostre azioni. Perché il diritto, per restare vivo, ha bisogno di essere vissuto.

L’eredità di Falcone, insomma, non sta solo nei codici ma nei gesti quotidiani, in ogni decisione che mette al centro, la giustizia e la legalità non come un’idea astratta ma strada concreta, fatta di passi silenziosi e scelte visibili.
E se è vero che “gli uomini passano, le idee restano”, allora continuiamo a camminare.
Perché quella di Falcone non è soltanto una memoria da custodire, ma una rotta da seguire, ogni giorno.

©Elisabetta Costa.

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