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Una crisi che va “oltre” la morte, svelando le fragilità di un sistema. A Villabate, piccolo comune alle porte di Palermo, l’ultimo viaggio trasforma in un’odissea che ha scosso la comunità e messo a nudo le criticità della gestione pubblica. Con 220 bare insepolte, il cimitero comunale è stato chiuso per emergenza igienico-sanitaria, aprendo un dibattito che intreccia questioni tecniche, amministrative e politiche.

L’odore acre di un’emergenza annunciata

Il 22 agosto 2025, quando il sindaco Gaetano Di Chiara firmò l’ordinanza di chiusura del cimitero comunale, a Villabate si consumava l’epilogo di una storia iniziata molto prima, rappresentante del giorno in cui a morire, fu la dignità. Era una mattina di fine agosto quando l’odore acre iniziò a diffondersi tra i viali del cimitero di Villabate. Le temperature, che avevano superato i 35 gradi per settimane consecutive, avevano fatto il loro corso: alcuni feretri si erano letteralmente “aperti”, come eufemisticamente venne definito negli atti ufficiali, rilasciando liquidi organici sui pavimenti delle cappelle gentilizie. Fu allora che l’amministrazione comunale non poté più nascondere quello che era diventato un segreto di Pulcinella: il cimitero era al collasso da anni.

L’ordinanza n. 55 del 22 agosto 2025 arrivò come un fulmine a ciel sereno per i cittadini, ma non per chi conosceva i retroscena. Da almeno cinque anni, secondo quanto emerso dalle cronache locali, la situazione era critica. Eppure nessuno aveva mai preso provvedimenti strutturali.

Il piccolo comune di 19.000 abitanti si ritrovò così a fare i conti con una proporzione di emergenza che, rapportata alla popolazione, superava persino il drammatico caso del cimitero dei Rotoli di Palermo, dove 1.500 bare erano state accatastate in una città di oltre 630.000 abitanti.

La cronologia dell’inerzia

La ricostruzione dei fatti rivela una sequenza di occasioni mancate e responsabilità diluite nel tempo.
Il piano triennale delle opere pubbliche, che avrebbe dovuto includere l’ampliamento del cimitero, era stato discusso e rinviato più volte. L’ultima volta, il Consiglio comunale aveva spostato la decisione al 9 ottobre 2025, quando ormai l’emergenza era già esplosa.

Ma c’era di più. Quando l’emergenza divenne conclamata, anche la gestione dell’immediato si rivelò un percorso accidentato. Il 29 agosto, mentre le bare continuavano a deteriorarsi, un banale blackout elettrico mandò in tilt il server del Comune, impedendo di scaricare le offerte delle agenzie funebri per i lavori di sistemazione. Un episodio che sembrava uscito da una commedia dell’assurdo, se non fosse stato per la drammaticità del contesto; L’amministrazione fu costretta a stanziare 29.000 euro con una modifica di bilancio d’urgenza, una cifra che rappresentava solo una toppa temporanea a un problema che richiedeva ben altri investimenti.

E nel frattempo, le famiglie in lutto dovevano fare i conti con un’odissea burocratica che trasformava il dolore privato in un calvario pubblico.

I “nodi irrisolti”, giunti al pettine

L’inchiesta , fece emergere criticità che andarono oltre il caso specifico di Villabate.
Il piccolo comune siciliano era diventato, negli anni, un punto di riferimento per le sepolture anche di cittadini provenienti da Palermo e dal circondario, una prassi che aveva accelerato la saturazione degli spazi senza che venissero adottate contromisure adeguate. La gestione dell’emergenza aveva inoltre rivelato l’inadeguatezza delle procedure amministrative di fronte a situazioni critiche.

La dipendenza da sistemi informatici vulnerabili, la lentezza burocratica, l’assenza di protocolli di emergenza efficaci: tutti elementi che avevano contribuito a trasformare un problema gestibile in una crisi sanitaria.

Le responsabilità nascoste

Dietro la facciata dell’emergenza improvvisa, l’inchiesta svelò quindi un sistema di responsabilità diffuse. Il piano di ampliamento del cimitero era stato discusso in più occasioni, ma sempre rinviato per questioni di bilancio o di priorità politiche. La vicenda aveva messo in luce l’assenza di una visione strategica a livello territoriale, con ogni amministrazione che aveva navigato a vista, sperando che il problema non esplodesse durante il proprio mandato.

Epilogo di una crisi annunciata

Quando il cimitero riaprì dopo i lavori di emergenza, la vera partita si giocava altrove: nell’approvazione del piano di ampliamento, nella promozione di pratiche alternative come la cremazione, nella costruzione di un sistema più resiliente.
La storia di Villabate ci insegna che i problemi rimandati non si risolvono: restano lì, pronti a esplodere. Un monito chiaro per chi amministra: affrontare le emergenze oggi, per non pagarne domani le conseguenze.

©Elisabetta Costa

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