morti Archivi - La Voce del Sud https://www.lavocedelsud.org/tag/morti/ “Se si sogna da soli, è un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia. ” Mon, 08 Sep 2025 09:21:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.3 199277288 Morti in bicicletta: una strage silenziosa https://www.lavocedelsud.org/morti-in-bicicletta-una-strage-silenziosa/ Mon, 08 Sep 2025 09:21:30 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9510 L'Italia è al comando in Europa nella classifica poco onorevole delle morti in bicicletta. Tra silenzi prolungati il ciclismo chiede sicurezza e rispetto!

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La bicicletta, che meraviglia! In essa si congiungono tutte le linee della vita, dai rettilinei alle salite passando per le ondulazioni delle colline. Il ciclismo è la metafora più compiuta dello stare al mondo, indubbiamente. L’andare in bici, che sia a livello amatoriale o professionistico, dovrebbe essere considerato tra i diritti inalienabili dell’individuo, un piacere da custodire e da salvaguardare gelosamente. Una visione edulcorata se si pensa alla strage tanto evidente quanto silenziosa compiuta ogni anno sulle strade di tutta Italia.

Morti in bicicletta in Italia: i numeri

132 è il poco invidiabile numero di ciclisti morti nel nostro Paese nei primi sette mesi del 2025, riferisce l’Osservatorio ASAPS. Tradotto, si registra un incremento di vittime sulle due ruote pari al 21,8% rispetto allo stesso periodo del 2024.

Numeri a tripla cifra che possono essere facilmente elencati anche prendendo in esame gli anni addietro, in cui si è passati dai 197 decessi del 2023 ai 204 dello scorso anno. Dati che collocano l’Italia al comando di una classifica ben poco apprezzabile, quella delle morti in bicicletta in Europa.

Un colpevole silenzio…in assenza della legge

Ma come è possibile che tutto ciò venga considerato “normale”? Come è possibile che giornali e televisioni siano entrati in uno stato passivo d’accettazione di una vera e propria piaga sociale?

Eppure per decenni la culla del ciclismo è stata anche casa nostra; da Trieste in giù si sono formati corridori che hanno fatto la storia di questo sport, esempi per intere generazioni che oggi non si sentono al sicuro quando montano in sella ad una bici semplicemente per sentirsi vivi, per evadere dalla routine quotidiana.

Oggi un classico amatore non ha la certezza di tornare a casa in seguito ad una passeggiata in bicicletta e non ha nemmeno la garanzia o magra consolazione che la giustizia faccia il suo corso. Il nostro Paese non riconosce come reato le morti in bici, ma le cataloga in quel calderone ambiguo degli incidenti stradali, spesso addossando la responsabilità agli stessi ciclisti, troppo imprudenti per molti.

A lor signori giudicanti verrebbe da chiedere che colpa avesse Michele Scarponi quando il 22 aprile del 2017 venne travolto per le strade di casa mentre preparava il Giro d’Italia o che responsabilità poteva essere addossata ad Alex Zanardi quando un camion lo colpì nel 2020 e, più in generale, tutti quegli appassionati che coltivano una sana passione perché ne devono essere privati?

Lo Stato tace colpevolmente lasciando spazio all’ipocrisia e alla maliziosità di gente tanto saccente quanto ignorante.

Resta la passione

Le passioni, però, non vanno mai frenate e se nessuno è in grado di garantire un bene essenziale quale la sicurezza su strada i ciclisti se ne faranno una ragione perché da esperti conoscitori della vita sanno che le proprie predispozioni non vanno mai represse. A chi oggi si sente solo sulla propria bici, deriso dagli stupidi di turno, ignorato dalla massa si rivolga una frase pronunciata proprio da Michele Scarponi, la quale valga da stimolo affinché si pedali sempre più forte davanti ad una salita tanto ripida. Queste le parole della maglia rosa del 2011 che tante scalate ha saputo intraprendere con coraggio e sacrificio: “Correte in bici, divertitevi ed inseguite un sogno perché magari il sogno a volte si realizza“.

Felice Marcantonio

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Morti in divisa, a chi importa? https://www.lavocedelsud.org/morti-in-divisa-a-chi-importa/ Mon, 23 Jun 2025 09:02:06 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=9433 L'uccisione del Brigadiere Capo dei Carabinieri Carlo Legrottaglie ha accesso una spia circa l'indifferenza che mostriamo in riferimento alle morti in divisa. Un amico mi ha insegnato a non voltarmi, mai, dall'altra parte.

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Qualche giorno fa, scorrendo le varie storie social ha catturato la mia attenzione un commento amaro di un amico carabiniere riguardo al silenzio pressoché totale dell’opinione pubblica in riferimento all’ennesimo episodio ascrivibile ai casi delle morti in divisa.

Nello specifico, lo spunto veniva offerto dall’uccisione del Brigadiere Capo dell’Arma Carlo Legrottaglie, freddato durante un conflitto a fuoco nei pressi di Francavilla Fontana, nel brindisino. Il rappresentante delle forze dell’ordine perdeva così la vita, a 59 anni, durante uno degli ultimi giorni in servizio. Ad inizio luglio, infatti, Legrottaglie sarebbe andato in pensione dopo una carriera, anzi una vita (come sottolineeranno parenti, amici e colleghi) dedicata al prossimo.

Le parole rimarcanti il colpevole silenzio della massa mi hanno fatto riflettere (non senza un velo di autocritica) sulla diffusa indifferenza che il cittadino “medio” manifesta ogni qual volta un tutore dell’ordine perde la vita nell’esercizio del proprio dovere.

Eppure stiamo parlando di uomini e donne che attraverso il proprio sacrificio salvaguardano la nostra sicurezza, il bene dello Stato. Come può quindi non toccarci la morte di un carabiniere che lascia una moglie e due figlie pur di assicurare alla giustizia due criminali? Come si può rimanere senza parole, leggere in fretta e furia la notizia se la stessa dovrebbe lasciarci attoniti e, in larga misura, commossi?

Scegliendo dunque la strada della parola, lasciandomi guidare dall’etica personale e dal dovere morale che ognuno di noi, in teoria, è chiamato a rispolverare in simili occasioni, voglio parlare tra queste righe proprio di ciò che sembra interessare a pochi: le morti in divisa.

Partiamo da una premessa; non esiste un archivio pubblico aggiornato che indichi il numero esatto di membri delle forze dell’ordine scomparsi o feriti in maniera permanente.

Il ministero dell’Interno rende però consultabile un elenco approssimativo circa il numero di “vittime del dovere“. L’ultimo aggiornamento risale a ben cinque anni fa e prende in considerazione il periodo 1961 – 2020. I dati parziali ci dicono che i deceduti sono stati 1437 e 2600 figurano come invalidi permanenti. Tradotto, ogni anno i morti sono 25 e i feriti gravi 43.

Perché i dati sono così parziali? In gran parte dipende dal numero di famiglie che richiede un indennizzo. Se ciò non avviene o se la richiesta si perde nell’oscuro mondo della burocrazia il defunto / ferito non figura nell’elenco e passa direttamente nel dimenticatoio. Il sindacato di polizia Coisp ha denunciato diverse anomalie in merito, ma con scarsi risultati effettivi.

Lo Stato, però, riserva benefici economici e non solo a chi può dirsi quantomeno “fortunato” nell’essere stato riconosciuto vedovo/a di un servitore della patria. Il risarcimento economico spettante ai familiari delle vittime in divisa ammonta a 200mila euro una tantum (da suddividere tra gli eredi) accompagnate da due annualità della pensione che avrebbe dovuto percepire il defunto. Al coniuge viene inoltre riconosciuto un assegno da 1033 euro al mese, mentre 258 euro è la somma corrispondente al vitalizio per ogni familiare a carico. Altre agevolazioni riguardano, ad esempio, l’esenzione dal pagamento del ticket sanitario, l’emissione di borse di studio riservate agli orfani, la precedenza nelle assunzioni pubbliche per coniugi e figli delle vittime. Insomma, per una volta oseremo dire che lo Stato esiste e si manifesta!

Resta, poi, la piaga dei suicidi. In media, dal 2014 al 2024 ogni otto giorni un membro delle forze dell’ordine si è tolto la vita. Anche in questo caso si parla di rilevamenti parziali e, molto probabilmente, quasi nessuno tra noi gente comune è a conoscenza di un fenomeno che esprime tutte le difficoltà del mestiere in questione, o meglio della vocazione.

Perché questo articolo, quindi? Per accendere un faro nella coscienza di chiunque avrà voglia di leggere attentamente. Per una volta, però, il destinatario principale di queste parole è proprio il sottoscritto, il quale chiede in primis scusa per essere stato parte della massa di indifferenti e grazie a Damiano, amico carabiniere che mi ha ricordato, più o meno direttamente, il dovere di non girarsi mai dall’altra parte.

Felice Marcantonio

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Morti sul lavoro, di “bianco” non c’è davvero nulla https://www.lavocedelsud.org/morti-sul-lavoro-di-bianco-non-ce-davvero-nulla/ Mon, 30 May 2022 10:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=3214 La società contemporanea è sempre più invasa dagli ossimori, contraddizioni la cui domanda viene spontanea ma la risposta decisamente meno. Esistono piaghe che perpetuano da decenni, si ripetono e nessuno sembra voler fare nulla di concreto per evitare che se ne parli ancora e ancora. Un caso emblematico riguarda le morti sul lavoro. Detta così, […]

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La società contemporanea è sempre più invasa dagli ossimori, contraddizioni la cui domanda viene spontanea ma la risposta decisamente meno. Esistono piaghe che perpetuano da decenni, si ripetono e nessuno sembra voler fare nulla di concreto per evitare che se ne parli ancora e ancora.

Un caso emblematico riguarda le morti sul lavoro. Detta così, sorge già un paradosso; come si può morire di lavoro? Sin dal momento in cui iniziamo ad avere una certa cognizione di causa relativamente alle vicende che accadono in questo mondo, ci viene continuamente ripetuto che la strada maestra da percorrere per vivere bene è lavorare. Lo dice anche la nostra Costituzione: “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. E ancora, lo esprime il famoso proverbio: “il lavoro nobilita l’uomo”.

In linea teorica, dunque, lavorare ci permette di vivere. E allora come è possibile che tutto questo ci porti sempre più spesso alla morte? Le notizie che ogni giorno ci forniscono i vari media non mancano di riservare uno spazio all’ennesima “morte bianca”; è così che in gergo vengono qualificati tragici avvenimenti riguardanti i lavoratori. L’aggettivo “bianca” allude al fatto che in questi casi mancherebbe una mano formalmente responsabile dell’accaduto. Usare il condizionale è più che mai d’obbligo visto che, per le numerose vittime sul posto di lavoro c’è davvero poco di casuale.

Il diritto al lavoro è un pilastro delle democrazie, ma non sempre attorno a questo “privilegio” si crea un sistema di sicurezza adeguato. Eppure, sono questioni dibattute da anni. Pensate che le prime leggi in materia di salute e sicurezza estese a diverse attività produttive risalgono agli anni 1955-56. Successivamente, ci sono stati svariati correttivi, fino ad arrivare alla legge 81 del 2008, integrata con un decreto del 2009, che dovrebbe rappresentare la “stella polare” per le diverse aziende in Italia.

Eppure, i dati restano allarmanti. Nei primi tre mesi del 2022, l’INAIL ha registrato ben 189 morti sul lavoro, con un aumento del 2,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno passato. Le denunce di infortuni sono cresciute di ben 51 punti. Ad essere coinvolti in incidenti mortali nel nostro Paese, sono ultimamente meno uomini; di contro sono aumentate le vittime al femminile e in generale i decessi tra gli under-40. Se da un lato, la tragedia ci lascia spunti di riflessione “confortanti” circa l’aumento dei posti di lavoro per le donne e per i giovani, dall’altro non si può che esprimere rammarico e sconcerto per una vera e propria carneficina, che, va detto, avrebbe una portata assai maggiore se a questi numeri venissero aggiunti quelli dei lavoratori “in nero”.

Analizzando poi dati ad ampio raggio, si scopre come nei primi otto mesi del 2021 la media poco invidiabile di decessi “causa” lavoro sia stata superiore a tre vittime al giorno, con un aumento da Nord a Sud, dalla Lombardia all’Emilia-Romagna, passando per Campania e Piemonte.

Va specificato che il problema non riguarda solo l’Italia, dato che ogni anno muoiono nel mondo tra i due e i tre milioni di lavoratori. Conferma questa di un processo di globalizzazione e di capitalismo portati a livelli estremi da governi che hanno messo al primo posto la produttività, la logica del lucro, con tanti saluti alla sicurezza. Il fatto più grave di tutta la vicenda è cadere puntualmente nei soliti errori, indossando una maschera impregnata di ipocrisia che non fa altro che peggiorare la situazione.

Restando in casa nostra, recentemente il governo Draghi ha assicurato l’assunzione di 2300 ispettori del lavoro, 1024 dei quali dovranno entrare in servizio entro la fine del 2022. Peccato però che ad oggi manchi ancora la data limite per l’emissione del bando di assunzione. Una presa in giro bella e buona, insomma, che ancora una volta dimostra che la salute delle persone non è mai al primo posto.

Felice Marcantonio

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