scuola Archivi - La Voce del Sud https://www.lavocedelsud.org/tag/scuola/ “Se si sogna da soli, è un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia. ” Wed, 21 Feb 2024 07:27:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.3 199277288 Nasce la scuola del fallimento: “Nella vita o si vice o si impara” https://www.lavocedelsud.org/nasce-la-scuola-del-fallimento-nella-vita-o-si-vice-o-si-impara/ Wed, 21 Feb 2024 11:00:03 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=8700 Nel cuore di Modena, una rivoluzione educativa sta prendendo piede con la creazione della Scuola del Fallimento dove l'errore non è solo tollerato, ma abbracciato come parte integrante del processo di apprendimento

L'articolo Nasce la scuola del fallimento: “Nella vita o si vice o si impara” proviene da La Voce del Sud.

]]>
Nel cuore di Modena, è stata fondata la Scuola del fallimento dove l’errore non è solo tollerato, ma abbracciato come parte integrante del processo di apprendimento

La Scuola del Fallimento, fondata nel 2017 da Francesca Corrado, ex professoressa universitaria, imprenditrice e autrice, nasce da una personale esperienza di fallimenti. Con un approccio pedagogico e psicologico innovativo, l’istituto offre corsi rivolti a studenti di tutte le età, insegnanti e imprenditori, con l’obiettivo di valorizzare gli errori e imparare da essi.

L’istituto si rivolge a un vasto pubblico, dalle scuole elementari fino all’università, fornendo strumenti essenziali per comprendere l’importanza formativa degli errori. Un particolare focus è dedicato alla formazione degli insegnanti, con programmi specifici per aiutarli a valorizzare gli errori degli studenti e trasformare la scuola in un luogo di apprendimento e crescita, anziché di ansia da prestazione.

Nella Scuola del Fallimento, gli studenti sono incoraggiati a esplorare, sperimentare e fallire. Contrariamente alla mentalità predominante che stigmatizza il fallimento come segno di debolezza o inadeguatezza, qui è visto come un trampolino di lancio per la crescita e il successo. Gli insegnanti fungono da guide, incoraggiando la riflessione critica e l’analisi degli errori al fine di estrarre preziose lezioni di vita e di apprendimento.

In cosa consiste?

L’Istituto ha un programma specifico di formazione e offre dei corsi per aiutare i partecipanti a valorizzare l’errore supportandoli attraverso “il kit dell’errore”. Inoltre vengono organizzati laboratori ludici per bambini dai 3 anni in su. Questo approccio innovativo cerca di trasformare la percezione dell’errore, incoraggiando una cultura del fallimento come parte integrante del processo di apprendimento e crescita personale.

Una Cultura di Sfida e Crescita

In questa scuola, il fallimento non è motivo di vergogna, ma di celebrazione. Gli studenti imparano a perseguire obiettivi ambiziosi, consapevoli che il cammino verso il successo è spesso costellato di ostacoli e contraccolpi. L’atteggiamento resiliente e la capacità di recuperare dalle sconfitte diventano competenze fondamentali insegnate e coltivate.

La Connessione tra Fallimento e Innovazione

In un mondo sempre più competitivo e in rapida evoluzione, l’innovazione è essenziale per il progresso. La Scuola del Fallimento riconosce che le idee rivoluzionarie spesso sorgono dall’affrontare il fallimento con coraggio e determinazione. Gli studenti sono incoraggiati a pensare fuori dagli schemi, a prendere rischi calcolati e a esplorare nuove soluzioni, anche se ciò comporta la possibilità di commettere errori lungo la strada.

Il Potere Trasformativo del Fallimento

La Scuola del Fallimento offre una visione radicalmente diversa dell’istruzione, dove il fallimento non è un ostacolo, ma un’opportunità per la crescita personale e professionale. Questa filosofia educativa sfida i paradigmi convenzionali, ispirando gli studenti a abbracciare la sfida, a imparare dall’errore e a perseguire audacemente il successo. In un mondo che spesso punisce il fallimento, questa scuola offre un rifugio per coloro che vogliono abbracciare la propria umanità e trasformare le sconfitte in trampolini di lancio per un futuro luminoso.

Loredana Zampano

L'articolo Nasce la scuola del fallimento: “Nella vita o si vice o si impara” proviene da La Voce del Sud.

]]>
8700
Il dibattito: l’arma della comunicazione https://www.lavocedelsud.org/il-dibattito-larma-della-comunicazione/ Fri, 24 Nov 2023 11:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=8400 Cosa si trova alla base della comunicazione umana? Qual è il mezzo per interloquire? Socrate avrebbe risposto che l’essenza dell’umanità si trova nell’arte della retorica, del dialogo, l’arma più potente della comunicazione. Ma un buon dialogo si trasforma nella sua forma meglio evoluta: quella del dibattito, proprio come una farfalla che, discostandosi dalle sembianze di […]

L'articolo Il dibattito: l’arma della comunicazione proviene da La Voce del Sud.

]]>
Cosa si trova alla base della comunicazione umana? Qual è il mezzo per interloquire? Socrate avrebbe risposto che l’essenza dell’umanità si trova nell’arte della retorica, del dialogo, l’arma più potente della comunicazione. Ma un buon dialogo si trasforma nella sua forma meglio evoluta: quella del dibattito, proprio come una farfalla che, discostandosi dalle sembianze di un bruco, assume le fattezze di una creatura le cui caratteristiche sono maturate.

L’evoluzione del modus operandi di conversare

La necessità di comunicare appartiene al bisogno primordiale dell’uomo di esprimere i propri bisogni, idee, pensieri che possano giovare alla comunità o il cui fine sia quello di affermare l’individualità dando forma ad un senso critico valido e diretto. Però il reale profilo del dibattito (come oggi noi lo intendiamo) viene delineato dalla scena dei teatri classici. I protagonisti inscenavano dialoghi così ricchi di spiegazioni, da dare vita a invettive valide a tutti gli effetti. ( Si pensi al dialogo tra Clitemnestra e Oreste nelle Coefore di Eschilo ).

L’attuale uso del dibattito

Oggigiorno ci si avvale di social media e piattaforme per confrontarsi, mettendo da parte sempre di più il dialogo “vis a vis” da cui invece in passato si era in grado di concretizzare il proprio giudizio. Infatti, è frequente imbattersi o assistere a discussioni tra giovani (soprattutto) incapaci di argomentare e di dimostrare la valenza e la veridicità delle proprie ragioni.

Il fine costruttivo del DEBATE

Proprio in merito a questa problematica, nelle scuole italiane e non, è spopolato il progetto chiamato DEBATE. Questo consiste in una sorta di competizione tra squadre composte da due o più concorrenti. I cosiddetti “debaters” hanno il compito di sostenere delle tesi a favore o a sfavore di alcune tematiche, esplicando alla squadra avversaria le ragioni proficue per la propria tesi. L’obiettivo (promosso nella variante inglese anche da università importanti come la Bocconi di Milano), è quello di formare la personalità degli studenti, prevaricando i pregiudizi nel rispetto delle opinioni altrui, osservando dei criteri quali tempistiche e correttezza. Senza dubbio, il progetto del DEBATE mira ad analizzare tematiche relative all’attualità, educando alla flessibilità e all’apertura mentale. Il DEBATE rappresenta un’arma comunicativa che potrebbe stare alla base della struttura di una società democratica e aperta alla partecipazione di ogni singolo individuo.

Cristina Mongelluzzi

L'articolo Il dibattito: l’arma della comunicazione proviene da La Voce del Sud.

]]>
8400
Non è un gioco: l’inchiesta di Save The Children https://www.lavocedelsud.org/non-e-un-gioco-linchiesta-di-save-the-children/ Sat, 15 Apr 2023 10:00:00 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=7453 Save the Children torna a denunciare la piaga del lavoro minorile in Italia: 336.000 minorenni tra i 7 e i 15 anni dichiarano di aver già svolto dei lavori.Un fenomeno difficile da fermare che trascina i più giovani in altre problematiche di natura fisica e psicologica. A distanza di 10 anni dall’ultima indagine, Save the […]

L'articolo Non è un gioco: l’inchiesta di Save The Children proviene da La Voce del Sud.

]]>
Save the Children torna a denunciare la piaga del lavoro minorile in Italia: 336.000 minorenni tra i 7 e i 15 anni dichiarano di aver già svolto dei lavori.
Un fenomeno difficile da fermare che trascina i più giovani in altre problematiche di natura fisica e psicologica.

A distanza di 10 anni dall’ultima indagine, Save the Children, tramite il progetto “Non è un gioco”, torna a raccogliere dati riguardo la situazione del lavoro infantile in Italia. Si tratta di un problema nato addirittura durante la Seconda Rivoluzione Industriale in Inghilterra e in parte regolamentato solo nel 1833, quando venne vietato il lavoro al di sotto dei 9 anni e fissato un massimo di 9 ore al giorno fino ai 13 anni. Senz’altro una situazione ancora precaria vista dagli occhi di una persona del nostro tempo.

Al giorno d’oggi a livello internazionale l’articolo 32 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC) sancisce “il diritto del fanciullo di essere protetto contro lo sfruttamento economico e di non essere costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale”.
In Italia la Costituzione, la Legge 977 del 1967 e i successivi sviluppi legislativi in materia, tutelano i minorenni disciplinando l’età di accesso al mondo del lavoro e fissandone l’inizio a 16 anni, fine del periodo della scuola dell’obbligo.
Proprio la scuola è uno dei punti cardine delle conseguenze del lavoro minorile: è chiaro il collegamento tra lavoro e abbandono scolastico nella quale l’Italia è tra le prime in Europa, con conseguenti problematiche di inserimento nel mondo del lavoro legale, nella società e nello sviluppo della socialità e della morale.

Ma che lavori svolgono i giovani?

Gli ambiti lavorativi nei quali troviamo numeri più alti sono la ristorazione, le attività commerciali, ma anche mestieri recenti legati al mondo di internet e ovviamente nella criminalità organizzata, che sfrutta situazioni di povertà e arretratezza culturale per assoldare collaboratori.
La metà degli intervistati dichiarano di aver trovato lavoro grazie ai genitori, molto spesso coinvolti in situazioni analoghe in gioventù. Sintomo che spesso le famiglie non si accorgono della gravità del problema e traccino una strada sbagliata per i propri figli “tramandando” questo cortocircuito socio-culturale.
La pandemia ha agevolato ulteriormente questa problematica, raggiungendo un numero di 8,4 milioni di minori in più in 4 anni.

La questione del lavoro minorile è un tema ancora tristemente attuale, di difficile gestione e impossibile da mappare come qualsiasi attività svolta in nero.

“Non è un gioco” di Save the Children, anche tramite mezzi ormai popolari come un podcast su Spotify, ha l’obiettivo di definire i contorni del fenomeno, comprenderne le caratteristiche, l’evoluzione nel tempo e le connessioni con la dispersione scolastica, e vuole sopperire almeno parzialmente alla mancanza di una rilevazione sistemica di dati sul tema in Italia.

Antonio Montecalvo

L'articolo Non è un gioco: l’inchiesta di Save The Children proviene da La Voce del Sud.

]]>
7453
“STORIA DI UNA DAD” https://www.lavocedelsud.org/storia-di-una-dad/ Wed, 23 Feb 2022 14:00:51 +0000 https://www.lavocedelsud.org/?p=2052 CONSEGUENZE DEL COVID SULL’ISTRUZIONE «RISTORI EDUCATIVI» È delle ultimissime ore la notizia dell’emendamento approvato in commissione Affari Sociali che prevede «ristori educativi per i danni da DAD» Paolo Lattanzio (deputato Pd) afferma che tale proposta nasce dall’osservazione di dati: “Abbiamo chiesto al ministero quanti giorni hanno perso i ragazzi, e li abbiamo incrociati con le […]

L'articolo “STORIA DI UNA DAD” proviene da La Voce del Sud.

]]>
CONSEGUENZE DEL COVID SULL’ISTRUZIONE

«RISTORI EDUCATIVI»

È delle ultimissime ore la notizia dell’emendamento approvato in commissione Affari Sociali che prevede «ristori educativi per i danni da DAD»

Paolo Lattanzio (deputato Pd) afferma che tale proposta nasce dall’osservazione di dati: “Abbiamo chiesto al ministero quanti giorni hanno perso i ragazzi, e li abbiamo incrociati con le stime sulla povertà educativa di Save the children. E ci siamo resi conto che bisognava intervenire, ma non a pioggia: bensì aiutando proprio quegli studenti che nel contesto della pandemia hanno perso di più in termini di arricchimento culturale.” Si tratta, in parole povere, di un tentativo di arricchimento culturale attraverso attività sportive, educative, buoni per teatro o per supporto allo studio.

LA DAD E LE SUE CONSEGUENZE

Il 2020 sarà per sempre e purtroppo un anno di puro stravolgimento della vita sociale e non solo di tutta la popolazione mondiale. Dall’economia al lavoro, alle interazioni sociali fino all’istruzione, tutto ha visto una profonda rimodulazione per ovviare alla proliferazione del Coronavirus. Non c’è fascia d’età che si veda esclusa da quanto accaduto, ma alcune di esse hanno subito probabilmente conseguenze ben più profonde e a lungo termine di altre.

La categoria che agli occhi di tutti sembra essere stata scalfita in maniera maggiore è quella dei giovani, con conseguenze già visibili.

Uno dei danni più ingenti riguarda quello degli aspetti principali della crescita dei ragazzi, più precisamente quello dell’educazione.

La scuola e l’Università hanno visto l’inizio di un nuovo tipo di insegnamento, basato sulla tecnologia e non in presenza, la “DAD” (didattica a distanza). Un approccio diverso dalla normalità con un rapporto docente/discente filtrato attraverso l’uso di apparecchiature tecnologiche in grado di connettere da remoto gli utenti (volgarmente “da dietro a uno schermo”). La lontananza non solo dall’insegnante, ma anche dal compagno di banco o di università ha portato ad un isolamento dello studente che ha accusato una maggiore stanchezza, noia e mancanza di stimoli nell’approccio diretto con l’insegnante (sempre a distanza). Più difficile è poi il controllo effettivo dei progressi specie nelle classi degli istituti primari dell’istruzione.

Un disagio vissuto e manifestato più volte anche dagli studenti universitari, non solo in occasione di cerimonie ufficiali, come ad esempio la canonica proclamazione di laurea che rappresenta certamente il capitolo ultimo e più bello dell’intero corso di studi, ma anche circa il percorso stesso.

Molti sono gli esperti che si sono espressi sulle possibili conseguenze della DAD e le considerazioni a riguardo sono state ovviamente varie: da chi ne esalta benefici a chi mette in guardia da pericoli incombenti.

Tra gli effetti positivi sicuramente c’è stato un incremento della conoscenza della tecnologia non solo tra i giovani, già avvezzi al mondo tech, ma anche tra le persone più adulte. Microsoft Italia in collaborazione con PerLAB e Wattajob ha realizzato un report che analizza come il rapporto diretto con la tecnologia vissuto durante il lockdown abbia influenzato alunni e insegnanti, con questi ultimi che hanno evidenziato dati molto interessanti: i 70% dei docenti ha dichiarato un miglioramento significativo nel proprio rapporto con la tecnologia, di contro il 14% degli insegnanti ha incontrato invece difficoltà a coinvolgere in modo efficace gli studenti durante la lezione.

Seguendo proprio quest’ultima affermazione, cioè circa la difficoltà di coinvolgere gli studenti attivamente, che ci ricolleghiamo alla figura del Professore Giuseppe Riva, Direttore del Laboratorio Sperimentale di Ricerche Tecnologiche applicate alla Psicologia di Auxologico, che ha evidenziato in una recente ricerca importanti criticità della didattica a distanza. Oltre a tutti i disturbi già elencati da tanti sociologi e psicologi quali noia, stanchezza, stress e scarsa attenzione, l’analisi verte su un approfondimento neurologico.

Si approfondisce la centralità della presenza dell’alunno nel contesto scolastico affermando: “Il momento della scuola e del contatto con i compagni di classe rappresenta una delle esperienze che definisce un adolescente dal punto di vista dell’identità sociale. La didattica a distanza ha tolto il legame con il luogo fisico della classe e questo porta i ragazzi a sentirsi più soli. Sappiamo benissimo che le relazioni online sono molto diverse da quelle faccia a faccia e questo, alla lunga, può creare un senso di disorientamento e di disagio. Anche la loro efficacia è inferiore, perché non si riesce a creare una relazione tra docente e studente che passi attraverso la comunicazione non verbale e lo stesso vale per la classe, non si riesce a creare con la classe una relazione che supporti l’attività didattica. All’interno del nostro cervello ci sono dei particolare neuroni, cosiddetti neuroni specchio, che si attivano sia quando facciamo un’azione, sia quando vediamo le altre persone fare un’azione. Questi neuroni sono fondamentali per generare questo senso di connessione automatica, di empatia, che è essenziale per qualunque relazione e in particolare nel mondo della didattica; il rischio è quindi di sperimentare delle lezioni che non riescano a creare un legame. Un altro tipo di neuroni che vengono messi in discussione nella DAD sono i neuroni GPS, che inizialmente si pensava che servissero soltanto per orientarsi nello spazio, in realtà ci si è resi conto che hanno un ruolo fondamentale nella memoria autobiografica; in pratica noi ricordiamo i luoghi e gli eventi che sono al loro interno, questa dimensione di collegamento tra le esperienze che facciamo e i luoghi dove li facciamo è fondamentale perché l’esperienza fatta venga in qualche modo integrata nella nostra identità. Nella DAD i neuroni GPS non vengono attivati. Per questo le esperienze fatte hanno maggiore difficoltà a fissarsi nella memoria autobiografica. Il rischio è quello di passare le giornate ad ascoltare cose che dimenticheremo molto in fretta.”

È proprio tenendo conto di queste “mancanze” che si guarda anche al nuovo Emendamento, che aspetta ancora l’ok dell’Aula, con speranza che passo dopo passo le cose possano tornare alla normalità. Il rischio che gli studenti abbiano avuto una formazione che a lungo andare possa ritenersi addirittura “inutile” perché, come affermato e riportato poco sopra dal prof. Riva, mancano le condizioni che consentono agli studenti di immagazzinare definitivamente cose che invece andrebbero apprese è ovviamente preoccupante.

Eppure, d’altro canto vi è una fetta (anche abbastanza ampia) di studenti che prendono posizioni ferme e contrarie rispetto a quei passi che vorrebbero muoversi e si muovono verso il tipico “vecchio” modo di fare didattica. Dopo la notizia sulla reintroduzione delle due prove scritte ai prossimi esami di stato, infatti, si sono sollevati veri e propri dibattiti e proteste, addirittura portando avanti una petizione lanciata online e che aveva raccolto 25 mila firme nel giro di un solo mese. I ragazzi avevano affermato, in quella circostanza “di non essersi ancora ripresi dall’isolamento dovuto alla pandemia” ritenendo il tutto “discriminatorio” per i ragazzi stessi. Qualcun altro, di contro, scrive sui social che si tratta di un vero e proprio fallimento del sistema scolastico che ancora una volta non è stato in grado di aiutare e ascoltare i giovani.

Molti sono gli stessi docenti che sin dai primi mesi hanno lamentato l’inevitabile inefficienza di tale sistema. Ancora oggi, infatti, molti studenti pagano – anche inconsciamente – lezioni dimezzate per problemi tecnici o a causa di insegnanti che, pur mettendocela tutta, riscontrano problemi di vario tipo e faticano nel tentativo di scavalcare tali ostacoli.

COSA ACCADRA’ IN FUTURO?

Vi è dunque, e senza ombra di dubbio, un bel po’ di caos generale e sicuramente ancora molti dubbi circa l’efficacia di questa Dad che, volente o nolente, siamo stati costretti a intraprendere. Considerando quanto le interazioni umane siano fondamentali per la crescita dell’uomo e che la tecnologia, per quanto essa possa essere avanzata, non potrà mai sostituire la potenza della condivisione e dell’interazione umana, nemmeno nel campo dell’educazione; e guardando anche alle proposte volte a incoraggiare un “ritorno”, seppur incontrando di tanto in tanto opposizioni, in molti si chiedono cosa accadrà e se essendo sempre più connessi alla rete, saremo ancora in grado di essere collegati gli uni con gli altri.

Carmela Fusco

L'articolo “STORIA DI UNA DAD” proviene da La Voce del Sud.

]]>
2052