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In Italia i problemi cosiddetti “cronici” sono una peculiarità del luogo, un qualcosa che sembra appartenerci da sempre, tanto che nessun governo osa metterci le mani. Tra queste “piaghe” certamente c’è la questione del tasso di occupazione al Sud.

Il Mezzogiorno è perennemente sulla bocca di tutti. C’è chi lo sbandiera come vessillo di un rinnovato cambiamento, chi lo utilizza come appiglio per criticare la politica governante di turno, chi ancora lo idealizza chiudendolo quasi in una gabbia di protezione da salvaguardare.

Poi, inevitabilmente, si deve far fronte alla realtà, nuda e cruda. A tal proposito, recentemente l’Eurostat ha condotto un’indagine riguardante la percentuale di occupati nelle venti regioni italiane.

Si scopre, leggendo questa graduatoria, che la parte meridionale (isole comprese) occupa tutte le posizioni basse.

Fanalino di coda è infatti la Campania (con appena il 40% di occupati), seguita da Sicilia e Calabria (via via tutte le altre sorelle risalendo).

C’è da stupirsi? No. E forse, è proprio nell’accettazione narcotizzante di una situazione data per definita che sta il punto della trattazione.

Dal secondo dopoguerra si riflette sulle potenzialità di sviluppo economico del Sud Italia. Puntualmente, i vari governi repubblicani hanno inserito la questione nella loro agenda di lavoro. Altrettanto da copione risulta il mantenimento dello status quo che “cozza” con alcune dichiarazioni in pompa magna di qualche ministro.

Stando alla più stretta attualità, il governo Meloni da ormai un anno e mezzo a questa parte comunica dati entusiasmanti riguardo il numero di nuove assunzioni al Sud.

Ora, se da un lato non è certo un lasso di tempo così ridotto a poter risolvere una situazione tragica perpetrata per secoli, è anche vero che qualcosa, come al solito, non torna.

A ben vedere, infatti, se rapportiamo questi numeri a quelli di altre indagini più e meno recenti, ci accorgiamo che il “vento del cambiamento” (per usare il termine preferito da quelli capaci e “capienti”) forse soffia altrove.

In poche parole, al Sud non c’era lavoro e non c’è lavoro. Forse, rispetto agli anni addietro il problema è destinato ulteriormente ad aumentare guardando al numero di inattivi (ovvero di chi non ha un lavoro e nemmeno lo cerca), che ha già toccato livelli record.

Rassegnazione e stagnazione continuano a camminare, dunque, sullo stesso isolato viale, sgombro di futuro, vuoto come tutte le città ed i paesi meridionali a cui, forse dal disegno di cavouriana memoria, è stato implicitamente tolto il diritto di vivere.

Felice Marcantonio

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