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Aprile, dolce dormire“, recita una celebre locuzione. Un concetto, quello del torpore avvicinabile quasi ad una stagnante sonnolenza, coniugabile anche in riferimento ad un’area della Puglia: il Gargano.

La zona Nord della regione sopra citata, infatti, vede nella fine dell’estate il preludio a lunghi mesi di dolce far niente. Caratteristica che, in verità, accomuna purtroppo diversi piccoli borghi del nostro Stivale ma, secondo propensione personale, è bene parlare solo di ciò che si conosce.

In particolare, dunque, il mio occhio patologicamente clinico volge l’attenzione su Vico del Gargano che, abbandonata la programmazione che si tramanda da decenni dell'”estate vichese” (sempre più vuota di contenuti ma comunque in essere), si prepara ad un altro autunno deserto di appuntamenti, un po’ come le strade del paese che puntualmente all’imbrunire si spopolano a mo’ di coprifuoco pandemico, lasciando spazio a praterie di noia.

Eppure, proprio Vico ha in sé i semi per compiere una seria opera di destagionalizzazione. Il suo clima, per esempio, lo rende appetibile per i tanti turisti (soprattutto stranieri) che ogni mese colgono l’occasione per spostarsi, a caccia di nuove esperienze. Situato a metà strada tra mare e Foresta Umbra, parte del Parco Nazionale del Gargano e riconosciuto come uno dei borghi più belli d’Italia, Vojc (come lo chiamano i suoi abitanti in dialetto locale) assume le sembianze di una bella creatura che si nasconde continuamente, a causa soprattutto della miopia dei suoi amministratori e dei vari enti chiamati a valorizzarne le potenzialità.

Una malattia largamente diffusa in paese è la tuttologia, la filosofia di basso livello che ci rende tutti competenti su tutto. Risultato: si parla tanto (fin troppo) e non si agisce.

Provando, dunque, ad assumere un palliativo, si potrebbe abbozzare una lista di proposte concrete per svegliare la massa dal sonno perenne. L’attenzione va, ad esempio, al caratteristico centro storico, ormai puro cimelio fungente da “soprammobile” decorativo. Proprio in quest’area, che si estende in tre micro-quartieri, si potrebbero organizzare sagre enogastronomiche, contando sulla varietà notevole di materie prime che il territorio offre spontaneamente; basterebbe pensare alle castagne e, più avanti, alle arance, oltre alla caratteristiche prelibatezze quali le paposce o le pettole. Quanto poi alla tradizione natalizia, il materiale da cui poter attingere è davvero considerevole.

Al piacere del cibo si unirebbe lo svago musicale, portato avanti da ragazzi sempre pronti ad attivarsi purché si offra loro la possibilità concreta di esprimersi. Così, senza spendere cifre esorbitanti da sbandierare a seconda di convenienze politiche e/o faziose, il borgo scoprirebbe che la vita non nasce e muore in tre mesi e che un anno è effettivamente composto da ben dodici mesi.

Un modello chiaramente adottabile da tutti i comuni del Gargano e da tutti quei piccoli centri sparsi per l’Italia che spesso per pigrizia non si accorgono di quanto il proprio “orticello” può regalare.

Restano queste, ahimé, parole al vento. Vico, il Gargano e i loro fratelli sono già entrati nella fase ciclica del sonno lungo e profondo, lasciando ai pochi ancora svegli solo qualche riga per restare in attesa di una ancora lontana “primavera”.

Felice Marcantonio

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